Hotel Nazionale, Roma, 6 giugno 2007

Un po’ rapidamente perché so poi che l’autorevole collega Tremonti ha un impegno televisivo e quindi alle venti ci deve lasciare. Io sono d’accordo su molte cose, ovviamente non su tutte, che ha introdotto nella nostra discussione Lyndon LaRouche. In particolare sull’impianto storico-analitico, vorrei brevemente ricordare.

A mio avviso, effettivamente a metà degli anni Settanta è intervenuta quella che io chiamerei, prendendo a prestito l’espressione di Karl Polanyi, la seconda grande trasformazione del sistema capitalistico moderno. La quale a mio avviso ruota attorno (e qui mi distinguo ovviamente un po’ da LaRouche) a tre grandi, enormi fenomeni che hanno avuto nel corso dell’ultimo quarto di secolo e all’inizio di quello attuale, un’influenza enorme.

Il primo è indubbiamente la decisione assunta il 15 agosto, se la memoria non mi falla, del 1971 della non-convertibilità del dollaro in oro da parte di Richard Nixon, la quale ha sconvolto gli assetti monetari internazionali che il mondo si era dato con Bretton Woods e dopo la seconda guerra mondiale. Da lì la spinta alla finanziarizzazione, alla volatilità dei capitali e al loro disancoramento dalla produzione materiale è stata davvero molto, molto forte. Il sistema internazionale è diventato un sistema di debiti e di crediti. C’è una bella espressione di uno studioso francese che io amo molto, Marc Bloch, che definisce il sistema capitalistico un sistema dove i debiti sono inesigibili perché non converrebbe a nessuno tracciare una riga e chiedere il saldo perché alcuni sistemi crollerebbero, e probabilmente crollerebbe il sistema mondiale.

Il secondo grande avvenimento, che invece mi pare che LaRouche sottovaluti, è lo choc petrolifero cosiddetto, che ha fatto emergere un protagonismo al livello mondiale dei paesi produttori di petrolio e che è all’origine di molti problemi attuali, ma che ha anche introdotto nell’Occidente, e questo per me è un fenomeno positivo e non negativo, un concetto di limite alle possibilità dello sviluppo puramente quantitativo.

Il terzo grande avvenimento, che però per chi parla è l’avvenimento fondamentale, è l’elemento dominante e caratterizzante della globalizzazione capitalistica attuale – e dico attuale perché di globalizzazioni ne abbiamo avute più d’una. Pensiamo a quella antecedente la prima guerra mondiale, e antecedente alla rivoluzione sovietica che ha spezzato l’unicità del sistema capitalistico mondiale; diciamo la globalizzazione post-’75 e soprattutto post-’89 è caratterizzata da un fenomeno diciamo così più di fondo e cioè la trasformazione a mio avviso del paradigma produttivo, quello che gli studiosi di imprese industriali chiamano il passaggio dal fordismo, cioè dalla produzione di massa attraverso la catena di montaggio al post-fordismo che alcuni individuano nell’esperienza giapponese del Toyotismo, e comunque al “just in time”, alla produzione focalizzata sulla domanda specifica di mercato, e a una (questo è il punto essenziale) articolazione produttiva al livello mondiale. Se io dovessi dire che cos’è la globalizzazione attuale rispetto a quella analizzata da Lenin o da Hilferding nei primi quindici anni del ‘900, direi che è l’articolazione produttiva. Cioè, le grandi imprese, a cominciare da quelle tecnologicamente sviluppate, hanno un centro pensante, un corpo organizzativo in una determinata parte del mondo, che non sempre coincide con gli Stati Uniti d’America, anche se prevalentemente, e poi hanno un’articolazione produttiva su tutto il pianeta con la con sequenza di poter applicare diversi regimi salariali e diverse modalità di estrazione di quello che noi marxisti accaniti continuiamo a chiamare plusvalore.

Queste tre sono le caratteristiche dominanti della globalizzazione mondiale. Ora per quanto possa sembrare paradossale, io non propongo di cominciare solamente per modificare la situazione dall’intervento sulle modalità della produzione, dei mezzi di produzione. Propongo che si intervenga su tutti e tre i fronti, a livello mondiale. Da un lato la democratizzazione delle relazioni e dei rapporti di produzione, con la possibile generalizzazione dei diritti nel mondo del lavoro a livello mondiale. Dall’altro lato, e questa è la differenza evidente con LaRouche, mettere a valore la tutela dell’ambiente come motore un nuovo tipo di sviluppo economico e non semplicemente come limite allo sviluppo economico; e la terza questione è un nuovo ordine economico internazionale. Su questo mi pare che siamo d’accordo.

Che cosa penso? Penso sostanzialmente questo: l’altro giorno l’unico quotidiano che mi fornisce degli elementi di novità, Il Sole 24 Ore, non a caso quello del campo avversario (bisogna leggere i giornali degli altri, perché i propri sono solamente consolatori) riportava un brillante articolo di Platero sulle contraddizioni degli istituti economici internazionali. Per esempio ricordava che il potente Fondo Monetario Internazionale ha erogato nell’anno passato uno stock di crediti pari a quindici miliardi di dollari. Sette anni fa la cifra complessiva era di settanta/ottanta miliardi di dollari, a fronte di una dotazione di cento miliardi di dollari. Va tenuto presente che le riserve presenti in Cina sono stimate attorno a mille duecento miliardi di dollari. Quindi le riserve monetarie cinesi hanno ovviamente una quantità soverchiante rispetto alla disponibilità del Fondo Monetario Internazionale. Allo stesso tempo la Banca Mondiale soffre della concorrenza che subisce da parte delle banche private per quanto riguarda il finanziamento di progetti, per esempio progetti infrastrutturali, di sviluppo, nei paesi emergenti cosiddetti in via di sviluppo o che comunque sono in grado di offrire una mercato favorevole. Quindi malgrado l’ambizione e a volte la prepotenza, come giustamente ci ha insegnato Stiglitz, del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, questi organismi conoscono una crisi, così come conosce una crisi l’attuale fase della globalizzazione.

