La crescente censura da parte delle piattaforme sociali e il caso di Julian Assange



Nel mezzo del contenzioso sui brogli elettorali e nonostante i numerosi ricorsi in vari Stati, il 9 dicembre YouTube ha annunciato unilateralmente che avrebbe semplicemente rimosso tutti i post che sostenessero che Biden abbia vinto grazie ai brogli, offrendo in cambio i link ai risultati elettorali riportati da Google (che a loro volta si basano su Associated Press) e alla pagina “rumor control” della Cybersecurity and Infrastructure Security Agency, gestita fino a quattro settimane fa dall’ex dirigente di Microsoft Christopher Krebs, un esplicito nemico di Donald Trump.
Ciò fa seguito ad altre decisioni palesemente politiche prese sempre più spesso da YouTube contro i video ritenuti pericolosi per gli interessi di Big Tech e di Wall Street. La stessa escalation si è verificata anche su Facebook e Twitter, che hanno entrambi censurato le notizie sulla corruzione del figlio di Joe Biden, Hunter. Twitter si è preso la libertà di etichettare i tweet del Presidente degli Stati Uniti come “notizie false”, mentre Facebook censura anche le notizie di brogli elettorali. Inoltre, il suo amministratore delegato Mark Zuckerbeg ha donato non meno di 400 milioni di dollari alle ONG, principalmente al Center for Tech and Civic Life, per contribuire a garantire “elezioni sicure”, anche per coprire i costi dello spoglio dei voti per corrispondenza previsti per quest’anno…
Dato che queste società affermano di funzionare esclusivamente come piattaforme per la libertà di parola, esse (contrariamente ai media formali) sono protette dall’articolo 230 della legge sull’autorizzazione alla difesa (Defense Authorization Act) che impedisce che esse vengano citate in giudizio per i contenuti pubblicati. Il presidente Trump aveva minacciato di porre il veto al nuovo disegno di legge sulla difesa se avesse rinnovato tale disposizione che, come ha giustamente sottolineato, conferisce ai “monopoli dei social media”, di proprietà delle grandi corporations, un potere incontrollato di modificare, censurare e limitare le forme di comunicazione tra i cittadini. Li autorizza persino a censurare materiale “costituzionalmente protetto”. Purtroppo, la legge è stata approvata con una maggioranza a prova di veto sia alla Camera che al Senato proprio la settimana scorsa.
Questa censura mediatica è direttamente collegata allo scandaloso procedimento legale contro Julian Assange di Wikileaks a causa dei documenti segreti che la piattaforma ha pubblicato, rivelando crimini di guerra commessi dagli Stati Uniti e da altri governi. La palese ingiustizia commessa contro Assange e l’infondatezza delle accuse mosse contro di lui sono state discusse alla prima sessione della conferenza dello Schiller da Viktor Dedaj, un “cittadino giornalista” e scrittore francese che da trent’anni si batte per i diritti civili e umani. Dedaj ha presentato il caso Assange come un esempio lampante di violazione di leggi e costituzioni, di menzogne e notizie false, di trattamento disumano, di sette anni di reclusione e di una guerra d’informazione mai vista prima.
Per Dedaj, che dirige il sito alternativo Le Grand Soir, la creazione di Wikileaks da parte di Julian Assange è stata un grande contributo per spezzare la congiura di menzogne e disinformazione imposta dalle élite a livello globale, per salvare la libertà di stampa e rendere pubbliche cose che i media dominanti avrebbero altrimenti tenuto segrete.