Prezzi energetici e opposizione politica mettono a repentaglio la COP26

Le misure punitive contro la CO2 introdotte come parte della cosiddetta politica climatica hanno creato una scarsità di gas naturale che sta già minacciando di regalarci un freddo inverno. I prezzi sui future del gas sono quasi il 90% più alti dell’anno scorso, e cinque volte quelli di due anni fa, a causa dell’aumento della domanda da parte di clienti che preferiscono il gas al carbone per via delle emissioni inferiori. L’aumento della domanda ha anche impedito ai produttori di riempire gli impianti di stoccaggio durante l’estate, così che le previsioni di scarsità delle forniture in inverno sta spingendo i prezzi ancora più in alto sui mercati dei futures.

L’ironia è che mentre il prezzo del gas s’impenna, la domanda torna verso il più economico carbone, ottenendo il risultato opposto di ciò che nominalmente si prefiggono le cosiddette politiche per il clima. In Germania, nell’ultima settimana di agosto il costo dell’energia generata dal gas era di circa 104 euro per Mwh, mentre per il carbone era circa 97 euro.

L’aumento del prezzo del gas e dell’elettricità in tutta Europa è solo un assaggio degli orrori che produrrà il Grande Reset/Green Deal. La buona notizia è che il pragmatismo potrebbe far fallire la conference COP26 di novembre, dove si pianificano misure da trasformare in legge a livello globale. In Germania, il leader della CDU Friedrich Merz (foto) ha attaccato i piani della Commissione Europea per i dazi sulla CO2.

In Italia, il ministro della Transizione Ecologica Roberto Cingolani ha osservato che l’uscita dalla CO2 dev’essere sostenibile, “sennò non si muore di inquinamento ma di fame”. “Il mondo è pieno di ambientalisti radical chic e di ambientalisti oltranzisti, ideologici: loro sono peggio della catastrofe climatica”, ha dichiarato il primo settembre in un intervento alla scuola di formazione del partito di Renzi. Cingolani è convinto dell’emergenza climatica, ma chiede più tempo e nota che “non si può ridurre la Co2 chiudendo da domani le fabbriche di auto, mettendo sul lastrico milioni di famiglie”.

Le dichiarazioni di Cingolani, insolitamente coraggiose in un uomo dell’establishment, potrebbero riflettere la sensazione diffusa che l’agenda della COP26 sta fallendo, come indica il fallimento della missione di John Kerry, l’uomo di Biden per il clima, a Pechino.

La cooperazione sul clima non può essere “un’oasi circondata dal deserto”, ha detto il ministro degli Esteri cinese Wang Yi a Kerry, che se ne è tornato a mani vuote.

E in Giappone, una fonte ben informata ha detto all’EIR che le dimissioni del Primo ministro Yoshihide Suga il 3 settembre sono dovute in parte alla forte opposizione della comunità industriale all’agenda verde. Nell’incontro con Kerry, Suga aveva promesso piena collaborazione per accelerare il processo di decarbonizzazione.