di Helga Zepp-LaRouche

È in corso una rivolta contro Macron, in Francia; il caos sulla Brexit in Inghilterra; la probabile continuazione delle vecchia e fallace politica da parte dei partiti SPD, CDU e CSU, in Germania. Nelle più popolose nazioni dell’Europa i nodi vengono al pettine, dopo anni e anni di politiche neoliberiste. L’Unione Europea, un “impero” come sostiene anche il Ministro francese dell’Economia e delle Finanze Bruno La Maire, segue il destino di ogni impero: la disintegrazione a medio termine a causa del conflitto di interessi tra i privilegi delle élite al potere e il bene comune dei popoli, e anche a causa dell’estensione esagerata. I gilet gialli francesi hanno espresso una collera covata da tempo, a fronte di politiche favorevoli ai ricchi, alle banche e agli speculatori. Lo Stato francese ha per anni incoraggiato l’acquisto di automezzi con motore diesel, tanto che, nel momento in cui Macron ha presentato un piano per la loro rottamazione, circa il 62% delle automobili e il 95% dei camion era a diesel. All’evidente sensazione di essere stati traditi dai politici, i cittadini francesi si sono sentiti minacciati dalla nuova tassazione ecologista. La goccia ha fatto traboccare il vaso: la protesta si è diffusa rapidamente, coinvolgendo agricoltori, camionisti, pescatori, sindaci e studenti, tutti stufi del processo quarantennale di arricchimento degli strati già più abbienti della società.

La capitolazione di Macron sul piano fiscale è stata tardivo; ormai è fuori della bottiglia il genio della resistenza a un sistema sconsiderato e profondamente ingiusto.

I provocatori mescolati ai dimostranti non sono comunque riusciti a snaturare il carattere del movimento dei gilet gialli. Il dispiegamento di quasi novantamila poliziotti e gendarmi l’8 dicembre, motivato dal monito del portavoce dell’esecutivo Benjamin Griveaux a proposito delle mire golpiste dei provocatori, si è sovrapposto a una dichiarazione del sindacato di polizia di solidarietà con i gilet gialli. Il movimento di protesta, manifestazione ampiamente indipendente dai partiti organizzati tradizionali, ha subìto una trasformazione qualitativa in poche settimane; la rabbia iniziale si è tradotta in un processo dialettico tra vari strati della popolazione francese, in una discussione sulla natura e sullo scopo della società stessa, sull’ingiustizia di un governo che priva il popolo dei minimi mezzi di sussistenza.

Non sappiamo se questo processo maturerà in una riedizione della Rivoluzione Giacobina o in una nuova classe politica frutto di una vittoria per il bene comune; l’esito dipenderà essenzialmente dalla presenza o meno di dirigenti politici genuini, che possano rappresentare in modo credibile il nuovo paradigma.

Nel Regno Unito, la destabilizzazione del governo ha assunto una forma differente, ma potrebbe portare a esiti non meno gravi, nel caso di un’uscita disordinata dall’UE. Per Theresa May, Primo Ministro già sconfitta in Parlamento, allorché tentò di tenere il segreto su un consiglio legale ricevuto sulla Brexit negoziata con Bruxelles, si prospetta un nuovo scontro con il Parlamento sul testo dell’accordo, che avrebbe dovuto avvenire l’11 dicembre, ma che ha rinviato a data da definire. Se i parlamentari le diranno che il testo non va bene, le modifiche imposte potranno non piacere alla Commissione Europea…

Una Brexit caotica potrebbe essere una minaccia per i trafficanti di derivati nella City di Londra, un’altra goccia per un vaso colmo. L’opzione di abbandonare il mandato per la Brexit, d’altra parte, potrebbe innescare un’esplosione politica. In ogni caso, il destino della May sembra segnato. Con nuove elezioni, Jeremy Corbyn del Partito Laburista potrebbe entrare in gioco, con un programma di ripristino della capacità industriale della Gran Bretagna.

Anche in Germania, la nazione più popolosa e più economicamente rilevante, la trasformazione politica suggerisce grande instabilità. Con l’elezione di Annegret Kramp-Karrenbauer (AKK) al vertice della CDU Angela Merkel ha potuto forse tirare un respiro, ma non molto di più. La vittoria di AKK sul concorrente Friedrich Merz è stata stretta, tanto che l’influenza dell’ala liberista e neoconservatrice della CDU è rimasta forte. Esponenti di quest’ala potrebbero esprimere un nuovo Cancelliere prima delle elezioni europee di maggio. Poiché la stessa AKK è vista come un falco, per il rigore sulla politica europea e per la sua visione della Russia, tutto sembra opporsi alla speranza che la sua elezione potrà porre fine al paradigma neoliberista che ha comportato la disfatta dei due partiti tradizionali. Difficile è sperare nell’allineamento lungo la “Nuova Via della Seta”.

