La crisi di governo in Lettonia va vista nel contesto dell’escalation della guerra contro la Russia e dell’utilizzo dello spazio aereo dei paesi NATO per i droni ucraini che penetrano le difese di Mosca. Il 14 maggio, il primo ministro Evika Silina si è dimessa in seguito alla decisione del Partito Progressista di ritirarsi dalla coalizione di governo, in reazione al licenziamento del ministro della Difesa, il membro del PP Andris Sprud. Silina aveva licenziato Sprud dopo che tre droni erano caduti in territorio lettone, due dei quali avevano colpito il terminal petrolifero East-West Transit a Rezekne, che per questo ha cessato l’attività. Sebbene la propaganda mediatica (ad esempio la BBC) sostenga che quei droni si siano “sviati” sul territorio lettone, il licenziamento del ministro della Difesa suggerisce forse che qualcuno in Lettonia pensa di aver compiuto un passo più lungo della gamba.
La creazione di “zone sicure” per colpire in profondità il territorio russo, utilizzando lo spazio aereo di paesi della NATO come Polonia, Lettonia, Lituania ed Estonia, nonché del Kazakistan, ha spinto la Russia ad abbandonare la sua strategia di evitare l’escalation e ad “attraversare il Rubicone”, come ha riferito Scott Ritter all’EIR.
In ottobre si terranno le elezioni politiche in Lettonia. Il presidente della Repubblica Edgars Rinkevics dovrà ora consultare i gruppi parlamentari per verificare se sia possibile formare una coalizione di governo, oppure nominare un governo di transizione fino alle elezioni. Il leader dell’opposizione Ainārs Šlesers (LPV) è in testa nei sondaggi. Viene definito un populista di destra ed è in qualche modo “euroscettico”. Piccolo oligarca, Šlesers ha legami con ambienti simili sia in Norvegia che in Russia.
Fonti informate sulla situazione in Lettonia hanno riferito all’EIR che, benché non vi sia alcun dibattito pubblico sul fatto che la Lettonia abbia permesso l’uso del proprio territorio per il sorvolo dei droni ucraini negli attacchi alla Russia – a causa del rigido controllo governativo sulla libertà di parola – il sentimento diffuso tra la popolazione è che qualcosa debba cambiare. Il Paese sta soffrendo una terribile crisi demografica: dall’indipendenza ha perso un terzo della popolazione, passando da circa 2,7 milioni a meno di 2 milioni.
Agli Stati baltici l’UE ha affidato il ruolo di mosche cocchiere nella strategia anti-russa, rappresentato ben da tre commissari: l’estone Kaja Kallas (Politica estera e di sicurezza), il lettone Valdis Dombrovskis (Economia, foto) e il lituano Andris Kubilius (Difesa). La loro storica russofobia si riflette anche nella politica interna, con la persecuzione dei diritti delle minoranze e la soppressione della libertà di parola. Abbiamo già trattato il caso dell’ex eurodeputata Tatjana Zdanoka, che è stata incriminata da un tribunale lettone sulla base di false accuse lanciate dal servizio di sicurezza VDD (vedi https://eir.news/2026/01/news/zdanoka-on-persecution-of-free-speech-in-lithuania/). Il voto di ottobre potrebbe essere l’inizio della “liberazione” per l’intera regione.
Intanto, il 19 maggio, il servizio di intelligence estero di Mosca (SVR) ha reso noto di essere a conoscenza del fatto che il governo di Riga avrebbe dato il permesso a quello di Kiev di usare direttamente il territorio lettone per lanci di droni ucraini verso la Russia. L’SVR ha reso note le località dove i droni sarebbero stati già dispiegati, stigmatizzando l’ingenuità delle autorità lettoni, che riterrebbero irrintracciabili i luoghi di lancio, esponendo il proprio paese a legittime ritorsioni da parte di Mosca, sottolineando che l’appartenenza alla NATO non li proteggerà da quest’ultime.