Si può discutere su che cosa si esaurirà per primo: le munizioni statunitensi o le riserve strategiche di petrolio. Ciò che è certo è che entrambe si esauriranno, se l’attuale guerra contro l’Iran dovesse continuare. Al ritmo attuale, le riserve strategiche di petrolio e gas raggiungeranno il livello minimo operativo entro settembre/ottobre. Finora, le riserve strategiche delle aziende e del governo hanno compensato il petrolio mancante proveniente dal Golfo, impedendo così un’impennata dei prezzi del petrolio. Ma se settembre/ottobre arriverà con lo stretto ancora chiuso, il “cuscinetto” che ha impedito ai prezzi di salire ancora di più sarà scomparso. A quel punto, il mercato rifletterà l’equilibrio puro tra domanda e offerta, non più quello tra domanda, offerta e cuscinetto.
Amrita Sen, direttrice del settore market intelligence presso Energy Aspects, ha recentemente dichiarato al Financial Times che i circa 400 milioni di barili di scorte commerciali in eccesso di cui disponeva il mercato globale all’inizio dell’anno si sono ridotti quasi a zero.
Anche le riserve governative sono basse. L’Agenzia Internazionale per l’Energia ha annunciato il 17 luglio che i paesi membri hanno già immesso sul mercato quasi tre quarti dei 400 milioni di barili previsti dal rilascio coordinato delle scorte di emergenza annunciato a marzo, lasciando, a quel ritmo, solo poche settimane di approvvigionamento. Ciò significa che sono stati esauriti 700 milioni di barili, tra scorte private e governative. A ciò si aggiunge un’ulteriore riduzione specifica degli Stati Uniti: la Riserva strategica di petrolio è ora vicina ai minimi del 1983, attestandosi a circa 320-340 milioni di barili rispetto alla sua capacità di 714 milioni di barili, sebbene il Dipartimento dell’Energia abbia definito i rilasci come uno scambio di prestito con rimborso piuttosto che una vendita definitiva.
È difficile fare previsioni esatte, anche se alcuni prevedono un’impennata dei prezzi del petrolio oltre i 150 dollari USA, il che significherebbe una recessione globale. Ma la situazione potrebbe essere anche peggiore, soprattutto per l’Europa, che dipende maggiormente dal gas, più difficile da reindirizzare attraverso i gasdotti rispetto al petrolio. L’Europa si trova ad affrontare un inverno buio e freddo.
I prezzi elevati dell’energia comportano inflazione dei prezzi al consumo. Anche i mercati azionari subiranno l’impatto della crisi energetica – i titoli legati all’intelligenza artificiale hanno già iniziato a crollare – e le banche centrali si troveranno di fronte al dilemma se frenare l’inflazione con una politica monetaria restrittiva, dando così il colpo di grazia alla bolla, oppure se riprendere la stampa di moneta e distruggere il sistema attraverso l’iperinflazione. L’unica politica razionale sarebbe quella di sottoporre l’intero sistema a una riorganizzazione fallimentare, ma non ci si può aspettare che lo facciano proprio coloro che ci hanno portato in questo pasticcio.