Il crollo del Ponte Morandi equivale al crollo della “logica del Britannia”

Nel dibattito sull’esito delle privatizzazioni apertosi dopo il crollo del Ponte Morandi si è rievocata, non sorprendentemente, la famosa riunione sul panfilo “Britannia” della regina Elisabetta il 2 giugno 1992, il cui significato passò inosservato fino a quando, pochi mesi dopo, non fu oggetto di un articolo di denuncia dell’EIR. Da allora, il Britannia è diventato il simbolo non solo del saccheggio degli asset nazionali, ma dell’intero paradigma neoliberista. Come ha scritto Roberto Arditti sull’HuffPost Italia, “Cedendo alla logica del ‘Britannia’ abbiamo cercato di siglare un patto con il diavolo, ma probabilmente quel diavolo ci ha fregati. Già, perché a Genova, nel crollo del ponte con i suoi 43 morti, c’è tutto quello che non va della Repubblica” (vedi https://www.huffingtonpost.it/roberto-arditti/a-genova-e-morta-anche-la-seconda-repubblica_a_23506399/).

HuffPost Italia, il Corriere della Sera, La Repubblica, Il Tempo e molti altri giornali on-line e cartacei hanno pubblicato articoli rievocando la vicenda del Britannia in modo critico o favorevole. Tra quest’ultimi, in verità pochi, spicca l’ineffabile Paolo Mieli, quello che “dietro le Brigate rosse non c’era nessuno”, e un noto blogger che si cela dietro il nome di Johannes Bueckler, quello di un famoso bandito gentiluomo tedesco a cavallo del diciannovesimo secolo. In una serie di tweet, “Bueckler” ha attaccato Lyndon LaRouche e l’EIR per avere per primi denunciato il “complotto del Britannia”, da egli definito una “bufala”, accusandoli di simpatie naziste e antisemitiche. Queste calunnie hanno però provocato una ridda di proteste e persino minacce di querela.

Il forte sentimento popolare contro “la logica del Britannia” è lo stesso che ha portato la coalizione “populista” al governo lo scorso marzo e ha ancora fiducia che questo apporti un vero cambiamento come promesso.p>

Al riguardo, le nuove mosse verso la Cina indicano che il governo sta tentando di tener fede alle promesse elettorali di generare investimenti e creare lavoro. Tuttavia, dall’UE e dai “mercati” giungono minacce di guerra finanziaria se Roma procederà nelle sue intenzioni. Sia il sottosegretario Giorgetti che il Ministro Savona hanno denunciato la minaccia di un attacco a metà ottobre, quando sarà presentato il documento di politica economica (DPE). Per approntare le difese, Tria è volato a Pechino dopo che Conte, come si è saputo in questi giorni, si era già assicurato da Trump la promessa di venire in aiuto dell’Italia nel caso che i nostri titoli del Tesoro finissero nel mirino della speculazione.

Bene fanno i membri del governo a cercare sostegni, ma la soluzione sarebbe di riportare in Italia quella grossa fetta di debito in mano a banche e operatori esteri. Inoltre, il modo migliore per approfittare di una eventuale disponibilità cinese sarebbe quello, da noi già accennato, di investire titoli acquistati nel capitale di una Banca per gli Investimenti Infrastrutturali Italo-Cinesi. È quello che fece Alexander Hamilton creando la prima Banca Nazionale degli Stati Uniti, spiegando che la nuova istituzione sarebbe servita a dare impulso alle manifatture ma anche a sostenere il debito pubblico nel momento del bisogno. Questi due elementi, manifatture e debito pubblico, costituirono assieme al terzo – dazi protettivi – l’idea centrale di quello che divenne il Sistema Americano di Economia Politica.