JPMorgan preannuncia l’uragano che ha contribuito a creare

Il 31 maggio, l’AD di JP Morgan Chase, Jamie Dimon (foto), ha fatto sensazione quando ha detto che “un uragano” sta per colpire l’economia mondiale. Dimon ha detto di dover correggere al peggio le stime precedenti. “Avevo detto che si addensavano nubi di tempesta, ma le nubi sono grandi. È un uragano”, ha dichiarato ad una conferenza organizzata da AllianceBernstein.

Le banche centrali “non hanno scelta, perché c’è così tanta liquidità nel sistema” ha continuato. “Devono toglierne un po’ per fermare la speculazione, ridurre i prezzi immobiliari e roba del genere”.

Il rientro comporta la fine degli acquisti di titoli del Tesoro, il che ne provocherà l’aumento delle rendite e indurrà “volatilità nel mercato”. “Si tratta di un grande cambiamento nei flussi di denaro nel mondo. Non so quale sarà l’effetto, ma mi aspetto, al minimo, una grande volatilità”.

Il monito di Dimon suona come l’assassino che chiama l’ambulanza per la vittima a cui ha appena sparato. Mentre l’intenzione di scoraggiare la Fed a proseguire con la stretta di liquidità è palese, egli e la sua banca recano una grande responsabilità per l’uragano in arrivo.

Quelli che Dimon indica come fattori principali dell’uragano, ovvero l’aumento dei prezzi del petrolio e la stretta monetaria, sono il risultato e la reazione a decenni di espansione monetaria e tassi negativi che hanno creato la più grande bolla speculativa della storia. In aggiunta, la svolta verso la “finanza verde” ha comportato disinvestimenti nelle energie fossili; in tutti questi fattori, JPMorgan ha svolto un ruolo di primo piano.

Le banche centrali hanno reagito alla crisi finanziaria globale inondando i mercati con liquidità, un’azione testimoniata dall’esplosione dei loro bilanci. Durante i mandati di Bernanke, Yellen e Powell, il bilancio della Fed è passato da 800 miliardi di dollari nel maggio 2008 a 8,9 trilioni di dollari nel maggio 2022; un aumento del 911 per cento in appena 14 anni!

Queste operazioni di mercato sono state eseguite dalla Fed di New York, che è di proprietà di una manciata di megabanche di Wall Street, capeggiate da JPMorgan Chase, seguita da Citigroup, Goldman Sachs, Morgan Stanley e Bank of New York Mellon. Così, JPMorgan e le sue sorellastre distribuivano soldi della Fed con la mano destra, mentre intascavano con la sinistra. Il salvataggio della Fed si è ripetuto dopo il 17 settembre 2019, quando il mercato interbancario si è nuovamente bloccato. Come ha scritto Wall Street On Parade, “nell’ambito di appena tre dei programmi di salvataggio di emergenza offerti dalla Fed a Wall Street, JPMorgan Chase ha ricevuto oltre 6 trilioni di dollari di prestiti cumulativi (aggiustati alla scadenza) dal 17 settembre 2019 al 31 marzo 2020. Una cifra che salirà sicuramente quando la Fed pubblicherà i dati dei trimestri successivi.”

Quelle banche hanno usato i prestiti della Fed non per investire nell’economia reale, ma per la speculazione ad alto rischio. Le cinque megabanche elencate sopra detengono l’86% dell’esposizione totale in derivati (in valore nozionale). Insieme sono esposte per 200,18 trilioni sui 234 trilioni totali delle 25 maggiori banche e finanziarie USA, secondo il rapporto trimestrale del Comptroller of the Currency https://www.occ.gov/publications-and-resources/publications/quarterly-report-on-bank-trading-and-derivatives-activities/files/pub-derivatives-quarterly-qtr4-2021.pdf) .
Mentre si dava da fare per alimentare la bolla che ci ha portato inflazione dei prezzi energetici e del cibo, Jamie Dimon si è ben guadagnato l’appellativo di “bankster”, ricevendo ben cinque incriminazioni per reati finanziari, tutte ammesse, dalle quali è uscito indenne con un patteggiamento dopo l’altro.
E mentre l’uragano sta per impattare sulla vita delle famiglie e dei produttori, Dimon ha poco da temere: alla fine di gennaio il consiglio d’amministrazione di JPMorgan Chase ha aumentato il compenso del suo manager a 34,5 milioni di dollari per il 2021, il 10% in più dell’anno precedente.
Fermare l’uragano si può. Se ne parlerà alla conferenza dello Schiller Institute il 18-19 giugno.