Il piano “Next Generation UE” non è serio

Dopo il Recovery Fund di “Merkron” arriva il piano “Next Generation UE”, che aumenta i fondi da 500 a 750 miliardi e che in molti aspetti è simile a quello franco-tedesco, compresa l’inadeguatezza. Un’attenta analisi del nuovo piano, che dovrà passare al vaglio dei parlamenti nazionali e, se tutto va bene, partirà nel 2021, fa pensare che a Bruxelles, Parigi, Berlino e Francoforte tutto vogliano tranne che una vera ripresa dell’economia. Eh sì, perché questa comporterebbe la fine dell’impianto dell’UE così come la conosciamo, o perlomeno dell’Eurosistema.
La portata della crisi economica, infatti, è tale che occorrerebbe un programma d’investimenti delle dimensioni proposte per ogni singolo stato membro dell’UE. Stiamo parlando di un crollo del PIL che, nelle previsioni più ottimistiche, si aggira attorno al 10% per l’Italia. Questo se non avverrà l’irreparabile, e cioè gran parte delle attività finora in lockdown non riapriranno e una catena di insolvenze farà avvitare consumi, produzione ed esportazioni.
Occorre quindi mettere in campo ingenti risorse pubbliche laddove una massa critica di impieghi produttivi può tenere botta alla crisi e rilanciare l’economia; stiamo parlando di centinaia di miliardi di euro da investire nelle infrastrutture, grandi lavori pubblici che genereranno domanda in tutti i settori produttivi e creeranno centinaia di migliaia di posti di lavoro. È stato calcolato che il divario infrastrutturale in Italia fa perdere ogni anno 70 miliardi di export. Il crollo di ponti e viadotti ha messo drammaticamente in luce la fragilità di infrastrutture vecchie di cinquant’anni mentre il Sud del Paese non ha ancora visto l’alta velocità ferroviaria, per non parlare dei porti, delle comunicazioni, della messa in sicurezza idrogeologica del territorio, della modernizzazione antisismica delle scuole, ecc.
Dice: non ci sono le risorse. Ma il prestito lanciato dal governo a metà maggio, destinato quasi esclusivamente a risparmiatori e investitori italiani, ha registrato un successo senza precedenti. Sono stati collocati 22 miliardi di Euro al tasso quinquennale dell’1,4 per cento, contro una domanda che superava i cento miliardi! Ah, ma questo aumenta il debito pubblico, dicono gli economisti liberisti, mentre l’UE ora offre denaro a fondo perduto.
A questa osservazione rispondiamo che in primo luogo, il piano della Commissione prevede che i denari raccolti sul mercato siano ripagati sia tramite l’aumento del bilancio dell’UE, sia con nuove tasse. Quindi i soldi a fondo perduto, in ultima analisi, costano. Secondo, i soldi verrebbero col contagocce e sarebbero condizionati all’uso coerente con il “Green Deal” confezionato da Black Rock e dagli altri fondi avvoltoi per tentare di salvare la bolla finanziaria. Terzo, giungerebbero a babbo morto, e cioè nel corso del “semestre europeo” del 2021.
Dalle indiscrezioni di stampa sul lavoro della “task force” diretta da Colao sembra che il governo Conte il babbo lo voglia davvero morto, se è vero che viene suggerito di allestire gli strumenti giuridici per permettere la liquidazione, chiusura o vendita di centinaia di migliaia di imprese che andranno sul lastrico.
Gli economisti più seri, come Giulio Tremonti o l’ex sottosegretario Michele Geraci, invece propongono una maxi-emissione di cento miliardi destinata a cittadini italiani. Anche con un tasso superiore a quello attuale, il costo per lo Stato corrisponderebbe a una rendita per i risparmiatori, quindi un trasferimento di ricchezza nelle tasche degli italiani. Forse i sostenitori del ricorso al Recovery Fund o addirittura al MES preferiscono che gli italiani investano i loro risparmi in azioni e obbligazioni bancarie, se non prodotti ad alto rischio come i derivati?
Dall’aumento del debito pubblico non si scappa, con o senza l’UE. La differenza è che con l’emissione indipendente restiamo liberi, mentre con Recovery Fund e MES ci stringiamo il cappio al collo. Se investito bene e su larga scala, il debito pubblico si ridurrà nel tempo grazie all’aumento di produttività. (Nella foto Michele Geraci al convegno “L’Italia sulla Nuova Via della Seta” tenuto dai MoviSol e Regione Lombardia nel marzo 2019 a Milano).