Bisogna quindi pensare, ed è il momento di farlo, a nuove soluzioni. In sostanza, anche se il discorso potrà apparire molto teorico, io penso a un recupero del modello keynesiano nella sua, direi, interezza. Sia per ciò che riguarda il concetto di intervento pubblico nell’economia, sia per ciò che riguarda la difesa dello sviluppo del “welfare state”, che in Europa è stato qualcosa di diverso storicamente che semplicemente la soluzione ai problemi della sopravvivenza, della riproduzione della forza lavoro, perché è stato un modo specifico di produzione diverso tanto dal modo specifico inteso in senso stretto di produzione capitalistico quanto dai sistemi di socialismo reale. E’ stato un modo di produzione statuale. E infatti è sottoposto in tutto il mondo da parte della finanza privata, dai hedge funds fino ai fondi pensione, a un tentativo di smantellamento e di appropriazione, che non è un fenomeno di liberalizzazione come crede il mio amico Tremonti, che quindi è un miglioramento della concorrenza e delle chance per i cittadini, ma è segnatamente una soverchiamento della finanza sulla politica economica degli stati e sull’economia reale, almeno come quadro di carattere generale.

Allora io penso che anche per quanto riguarda i termini monetari, la riflessione keynesiana ci torni utile. Se non ricordo male, anche se non ricordo esattamente il titolo in inglese in questo momento, è nel 1942 che John Maynard Keynes elabora una teoria che chiamò Bancor sulla moneta universale. Si è rivelata finora un’utopia, la moneta universale non c’è mai stata. Le quattro monete fondamentali, se non erro, sono lo yen, il dollaro, la sterlina e l’Euro, in cui avvengono le transazioni internazionali. Se noi potessimo pensare di fare rivivere concretamente quell’idea di creare un grande fondo mondiale, un fondo di riserva, nel quale versano i vari paesi (non solamente i quattro citati da Lyndon LaRouche, l’Europa sarebbe fuori, se le sorti della modificazione del sistema monetario dipendesse solamente dagli Stati Uniti d’America, dall’India, dalla Cina e dalla Russia). Credo che l’Europa debba avere come sistema collettivo un suo ruolo importante, se ha il coraggio di diventare da soggetto commerciale come finora è solamente stata soggetto politico e soggetto di iniziativa nel campo della politica economica mondiale, un sistema di riserva in modo tale da poter versare dei fondi e riceverli in moneta universale e riusarli nei periodi di crisi, nei periodi di transizione per fornire una sorta di cuscinetto che possa mettere il mondo al riparo da crolli, da crac e da grandi tragedie finanziarie.

Può sembrare strano che uno come me che, voglio dire, si ritiene nel campo del pensiero marxista, voglia evitare il crollo del capitalismo, però effettivamente, visto che i marxisti nel ‘900 hanno spesso discusso attorno al crollo del capitalismo e questo non si è mai realizzato, perché vi sono state varie crisi, profondissime, quella del ’29, quella del ’87, quella del ’97 per quanto riguarda i paesi del capitalismo emergente nel sudest asiatico, ma poi il capitalismo si è sempre ricostruito sapendosi modificare, io penso che noi dobbiamo abbandonare questa attesa messianica del crollo del capitalismo e pensare, come delle vecchie talpe, ad un superamento dal suo interno, spezzando le logiche ademocratiche e incontrollabili che governano la finanza mondiale, ponendosi il problema di un sistema di regole monetarie e finanziarie in cui la democrazia e il peso dei paesi reali torni ad essere valido.

Ci sarebbe un lungo discorso da fare ma lascio la parola a Tremonti, altrimenti comincia ad agitarsi perché deve andare a Otto e mezzo, dicendo solamente che ne parleremo la prossima volta, se volessimo entrare nel merito di una possibile riforma e superamento del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale e del funzionamento delle stesse Nazioni Unite, sono perfettamente disponibile. Dobbiamo però pensare al mondo non sostituendo semplicemente un’unica grande potenza con un numero più largo ma pur sempre limitato di grandi potenze ma di fare pesare, ed è questa la creatività che dobbiamo mettere nel pensare un sistema democratico mondiale, tutti i popoli, tutti i governi, possibilmente creando una camera di compensazione e di soluzione dialettica degli inevitabili conflitti senza che i conflitti si traducano in una tragedia. E in un mondo dominato dalle potenze militari, evitare le tragedie è fondamentale per la vita delle persone e per la sopravvivenza delle stesse classi in lotta, come già ebbe a dire il buon e vecchio Marx nel lontano manifesto del Partito Comunista, frase molto travisata da tutti ma il cui valore la cui valenza si comincia a comprendere oggi.

LaRouche-2007 Tremonti-2007