Incontro con Amelia Boynton Robinson

di Gianluca Polverari
da Notizie… in controluce, anno XI, numero 10, ottobre 2002

Amelia Boynton Robinson, eroina del movimento per i diritti civili dei neri americani, portò insieme a Martin Luther King il diritto di voto per la gente di colore nello Stato dell’Alabama. Nata in Georgia, negli Stati Uniti nel 1911 in una famiglia di dieci figli risultante da un incontro di schiavi africani, indiani Cherokee e progenitori europei, divenne famosa come attivista del movimento dopo aver preso parte nel marzo del 1965 ad una marcia per il diritto di voto da Selma a Montogomery (Alabama) nel corso della quale venne selvaggiamente picchiata da agenti a cavallo. A partire da questa dimostrazione, il movimento dei diritti civili diventò internazionale ed iniziò a condurre battaglie per i diritti civili dei neri, per il diritto di voto ed alla proprietà privata dell’abitazione e delle terre da coltivare. Durante gli anni Sessanta la casa di Amelia Boynton Robinson divenne il quartier generale delle battaglie per i diritti civili dei neri, frequentato da Martin Luther King e dagli altri attivisti del movimento. Nel 1964 fu la prima donna di colore dell’Alabama a candidarsi al parlamento per il Partito Democratico.

È stata insignita della medaglia Martin Luther King. Ha recentemente compiuto 91 anni ma continua la sua attività in qualità di vicepresidente dello Schiller Institute e membro del Centro Martin Luther King per il cambiamento sociale nonviolento.

In un recente discorso pronunciato in Italia, Amelia Boynton Robinson ha così descritto la sua vita:
“Raramente si dice ‘sono nata fortunata’ ed è vero. Nel mio caso, è così. Sono la settima nata di una famiglia di dieci figli, nati da George e Anna Platt[s]. Mia madre era un’attivista politica, che con la sua carrozza trainata dai cavalli portava le donne a registrarsi per poter votare, e poi anche alle urne e votare, nel lontano 1921, quando alle donne fu concesso il diritto di voto. Questo accadeva a Savannah, Georgia. In seguito la mia famiglia si trasferì a Filadelfia (Pennsylvania) dove mia madre divenne il primo segretario della Negro Chamber of Commerce. Mio padre morì nel 1934, dopo aver creato un’impresa immobiliare. Mia madre fu la prima agente immobiliare di colore registrata a Filadelfia.

Quando mi laureai al Tuskegee Institute (ora Università) divenni un’agente immobiliare nella Contea di Dallas, Alabama, di cui Selma è il capoluogo, per conto del Ministero dell’Agricoltura degli Stati Uniti. Qui incontrai mio marito, S.W. Boynton, che era un agente agricolo, anch’egli per conto del Ministero dell’Agricoltura.

Pensavo che la schiavitù appartenesse al passato, fin quando non iniziai il mio lavoro nella contea dell’Alabama. La gente di colore viveva nelle stesse capanne dei propri avi quando arrivarono dall’Africa. Alcune avevano ancora il pavimento di terra, due stanze e un piccolissimo passaggio tra di loro, e nel pavimento c’erano buche in cui sarebbe potuto cadere un bambino.
L’anno scolastico durava tre mesi, e per incoraggiare gli insegnanti a insegnare qualche mese in più, le comunità dovevano pagare in prodotti agricoli, come piselli, mais, carne, sciroppo, uova e polli. Una volta arrivato a 13 anni, un bambino doveva lasciare la scuola prima che finissero i tre mesi per preparare il terreno per il prossimo raccolto. Le finestre delle scuole erano di cartone, e quando erano chiuse, gli scolari non vedevano niente. In inverno, si aggiungeva anche il fumo della stufa negli occhi.

Ogni dicembre il capofamiglia, spesso con 10 o 12 figli, andava dal padrone della piantagione per fare i conti, e spesso veniva fuori che era lui debitore nei confronti del padrone. C’erano solo quattro elettori registrati in tutta la contea. Molti, dal momento in cui potevano votare, erano morti o avevano lasciato il paese. Scoprii che molti lavoravano per sistemare le strade della contea, pagavano le tasse, ma non potevano votare. I pochi elettori di colore che votavano, come me (mi registrai come elettrice a 21 anni, nel 1932) dovevano votare per la supremazia bianca. Le schede elettorali infatti portavano un emblema in cima, un galletto con un nastro bianco che diceva “supremazia bianca”. Ogni elettore riceveva questa scheda elettorale.
Mio marito ed io sapevamo di avere un lavoro immane di fronte a noi. Ma il vulcano vero e proprio esplose nel 1965. La gente era costretta a produrre raccolti sempre maggiori nelle fattorie, e questo spezzava loro la schiena, per sentirsi dire dal padrone alla fine dell’anno “tra un po’ finirai di pagare il tuo debito. Fai meglio l’anno prossimo”. Che cosa stavamo facendo? Stavamo insegnando scientificamente agli agricoltori come produrre raccolti maggiori per i loro padroni, ma non un reddito maggiore per loro stessi! Non andava bene. Cominciammo a chiamare a raccolta gli agricoltori adulti, incoraggiandoli a chiedere le terre in proprietà, e a produrre per se stessi. Trovammo un mercante bianco che offriva crediti per l’acquisto di un appezzamento di terreno, senza interessi per il primo anno. Molti braccianti accettarono e acquistarono, nella loro contea, appezzamenti di terreno coltivabile dai 10 ai 780 acri.