Il denominatore comune tra i governi francese, britannico e tedesco è nella loro incapacità di comprendere le ragioni dei cambiamenti politici degli ultimi due anni. Si cominciò con la Brexit, passando poi per la sconfitta di Hillary Clinton, quindi per l’elezione in Italia del “governo del cambiamento” e arrivando alle proteste dei gilet gialli francesi. Questi fenomeni e altri (simili tendenze in Belgio, Romania, Bulgaria, Serbia, ecc.) hanno in comune qualcosa: i popoli in subbuglio non tollerano più l’inequità delle politiche dell’establishment neoliberista. Anche i rappresentanti di quest’ultimo hanno qualcosa in comune: sono inclini alla convinzione quasi isterica di essere i migliori, i più saggi e i più grandi, di non poter mai perdere un’elezione e che quindi Putin debba per forza essere responsabile della loro sconfitta elettorale. Potrebbe essere che ne siano intimamente convinti oppure che riflettano semplicemente una forma di pensiero gregario che li porti a credere alle storie raccontate agli elettori: la questione è ancora irrisolta.

Comunque sia, a sei mesi dalle elezioni europee, la Commissione Europea potenzia la {task force} esistente dal 2015 per combattere le presunte interferenze russe, più che raddoppiando il bilancio annuale dal 2019 in poi (5 milioni di euro). In coordinamento con i social network come Google, Facebook, Twitter, ecc., che fanno tutti parte dell’apparato di sorveglianza del “Deep State” negli Stati Uniti, questa task force dovrebbe facilitare gli scambi sulle presunte fake news e sulle interferenze russe nelle campagne elettorali. E non dovrebbe sorprendere il fatto che stiano accusando la Russia di star dietro al movimento dei gilet gialli!

Fortunatamente, sempre più governi europei si stanno concentrando sulla cooperazione con la Russia, con la Cina e con Donald Trump, per quanto egli sia assillato dal “Deep State”. La rivista Forbes riferisce che Michele Geraci, sottosegretario nel Ministero per lo Sviluppo Economico ha affermato, di ritorno da un viaggio a Washington, che l’Italia e la Cina stanno promuovendo rapporti economici reciproci e che Roma dà il benvenuto agli investitori cinesi per espandere il programma della Nuova Via della Seta presso le nazioni europee.

Le infrastrutture italiane sono in crisi da tempo, ha detto, mentre la Cina sta attuando un programma economico ambizioso e ha dato prova di essere un investitore altamente affidabile in oltre sessantacinque Paesi. Da questo punto di vista, molti altri membri dell’UE, che stanno cercando di ostacolare gli investimenti cinesi, si sono esclusi dal potenziale di collaborazione con la Cina.

Dovrebbe far pensare che l’Italia – il cui nuovo governo è il risultato dell’opposizione degli elettori all’austerità dettata da Bruxelles e allo scontro con la Russia, con la Cina e con l’Amministrazione di Trump – sia relativamente stabile rispetto a Francia, Germania e Gran Bretagna. La stessa osservazione vale per il Portogallo, la prima nazione europea ad aver firmato un formale accordo di cooperazione con la Cina per lo sviluppo della Nuova Via della Seta e altri diciassette accordi specifici.

V’è in realtà una via d’uscita da tutte queste crisi in Europa: le nazioni nuovamente sovrane in Europa dovrebbero cooperare, in una alleanza delle patrie (come la intese il Gen. de Gaulle) e collaborare con la Cina, la Russia e l’America di Trump per sviluppare la Nuova Via della Seta a vantaggio di tutti. Anziché militarizzare i confini dell’Unione Europea, nell’illusione che i nuovi limes possano isolare l’oasi europea, dovrebbero creare un sistema assolutamente nuovo di rapporti internazionali, in seno al quale collaborerebbero tra pari e sulla base del mutuo sviluppo esteso all’Africa, all’Asia e all’America Latina, superando lo stato di sottosviluppo e di povertà tramite la trasformazione della Nuova Via della Seta nel Ponte Terrestre Mondiale. Ci si salva soltanto aiutando gli altri.