La Divina Commedia di Dante: come uscire dall’Inferno e riveder le stelle

Discorso di Liliana Gorini, presidente di MoviSol, alla conferenza internazionale dello Schiller Institute che si è aperta ieri

Quest’anno celebriamo i 700 anni dalla morte di Dante Alighieri (21 settembre 1321). Il sommo poeta creò la lingua italiana in un’epoca in cui l’Italia era una collezione di piccoli stati-città, spesso in guerra gli uni contro gli altri, ed in cui l’alta classe parlava latino mentre il popolo parlava solo dialetti. Come ha spesso sottolineato LaRouche nei suoi scritti, la lingua nazionale è profondamente legata allo stato nazionale, e Dante creò consapevolmente la lingua italiana per liberare l’Italia dall’oligarchia che la dominava al tempo, creando uno stato nazionale sovrano. Prima della Commedia scrisse De Vulgari Eloquentia, che ridicolizza i dialetti e denuncia il modo in cui l’oligarchia manteneva la popolazione nell’ignoranza e nella schiavitù. Col suo De Monarchia presentò un progetto per dare vita ad uno stato nazionale fondato sul Bene Comune, e si appellò all’imperatore Arrigo VII affinché liberasse l’Italia dalle guerre tra comuni. Divenne un leader della fazione ghibellina contrapposta ai guelfi leali a Papa Bonifacio VIII, un papa corrotto che finì col mandare Dante in esilio per il suo importante ruolo politico. Non poté più fare ritorno a Firenze, la sua città natale, e scrisse la Commedia durante gli anni dell’esilio, tra il 1307 e la sua morte, a Ravenna, in cui è tuttora sepolto.
La sua Divina Commedia non è soltanto un capolavoro poetico, ma anche un trattato di storia, religione, arte dello Stato, economia e scienza. Come riferì Boccaccio nella sua Vita di Dante, quando fu pubblicata diventò immediatamente popolare tra la popolazione, che la recitava e chiosava nelle chiese e nelle piazze, una tradizione mantenuta da attori classici quali Vittorio Gassman e Roberto Benigni con le loro Lectura Dantis. Come per Giuseppe Verdi e le sue opere, anche Dante divenne un eroe nazionale come poeta e leader politico. Molti versi della Commedia sono entrati nell’uso comune, ad esempio “non ti curar di lor, ma guarda e passa” la versione popolare di “non ragioniam di lor, ma guarda e passa”, “lasciate ogni speranza, voi ch’entrate” o “Fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza”, l’esortazione di Ulisse ai suoi compagni di viaggio.
Ma Dante non è caro soltanto all’Italia, soprattutto in questo anno di grandi sofferenze causate dalla pandemia di Covid. E’ anche un esempio di ciò che Helga Zepp-LaRouche spesso invoca, un “dialogo tra le culture”. Nella Divina Commedia mette nel limbo Avicenna (Ibn Sina), il più importante scienziato del Rinascimento arabo, insieme a Socrate e Platone, tra i filosofi che non potevano essere in Paradiso non essendo cristiani, ma erano un punto di riferimento importante per il poeta. Cita Avicenna anche nel suo Convivio quando dà una descrizione alquanto accurata della via lattea. Nel citare Avicenna Dante passa la fiaccola del Rinascimento arabo, a sua volta fondato sull’antica Grecia e sugli studiosi indiani, rendendo così possibile il Rinascimento italiano.

Ed è cruciale oggi rivivere il viaggio di Dante dall’Inferno al Paradiso per rendere possibile un nuovo Rinascimento, fondato sulla poesia e sulla scienza, invece dell’oscurantismo verde. Quando ho riascoltato Gassman che recita il primo canto dell’Inferno su youtube, ho trovato molti commenti di persone normali che lo riascoltavano, come me, proprio perché in questo anno di pandemia, in cui siamo rimasti chiusi in casa e molte imprese hanno dovuto chiudere, è diventato chiaro ciò che intendeva Dante con le prime terzine della Commedia, quando si ritrova in una selva oscura e teme la morte.


La Divina Commedia di Dante



Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura
chè la diritta via era smarrita.
Ah quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinnova la paura!

Tant’è amara che poco è più morte;
ma per trattar del ben ch’io vi trovai,
dirò de l’altre cose ch’io v’ho scorte.

