Elizabeth Warren: i trattati di libero scambio favoriscono solo le multinazionali

La senatrice americana Elizabeth Warren si profila sempre più come paladina di quella larga schiera di americani che ritiene Wall Street il principale problema dell’economia USA. Il 25 febbraio la Warren ha denunciato un’altra iniziativa fortemente caldeggiata dall’amministrazione Obama, la Trans-Pacific Partnership (TPP). Si tratta dello stesso tipo di accordo che gli Stati Uniti vogliono concludere con l’Europa, la Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP).

La Warren, in un articolo sul Washington Post, ha lanciato i propri strali contro la giurisdizionalità sovrannazionale del cosiddetto “Investor-State Dispute Settlement” (ISDS), un aspetto comune ai due trattati. La Warren ha scritto che l’ISDS non solo “altererebbe le regole” a favore delle imprese, ma minerebbe la sovranità nazionale. Nel caso che un’impresa multinazionale sia insoddisfatta delle leggi nazionali in un paese in cui opera – che riguardino le banche, il salario minimo, sostanze proibite ecc. – l’impresa potrebbe avviare un’azione legale non nei tribunali di quel paese ma presso una corte d’arbitrato internazionale, che non è appellabile e che sarebbe composta di avvocati d’affari.

Come ha evidenziato il sen. Bernie Sanders, questi accordi di libero scambio sono scritti dai “dirigenti delle grandi imprese, le quali si aspettano enormi vantaggi finanziari” dagli stessi, mentre i legislatori americani, che rappresentano il popolo, vengono tenuti all’oscuro.

Nell’Unione Europea, alcuni parlamentari hanno avuto accesso ristretto ai documenti, ma hanno dovuto giurare di non rivelarne il contenuto.

In risposta all’intervento della Warren, la Casa Bianca ha immediatamente risposto che “l’ISDS non può chiedere e non chiederebbe alle nazioni di modificare leggi e regole”. Ma la Warren non aveva lamentato questo pericolo, bensì la possibilità che una grande banca o multinazionale possa sostenere che tali leggi abbiano ingiustamente danneggiato i propri interessi ed esigere “milioni – e persino miliardi – di dollari d’indennizzo” pagati dal contribuente.

Tra i precedenti citati dalla senatrice: un’impresa francese ha denunciato l’Egitto dopo l’aumento del salario minimo; un’impresa svedese la Germania per l’uscita dal nucleare; un’impresa olandese la Repubblica Ceca per non aver salvato una banca parzialmente di proprietà dell’impresa stessa; Philip Morris ha fatto ricorso all’ISDS per impedire all’Uruguay di introdurre nuove regole che mirano a ridurre il fumo.

L’ISDS potrebbe alla fine essere escluso dal TTIP, ma c’è un altro pericoloso e controverso elemento: il Regulatory Cooperation Body.