La Tailandia si prepari a sfruttare la fusione nucleare

Il 27 gennaio 2016 il quotidiano tailandese The Nation ha pubblicato un editoriale a firma di John Draper e Peerasit Kamnuansilpa dal titolo “Come la fusione nucleare potrebbe risolvere il dilemma energetico della Tailandia”. I due autori innanzitutto ricordano che il programma del Ministero dell’Energia è di avere entro il 2036 il 5% di energia prodotta dall’atomo. In seconda battuta, però, precisano che sarebbe meglio affidarsi alla fusione nucleare, poiché offrirebbe ancora più vantaggi. La ricerca a livello internazionale è concentrata sul completamento entro il 2019 del Tokamak denominato ITER e su ulteriori passi a partire da questo, ma gli autori ricordano che nel mondo sono in corso altre sperimentazioni su progetti di minori dimensioni, dai risultati a più “breve termine”.

Passano in rassegna alcuni di questi esperimenti promettenti, alcuni dei quali dovrebbero dimostrarsi entro il 2020 metodi efficaci e stabili di produzione energetica. Per alcuni di questi esperimenti si tratta semplicemente di una riattivazione di una linea di ricerca pluridecennale.

La loro conclusione è che la Tailandia si debba preparare all’era della fusione nucleare, ricordando come la Malesia ha investito, tramite il suo fondo nazionale chiamato Khazanah Nasional Berhad, nella ricerca di General Fusion (Canada) sul progetto di fusione di un bersaglio magnetizzato.

“La Tailandia può fare di meglio”, aggiungono. “Può finanziare i ricercatori delle università nazionali e delle industrie private che con esse collaborano per costruire reattori di fusione propri”.

Rispondono ai lettori scettici che la Tailandia mantiene in funzione da decenni alcuni reattori di ricerca (il primo è del 1962, acquisito grazie al programma di Atomi per la Pace) e che “sviluppando la tecnologia dei reattori di fusione, la Tailandia sarà in grado di capitalizzare sul reattore Tokamak quando una sua versione sarà resa disponibile alla produzione stabile d’energia”. Indicano infine che i Paesi vicini sono “già più avanti di noi in termini di ricerca, sviluppo e innovazione. Detta semplicemente, i ritorni di lungo periodo della ricerca e dello sviluppo sono tali da giustificare gli investimenti, che la fusione ‘a breve termine’ sia fattibile o no”.

Gli autori descrivono tale iniziativa come “adottare un paradigma di sviluppo umano interamente nuovo”.

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