Il primo ciclo di colloqui tra Stati Uniti e Iran in Svizzera, mediato dal Qatar e dal Pakistan – le due parti non hanno ancora avviato un dialogo diretto – si è concluso il 21 giugno con un accordo su una tabella di marcia per giungere a un accordo definitivo entro 60 giorni. Cosa molto importante, è stata istituita una “cellula di risoluzione dei conflitti” per garantire la fine delle operazioni militari in Libano, che il ministro degli Esteri iraniano Araghchi (foto) ha definito la “il primo vero banco di prova” dei negoziati. Tale prova è già in corso: Israele rifiuta di lasciare il Libano meridionale (e “nulla potrà cambiare questa situazione”, sostiene il primo ministro Netanyahu), mentre l’Iran ha subordinato la riapertura dello Stretto di Ormuz a un vero e proprio cessate il fuoco in Libano. La possibilità di pace è reale, ma molto fragile.
Anche se le ostilità dovessero cessare, i danni non sarebbero finiti. Secondo le stime del mercato energetico, circa 15 milioni di barili al giorno di petrolio – e il suo equivalente energetico in gas naturale liquefatto – mancheranno all’offerta mondiale fino a ben oltre il 2027, deprimendo un’economia già intrappolata nella “bolla omnibus” del debito a leva e dei derivati. Gli effetti si faranno sentire, come spesso accade, sui più poveri. L’ultimo rapporto delle Nazioni Unite sugli “Hotspot della fame” avverte che centinaia di milioni di persone rischiano un aggravamento della fame proprio mentre gli aiuti alimentari e umanitari vengono drasticamente ridotti.
Ciononostante, il mondo si trova ora a un punto in cui si potrebbe realizzare una svolta, che metta in moto una dinamica nuova e molto diversa. Tale sarebbe l’effetto dell’inserimento nell’agenda del Piano Oasi Allargato dello Schiller Institute.
Sul fronte Ucraina-Russia, i leader dell’E3, insieme alla NATO, continuano a far degenerare il conflitto, fornendo a Kiev i mezzi per sferrare attacchi più frequenti e più gravi sul territorio russo poiché, contrariamente alla propaganda diffusa, l’Ucraina non sta avanzando sul campo. Benché nessuno dei leader dell’Europa occidentale sia disposto a rinunciare ai propri programmi di riarmo e di economia di guerra, né alle proprie illusioni di creare un “impero europeo”, crescono le divisioni sulla necessità di avviare colloqui con il presidente russo Putin e di accettare la fine della guerra.
Nel frattempo, sia i russi che gli iraniani hanno ormai perso quel poco di fiducia che riponevano nelle “potenze occidentali”, a cominciare dagli Stati Uniti. Più a lungo si protrarranno questi conflitti con i presunti “nemici”, più il mondo transatlantico sprofonderà nel collasso economico e finanziario e nella depravazione culturale. Per evitarlo, devono cooperare con la Maggioranza Globale e accettare un approccio “win-win”.