Il modus operandi tipico dell’oligarchia quando constata il fallimento della politica adottata è quello di mettere in atto un’operazione “delfica”, ovvero lanciare una figura dalle sue fila che dica “abbiamo sbagliato tutto, ora dobbiamo fare le cose giuste”. È stato fatto con Mario Draghi, che prima ha contribuito a distruggere le economie occidentali e poi ha finito per parlare di “debito buono contro debito cattivo”. Ora, il Primo ministro canadese Mark Carney è stato chiamato a svolgere il ruolo di nuovo pifferaio magico. Purtroppo, molte persone benintenzionate cadono nella trappola, come ha fatto Jeffrey Sachs in un’intervista del 22 gennaio con Glenn Diesen.
Nel suo discorso al World Economic Forum del 20 gennaio, Carney ha sorpreso tutti confessando che il cosiddetto “ordine basato sulle regole” era una truffa, destinato ad essere valido per alcuni paesi ma non per altri. Ha poi lanciato un appello alle “nazioni medie” affinché si uniscano contro le grandi potenze come Stati Uniti, Cina e Russia.
Come ha scritto Der Spiegel, sotto il titolo “Il discorso che il mondo stava aspettando”, “in realtà, lui [Carney] dice: non si tratta di Trump. Quando se ne sarà andato, arriverà un altro presidente che continuerà da dove Trump ha lasciato. Lo stesso vale per la Russia e la Cina”. Il New York Times ha pubblicato il 22 gennaio un fondo del famoso editorialista David French che tentava di codificare e promuovere quella che ha definito “la dottrina Carney”.
Der Spiegel e il New York Times sono esemplari dell’intera panoplia dei media mainstream, che celebrano Carney come il nuovo profeta del liberalismo occidentale.
In realtà, a Carney sta a cuore la sopravvivenza del sistema finanziario della City di Londra, possibilmente attraverso la ricreazione dell’Impero britannico sotto nuove vesti. Per capirlo, è necessario tornare al discorso che tenne il 23 agosto 2019 a Jackson Hole, nel Wyoming. Davanti a tutti i banchieri centrali (compresa, in particolare, la Federal Reserve, l’ospite), Carney propose di creare una valuta sintetica internazionale per sostituire il dollaro:
Va stabilito, disse Carney, “se una nuova valuta sintetica egemonica (SHC) sarebbe meglio se fornita dal settore pubblico, magari attraverso una rete di valute digitali delle banche centrali. Anche se le varianti iniziali dell’idea si rivelassero carenti, il concetto è suggestivo (…). Una SHC potrebbe attenuare l’influenza dominante del dollaro statunitense sul commercio globale. Se la quota di commercio fatturata in SHC dovesse aumentare, gli shock negli Stati Uniti avrebbero ricadute meno potenti sui tassi di cambio e il commercio diventerebbe meno sincronizzato tra i paesi (…) L’influenza del dollaro sulle condizioni finanziarie globali potrebbe analogamente diminuire se si sviluppasse un’architettura finanziaria attorno alla nuova SHC e questa sostituisse il dominio del dollaro nei mercati del credito. Riducendo l’influenza degli Stati Uniti sul ciclo finanziario globale, ciò contribuirebbe a ridurre la volatilità dei flussi di capitale verso le economie dei mercati emergenti (EME). L’uso diffuso dell’SHC nel commercio e nella finanza internazionali implicherebbe che le valute che compongono il suo paniere potrebbero essere gradualmente considerate come riserve affidabili, incoraggiando le EME a diversificare le loro disponibilità di attività sicure lontano dal dollaro. Ciò ridurrebbe la pressione al ribasso sui tassi di interesse di equilibrio e contribuirebbe ad alleviare la trappola della liquidità globale”.
Questo è il programma che si cela dietro l’appello a “costruire un nuovo ordine che incarni i nostri valori” e a “creare istituzioni e accordi che funzionino come descritto”, lanciato a Davos. Non ci si lasci sedurre dalle belle parole del suo discorso: si legga tra le righe e si tenga a mente la traiettoria di Carney: la sua carriera prese il volo nel 2008, quando, come banchiere centrale del Canada, capì che era necessario erigere un “muro di denaro” per prevenire l’insolvenza delle banche. Mentre i suoi colleghi erano bloccati dai timori di inflazione, Carney tagliò i tassi dal 4,5% allo 0,25%, fornendo ampia liquidità alle banche a tassi di fatto negativi (l’inflazione era superiore al 3%). Contestualmente, ampliò la gamma di titoli acquistati dalla banca centrale. Pur godendo di un rating elevato, molti di questi titoli si rivelarono alla fine spazzatura. In altre parole, inventò il QE prima del QE.
L’aver impedito fallimenti bancari gli valse la promozione a capo della Banca d’Inghilterra. Successivamente è diventato capo del Financial Stability Board, supervisionando il QE globale.
Carney, sposato con una figura di spicco dell’ambientalismo nel Regno Unito, ha anche lanciato la “Rete delle banche centrali per l’ecologizzazione del sistema finanziario”, motore del Great Reset e madre del Green Deal. L’agenda del Green Deal non è esplicitamente contenuta nel suo discorso di Davos, anche se potrebbe essere nascosta in quello che lui chiama “investimenti nell’energia”. È infatti oscurata dalla spinta al riarmo.
“Stiamo raddoppiando – ha detto – la nostra spesa per la difesa entro il 2030 e lo stiamo facendo in modo da rafforzare le nostre industrie nazionali. Stiamo rapidamente diversificando all’estero. Abbiamo concordato una partnership strategica globale con l’Unione Europea, che include l’adesione al SAFE, l’accordo europeo per gli appalti nel settore della difesa…”.
Carney chiarisce che il Canada è favorevole alla prosecuzione della guerra contro la Russia in Ucraina: “Per quanto riguarda l’Ucraina, siamo un membro fondamentale della Coalizione dei Volenterosi e uno dei maggiori contributori pro capite alla sua difesa e sicurezza”.