Durante la riunione settimanale del 13 marzo della Coalizione Internazionale per la Pace, co-fondata dallo Schiller Institute, Helga Zepp-LaRouche (foto) ha suggerito che questo potrebbe essere il momento giusto per riprendere la proposta di un “dialogo tra le civiltà” avanzata per la prima volta dall’ex presidente iraniano Mohammad Khatami per contrastare la diffusa teoria dello “scontro di civiltà”. Nel 1998, su suo suggerimento, le Nazioni Unite proclamarono che il 2001 sarebbe stato, appunto, l’“anno del dialogo tra le civiltà”. Poi, nel settembre 2001, mentre le macerie delle Torri Gemelle ancora fumavano e la logica dello scontro stava impadronendosi della politica americana, Khatami intervenne davanti a una conferenza dell’ONU e sostenne qualcosa di diverso dalla logica dominante. Quel momento, disse, non richiedeva la “glorificazione della forza”, ma qualcosa di più difficile: la rinuncia alla volontà di potere, a favore dell’“empatia e della compassione”. Credere nel dialogo, sostenne, getta le basi per la speranza “di vivere in un mondo permeato da virtù, umiltà e amore, e non solo dal regno degli indici economici e delle armi distruttive. Se lo spirito del dialogo prevarrà, prevarranno l’umanità, la cultura e la civiltà”.
Quella strada non è stata presa. Oggi, 25 anni dopo, suo figlio Emad – figura di spicco nel partito riformista del padre – scrive che la guerra attuale sta ottenendo esattamente l’opposto dell’obiettivo dichiarato: sta consolidando gli integralisti a Teheran, che sfruttano il mito del martirio all’interno delle reti legate al Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) e chiudendo lo spazio politico che i riformisti come suo padre hanno cercato di aprire per tutta la loro carriera. I bombardamenti non stanno liberando l’Iran, afferma in un articolo su Responsible Statecraft, ma stanno rafforzando le forze che hanno sempre sostenuto che l’Occidente non capisce altro che la forza.
Durante la riunione dell’IPC sopracitata, si è svolto uno straordinario scambio di opinioni tra i relatori: l’ambasciatore iraniano in Messico, Abolfazl Pasandideh, l’ex presidente della Guyana Donald Ramotar e gli attivisti cattolici statunitensi padre Harry Bury e Jack Gilroy. Di fronte a “una delle guerre più irrazionali della storia contemporanea”, l’ambasciatore Pasandideh ha invitato scienziati, pensatori e intellettuali di mentalità libera “a diventare più attivi e a liberare il regno del pensiero dal monopolio del razzismo e del radicalismo. Gli strumenti dei pensatori e degli intellettuali sono la penna e la parola. Con la penna e la parola è anche possibile neutralizzare gli effetti delle armi”.
L’ambasciatore ha denunciato i gruppi estremisti che uccidono in nome della religione, anche in nome dell’Islam, sottolineando che lo spirito dell’Islam è “una religione di amicizia e pace, come lo spirito dei cattolici e dei cristiani”, espresso in modo così bello e umile da padre Bury.
Si è trattato di un dialogo che ha superato i confini nazionali, culturali e religiosi, del tipo che, se fosse la modalità prevalente delle relazioni internazionali piuttosto che l’eccezione, significherebbe la fine della guerra. Per seguire i futuri incontri dell’IPC, visitate il sito https://schillerinstitute.com/international-peace-coalition/.