Nelle prime terzine della Divina Commedia si sente già la potenza e musicalità del suo linguaggio poetico, l’uso di suoni onomatopeici, che rendono l’idea del concetto, o del sentimento, che vuole trasmettere. In questo caso, la paura, espressa dalle molte “r” di “esta selva selvaggia e aspra e forte che nel pensier rinnova la paura. Tant’è amara che poco è più morte”

Dante ha 35 anni, è in esilio, ha paura e non sa come uscire dalla selva oscura. Fortunatamente incontra Virgilio, che chiama “Duca e Maestro” e che lo guiderà in questo viaggio avventuroso attraverso Inferno e Purgatorio, mentre la sua guida nel Paradiso sarà Beatrice, la donna angelicata del Dolce stil novo.

Beatrice compare già nel secondo canto, in cui Dante si mostra titubante e dice a Virgilio “non sono San Paolo, non sono Enea” che affrontarono un viaggio simile (Paolo nella sua visione del Paradiso nella seconda lettera ai Corinzi, Enea col suo viaggio nell’Ade nell‘Eneide). Tre donne vengono in suo soccorso, Beatrice che gli dice “io son Beatrice, che ti faccio andare”, e la Madonna che chiede a Beatrice di intercedere presso Santa Lucia per Dante. E’ significativo che siano tre donne ad aiutare Dante e che sia proprio Beatrice, nel Paradiso, a spiegargli la fisica delle sfere, il che dimostra che non solo è la donna angelicata del Dolce stil novo, ma rappresenta anche la scienza.

Nell’Inferno Dante incontra molti peccatori del suo tempo, incluso Papa Bonifacio, che lo mandò in esilio, e il Conte Ugolino, mandato in carcere insieme ai figli da un altro vescovo corrotto e costretto a vedere i figli morire di fame, un episodio che Goethe definì tra i più alti nella storia della poesia e della tragedia. Ma forse il canto più indicativo della concezione di giustizia economica di Dante è il Canto XVII, in cui incontra gli usurai, puniti insieme ai sodomiti per i loro peccati “contro la natura e l’arte” ove per arte si intende il lavoro, contrapposto a quelli che Dante definisce i “sùbiti guadagni”, concetto in cui molti studiosi danteschi vedono una forte critica del sommo poeta contro gli speculatori (era un’epoca in cui le prime banche d’affari facevano soldi dai soldi, e non col lavoro).

Qui Dante si scaglia contro la nobiltà fiorentina e l’oligarchia. Gli usurai vengono puniti nella sabbia bollente e coperti di fiamme che cercano di scacciare come se fossero mosche, e che li bruciano in eterno. In questo cerchio Dante e Virgilio incontrano Gerione, uno dei tanti demoni dell’Inferno, “quella sozza immagine di frode”, col volto apparentemente umano e la coda di serpente. Gli usurai portano al collo una borsa di denari che guardano avidamente, con lo stemma della propria casata, ed è proprio dallo stemma che Dante li riconosce. Se scrivesse la sua Commedia oggi, metterebbe in questo cerchio speculatori come Mark Carney, George Soros, Klaus Schwab e tutti i fautori del Grande Reset.

In pochi minuti non posso addentrarmi nel resto dell’Inferno e del Purgatorio, ma posso concludere con l’ascesa di Dante al Paradiso, che inizia pochi giorni dopo la domenica di Pasqua. Dante e Beatrice vengono sollevati verso l’alto da una sorta di celestiale gravità e visitano le nove sfere celesti (Luna, Mercurio, Venere, il Sole, Marte, Giove, Saturno, le stelle fisse e infine il Primum Mobile, che fa muovere tutti i pianeti). Durante la loro ascesa discutono questioni di religione, tra cui il ruolo della Provvidenza che opera in modo indiretto, anche attraverso noi comuni mortali, quando ci rendiamo strumento del grande disegno divino. Ma discutono anche questioni di scienza, ad esempio la fisica delle sfere. Significativo, e molto bello, è il verso conclusivo del poema, “l’amor che move il sole e l’altre stelle”. Come in Beethoven o Mozart, in cui il tema iniziale torna alla fine, anche qui Dante ci ricorda i versi conclusivi dell’Inferno “e quindi uscimmo a riveder le stelle”. E grazie a Dante ed alla sua poesia, comprendiamo che usciremo da questo inferno, usciremo dalla pandemia, dalla crisi economica e sociale, solo se innalzeremo lo sguardo alle stelle, verso la ricerca scientifica e spaziale.