Gli speculatori danno la colpa del crollo in Borsa al Coronavirus

Non v’è dubbio che la diffusione del Coronavirus al di fuori della Cina abbia provocato il panico sui mercati azionari. Negli Stati Uniti, i mercati hanno subito un calo tra il 10% e il 13% in una sola settimana. Il Wall Street Journal stima che almeno 3.600 miliardi di dollari in valori azionari siano stati spazzati via in cinque giorni. Non c’è dubbio che la prospettiva di una pandemia, con richieste di quarantena, chiusura di esercizi commerciali e di fabbriche, e perdita di posti di lavoro, abbia un effetto sull’economia.
Mentre il Coronavirus è stato il fattore scatenante delle svendite, è tuttavia in arrivo una “correzione”, o addirittura un crac, per il fatto che la combinazione di politiche economiche neoliberiste e di politiche creditizie espansive delle banche centrali ha devastato l’economia reale, alimentando una bolla azionaria fuori controllo. Questa bolla è cresciuta nello stesso momento in cui i profitti delle imprese sono diminuiti, le società hanno assunto livelli di indebitamento insostenibili e sono anche schizzati i debiti delle famiglie e del governo, rendendo il sistema finanziario maturo per un crollo.
Quando, a metà settembre del 2019, la Federal Reserve assunse la responsabilità dei “repo-loans”, si avvertiva già l’imminente “recessione”. Si disse che l’intervento della banca centrale sarebbe durato solo poche settimane, per fornire liquidità alle società illiquide e agli hedge fund. La Fed ha invece continuato a essere la fonte di liquidità per i prestiti repo a tutt’oggi e nel futuro indefinito, oltre infondere mensilmente 60 miliardi di dollari in Quantitative Easing (benché i funzionari della Fed neghino che si tratti di una continuazione del QE). Anche se questo accordo ha impedito un crollo in stile domino delle società e delle banche in difficoltà a breve termine, il flusso di nuovi fondi alle società zombie e agli istituti finanziari non è stato un segno di salute economica, in quanto è servito solo a pompare più aria nella bolla!
Dato che la settimana scorsa i timori dell’effetto del Coronavirus hanno fatto precipitare i mercati azionari, è ironico notare che le stesse condizioni che favoriscono la diffusione della pandemia derivano dalle politiche neoliberiste. Tra queste non solo la delocalizzazione della produzione nei Paesi poveri, ma anche l’austerità richiesta per “ridurre i deficit”. L’austerità, a sua volta, ha portato a una riduzione della spesa sanitaria pubblica, alla chiusura degli ospedali, alla perdita complessiva di posti letto e a un abbassamento dei livelli nutrizionali. Queste cose rendono le nazioni più vulnerabili alle epidemie, aumentando la possibilità che nuove malattie raggiungano livelli pandemici.
Durante il crac finanziario del 2007-2008, i governi del mondo transatlantico non riuscirono ad agire in modo adeguato e tempestivo. Invece, hanno salvato gli speculatori mentre affamavano l’economia fisica e hanno permesso alle aziende in bancarotta di aumentare i propri debiti, invece di ridurli o cancellarli. Ma non è troppo tardi per adottare i cambiamenti indicati dall’economista Lyndon LaRouche nelle sue Quattro Leggi.