Allora registrarsi per diventare un cittadino di prima classe era una violazione della legge, e quindi mio marito ed io insegnavamo alla gente di colore a lume di candela come riempire i moduli per diventare elettori, moduli che negli anni Trenta erano solo di una pagina e mezzo. Venimmo subito presi di mira da parte di cittadini bianchi e funzionari della contea. Le minacce di morte provocarono quattro infarti a mio marito, che alla fine perse la vita quando un cittadino bianco tentò di picchiarlo nel suo stesso ufficio. Nel periodo in cui cominciammo a dimostrare per il diritto di voto della gente di colore, il governatore cambiò il modulo da una pagina e mezzo a dieci pagine, dieci domande su ogni pagina!

Quando mio marito morì a seguito delle minacce e delle percosse, il Rev. Bernard Lafayette, che il Dott. Martin Luther King mandò da noi in Alabama per aiutarci a registrare gli elettori, chiede al sacerdote di una delle più grosse chiese di fargli celebrare una messa in memoria di mio marito, e il sacerdote acconsentì. Tuttavia, quando avanzò la stessa richiesta ai funzionari della chiesa, questi ultimi furono presi dalla paura, e dissero “non celebreremo una messa per un uomo che i bianchi non amavano”. Il sacerdote disse che l’avrebbe celebrata per strada, e a quel punto i funzionari si sentirono in imbarazzo, e gli permisero di celebrarla in chiesa.

Nel frattempo lo sceriffo, Jim Clark, invitò tutti i bianchi più arrabbiati a venire nel suo ufficio per essere nominati vice-sceriffi. Quando la gente riempì la chiesa per la messa in memoria di mio parito, dovette passare in mezzo a due file di vicesceriffi, che prendevano i loro nomi e le targhe delle loro auto, e alcuni di loro entrarono perfino in chiesa. Fu la prima riunione politica di così tanti adulti di colore, nella chiesa ce n’erano almeno 350. Era venerdì sera. Lunedì, quando tornarono al lavoro, si sentirono dire che erano licenziati perché avevano partecipato alla messa in memoria di S.W. Boynton. Si arrabbiarono, perché venivano trattati alla stregua di schiavi, e invece di mandare i figli a marciare per il diritto di voto, decisero di marciare loro, e di registrarsi come elettori. Fu la prima assemblea di massa a Selma.

Il dott. Martin Luther King fece la prima visita a Selma il 2 gennaio 1965. Disgraziatamente, non fu ben accolto, perché dissero a tutti che era un ribelle e un comunista, e tutti avevano paura di lui. Così nessuno voleva ospitarlo, e venne a stare a casa mia. Misi metà del mio ufficio a disposizione della sua Southern Christian Leadership Conference. In marzo, mentre uscivo dal cortile del tribunale, in cui mi trovavo per assistere coloro che volevano registrarsi come elettori, lo sceriffo Jim Clark pretese che mi mettessi in fila con i 67 afro-americani che cercavano di entrare in tribunale per registrarsi come elettori.. Quando mi rifiutai, mi prese di forza, mi spinse per tutto il cortile, gettandomi in una camionetta e portandomi in prigione. Nel giro di un’ora mi seguirono tutte le 67 persone che erano al tribunale a registrarsi. Martin Luther King e il suo staff si riunirono e decisero di fare qualcosa, anche se non sapevano ancora cosa. Due notti dopo, un giovane di colore fu ucciso, con un colpo di pistola alle spalle, da un poliziotto. A quel punto Martin Luther King e il suo staff decisero di organizzare una marcia fino alla capitale dello stato dell’Alabama, Montgomery, e chiesero protezione al governatore dello stato.

