Il Venezuela preso nella trappola in cui perdono tutti

Il Venezuela, un Paese ricco di petrolio, sta sprofondando nel caos, nella disintegrazione economica e nella guerra civile. Il governo di Nicolàs Maduro ha indotto elezioni per un’Assemblea Costituente nel tentativo di mantenere il controllo politico con la forza, un’iniziativa boicottata dall’opposizione neoconservatrice di destra, che invoca un intervento militare statunitense per destituire Maduro e prendere il potere. Un intervento americano di “cambio di regime”, come quelli attualmente in discussione a Washington, che prevedesse uno spettro di misure, dalle sanzioni contro le esportazioni di petrolio dal Venezuela, a un “intervento umanitario” sotto l’egida ipocrita della “responsabilità di proteggere”, o addirittura con mezzi militari, non porterebbe la stabilità e la ricostruzione necessarie per il Venezuela, ma farebbe saltare in aria tutto l’emisfero occidentale.

Per la maggior parte dei venezuelani la crisi è ora esistenziale. La scarsità di cibo è così grave che uno studio nazionale sulle condizioni di vita condotto da tre università venezuelane, e pubblicato nel febbraio di quest’anno, indica che il 32,5% dei venezuelani, quasi 9,6 milioni di persone, si limita a due pasti al giorno, triplicando la percentuale dell’11,3% di due anni fa. La Federazione Medica Venezuelana stima che gli ospedali abbiano carenza del 98% delle forniture mediche necessarie, mentre 85 su 100 dei farmaci necessari non sono disponibili nel Paese. È già iniziata una crisi di profughi venezuelani che fuggono nei Paesi limitrofi.

Nel luglio 1999, l’EIR identificò correttamente quello dell’allora neopresidente Hugo Chavez come un progetto giacobino promosso dai britannici al fine di proteggere lo stesso sistema di usura che Chavez sosteneva di voler combattere. Chavez interruppe per un breve periodo questa missione che gli era stata assegnata quando aiutò finanziariamente l’Argentina che si opponeva alle banche, ma non rinunciò mai al sostegno per i narcoterroristi del FARC nella vicina Colombia. Chavez usò più volte l’Assemblea Costituente e le squadre armate come strumenti per imporre uno stato giacobino, citando per nome Carl Schmitt, il giurista del regime nazista di Hitler, in difesa della sua strategia. Il successore prescelto da Chavez, Nicolas Maduro, fa esattamente lo stesso.

Tuttavia, anche la dirigenza dell’opposizione venezuelana è sulla busta paga di Londra e degli ambienti neoconservatori americani. Essa e i loro sponsor internazionali hanno promosso il cambio di regime non solo in Venezuela, ma anche in Ecuador, Bolivia, Brasile e Argentina (quando era presidente la Kirchner).

Questa trappola in cui perdono tutti può essere superata solo con un approccio a un livello superiore:

1. Nessun cambio di regime dovrebbe essere imposto al Venezuela. La violazione della sovranità nazionale produrrebbe risultati simili a quelli osservati in Medio Oriente.

2. Sviluppo economico reale. L’Iniziativa Belt and Road della Cina, che si sta diffondendo anche nelle Americhe, offre prospettive concrete per progetti infrastrutturali nei trasporti e nella produzione e distribuzione di derrate alimentari ed energia.

3. La cooperazione regionale intorno a tali progetti, incluse le tratte ferroviarie che collegheranno l’America del Sud all’America Centrale superando la strozzatura del Darien. Come parte di tale cooperazione, occorre la tolleranza zero nei confronti dei trafficanti di cocaina del FARC, da parte di Caracas, Londra o Washington.