McKinsey e la bolla speculativa: non si può fare la frittata senza rompere le uova

A quasi tre lustri dallo scoppio della crisi finanziaria mondiale non occorre un genio per riconoscere che la politica monetaria delle banche centrali ha costruito la più grande bolla finanziaria della storia. Nonostante la narrazione ufficiale del “non vi preoccupate, l’inflazione è transitoria”, i colpevoli sanno bene che la bolla è fuori controllo e che scoppierà col botto o con l’iperinflazione.
Ora l’attenzione è concentrata sulla riunione della Fed il 13-14 dicembre, in cui si deciderà se continuare con il Quantitative Easing allo stesso ritmo, o ridurlo (“tapering”) sulla scorta dei timori inflazionistici. Molti sanno che una riduzione del QE causerebbe una brusca “correzione” dei valori finanziari, minacciando un collasso generale.
In questo contesto, il McKinsey Global Institute ha pubblicato uno studio che tenta di cuocere la frittata senza rompere le uova. Intitolato “The rise and rise of the global balance sheet” (https://www.mckinsey.com/industries/financial-services/our-insights/the-rise-and-rise-of-the-global-balance-sheet-how-productively-are-we-using-our-wealth/), lo studio ha il merito mappare in una certa misura il divario tra l’economia fisica e i valori finanziari, suggerendo però una impossibile soluzione all’interno del sistema, per di più “riequilibrando” l’economia con gli investimenti “sostenibili”, cioè improduttivi.
Lo studio è stato presentato il 24 novembre a Francoforte, assieme al pensatoio che funge da interfaccia tra le banche centrali e il settore privato, e indirizzato al nuovo governo tedesco. Il pensiero corre a Maynard Keynes, quando dedicò il suo libro al governo tedesco nel… 1936.
In un promemoria per il cancelliere in pectore Olaf Scholz, il presidente dell’Official Monetary and Financial Institutions Forum (OMFIF), David Marsh, ha scritto che lo studio “sostiene la tesi che gli acquisti massicci di titoli pubblici da parte delle banche centrali con il quantitative easing hanno fatto sì che i flussi nel settore immobiliare, che ora si stima rappresentino i due terzi dei titoli mondiali, si auto-perpetuino” e ciò “contribuisce sensibilmente all’aumento del divario di ricchezza nel mondo”.
Esaminando un gruppo di dieci Paesi che rappresenta il 60% del PIL mondiale (USA, Cina, Giappone, Germania, Francia, UK, Australia, Svezia, Canada e Messico), lo studio calcola che “dal 2000 al 2020, i titoli finanziari, come azioni, obbligazioni e derivati, sono passati da 8,5 a 12 volte il PIL. Man mano che crescevano i prezzi dei titoli, per ogni dollaro di nuovi investimenti netti si creavano in media quasi due dollari di debito e circa quattro di esposizione totale compreso il debito”. Tuttavia, nel gruppo di nazioni esaminate si registra un grande divario tra la Cina, con poco più di un dollaro, e il Regno Unito con quasi cinque dollari.
Lo stesso Marsh ammette che il fatto che due terzi degli investimenti siano finiti nell’immobiliare e solo il 20% in “altri asset fisici che trainano la crescita economica” rappresenta “un grave fallimento nell’allocazione delle risorse, fallimento che richiederà un’azione governativa per essere corretto, alla luce della crescente necessità di affrontare i problemi sociali e i cambiamenti climatici”.
Lo studio di McKinsey conclude che per riequilibrare l’economia occorre investire “nella sostenibilità e in case abbordabili”. Naturalmente, costruire case a buon mercato è un’ottima idea ed una necessità urgente. Tuttavia, ciò non basta a raddrizzare l’economia e soprattutto non sgonfierà la bolla speculativa, di cui viene favorita la mutazione in una bolla verde, aumentando il gap con l’economia fisica a produttività ridotta, grazie alla cosiddetta transizione energetica. L’unica soluzione è una riorganizzazione fallimentare del sistema e un vero programma di ripresa lungo le linee delle “Quattro Leggi” di LaRouche. (https://schillerinstitut.dk/si/wp-content/uploads/2016/12/LLR-Four-Laws.pdf)