Il 7 marzo 1965, ormai noto come “Bloody Sunday” (la domenica di sangue), 350 persone marciarono lungo il ponte Edmund Pettus a Selma, che oltrepassa il fiume Alabama, sulla strada verso Montgomery, con l’intenzione di incontrare il governatore. Ci fermarono le truppe dello stato, i vicesceriffi e la polizia. Il capo delle truppe dello stato pretese che ce ne tornassimo in chiesa. Il leader del gruppo chiese di dire qualcosa, e gli fu risposto “no, non puoi dire nulla. Uomini, attaccate!”. E ci attaccarono da tutti i lati, con sfollagente, mazze e gas lacrimogeni.
Io ero in cima alla marcia, e di conseguenza fui tra i primi a essere colpita. Quando mi rialzai, vidi intorno a me gente sanguinante, con le ossa rotte, lacerazioni dalle percosse, che tentava di tornare indietro. Ero così sconvolta che rimasi ferma lì. E quando un poliziotto venne da me a dirmi “corri!” perché tutti gli altri se ne erano già andati, rimasi lì in piedi, e così mi colpì alla schiena con uno sfollagente. La seconda volta mi colpì al collo, e caddi a terra svenuta. La televisione e i giornali riportarono che mentre ero svenuta a terra usarono i gas lacrimogeni contro di me. Ancor oggi porto gli effetti dei gas lacrimogeni in gola.

Qualcuno disse allo sceriffo Clark di mandare un’ambulanza per raccogliere i morti e feriti. Lo sceriffo rispose “non mando nessuna ambulanza, e se ci sono dei morti, che li mangino gli avvoltoi”. La persona che aveva chiesto l’ambulanza a quel punto gli disse “se non mandi immediatamente un’ambulanza, diamo fuoco a tutta la città”. A quel punto, venne un’ambulanza e mi portò all’ospedale, dove rimasi due o tre giorni.

Migliaia di persone vennero a Selma, tutte di colore. Il Rev. James Reeb, un sacerdote bianco di Boston, e altri due sacerdoti lasciarono il mio ufficio per andare a mangiare in un ristorante afro-americano. Nell’uscire, sbagliarono svolta, e si avvicinarono invece a un ristorante bianco, in cui tre uomini armati di tubi di piombo cominciarono a picchiarli. Il Rev. Reeb fu ferito gravemente. Chiamammo un’ambulanza dal mio ufficio, e fu portato a un ospedale bianco, in cui si rifiutarono di accettarlo. Allora lo portarono a un ospedale afro-americano, in cui non erano attrezzati per curarlo, quindi dovettero portarlo fino a Birmingham, a 145 chilometri di distanza. Tre giorni dopo morì.

Come saprete dai libri di storia, alla fine riuscimmo a fare la nostra marcia su Montgomery, e alla fine dell’anno il Presidente Jonhson firmò il decreto che sanciva il diritto di voto per la gente di colore, il Voting Rights Act.

Il Voting Rights Act consentì a molte persone di registrarsi come elettori, usufruendo sia di questo decreto che del Civil Rights Act del 1964 (il decreto per i diritti civili). Molti di loro andarono all’università, usufruendo del loro diritto di comportarsi come cittadini di prima classe, con i diritti e i privilegi di ogni americano.

Ma quando il decreto per i diritti civili e per il diritto di voto divennero realtà, molti giovani di colore non continuarono la battaglia. Come ha scritto l’economista e candidato democratico Lyndon LaRouche in un suo scritto recente “che cosa è accaduto all’integrazione?”, dal 1975 in poi la gente aveva la sensazione di essere già salita sul treno della prosperità. Anche se quel treno non lasciò mai la stazione. Nel 1979, quando visitai New York, incontrai un collaboratore di Lyndon LaRouche che mi parlò del suo progetto per irrigare il deserto del Sahara. Non gli diedi molto ascolto, fino a quando non disse “stiamo cercando di far scomparire la droga da alcuni quartieri poveri di New York”. A quel punto, avendo lavorato intensamente con Martin Luther King quando venne in Alabama, mi dissi “se il dott. King fosse ancora vivo, sarebbe interessato a questo progetto”. Il collaboratore di LaRouche mi invitò a un incontro a New York, e io a mia volta lo invitai in Alabama, ad un incontro che avevo organizzato. E mentre parlava di LaRouche e dei suoi programmi di sviluppo per vari continenti del mondo, divenni curiosa e volli saperne di più. Infine partecipai ad una loro conferenza, e mi accorsi del fatto che quell’uomo aveva lo stesso interesse per la gente e la stessa concezione di politica come amore per il prossimo che avevano Martin Luther King e mio marito, nell’insegnare la non violenza e l’amore per il prossimo. Nel partecipare ad altre riunioni, approfondii il mio interesse, e cominciai a dare parte del mio tempo a questa causa. Trovo che il modo migliore di aiutare gli altri sia lavorare con lo Schiller Institute negli Stati Uniti. L’unico modo in cui il mondo continuerà a godere dei diritti e dei privilegi sanciti dalla Costituzione di ogni nazione, è con la battaglia che sta conducendo il movimento di LaRouche a livello internazionale per far sì che tutti i cittadini siano veramente liberi”.