Così l’abolizione del sistema di Bretton Woods condusse alla speculazione sfrenata

Il 15 agosto 2018 ha segnato il 47mo anniversario della fine del sistema di Bretton Woods, annunciata dal Presidente americano Richard Nixon con lo sganciamento del dollaro dal sistema di riserva aurea e la libera fluttuazione del valore della valuta in cui erano denominati gli scambi mondiali.

Quella decisione segnò un punto di svolta e l’abbandono di ciò che Lyndon LaRouche (foto) chiama “sistema creditizio” verso la sua sostituzione con un “sistema monetario”. Bretton Woods, a differenza del sistema di cambi fissi anteguerra, sotto il “gold standard” dominato dalla sterlina britannica, permetteva la creazione di credito senza che i limiti fossero fissati dalle riserve auree. Era un sistema fisso ma aggiustabile: Paesi con squilibri prolungati della bilancia commerciale potevano aggiustare il tasso di cambio per decisione sovrana e, se necessario, ottenere un prestito ponte dal FMI senza condizioni.

Quando le ingenti spese per la guerra nel Vietnam crearono un forte squilibrio nei conti del governo americano, Washington decise di far saltare il sistema invece di correggere la politica economica. La successiva espansione monetaria incontrollata portò alla creazione di un dollaro sganciato dal sistema nazionale americano e dalla moneta controllata dal governo che era servita come base per il sistema originale di Bretton Woods, nella forma di eurodollari o petrodollari (meglio sarebbe chiamarli “anglodollari”), aprendo le porte alla speculazione internazionale.

Lo scioglimento degli accordi di Bretton Woods può anche essere considerato il primo passo verso l’indebolimento e l’abolizione della separazione tra banca produttiva e banca speculativa, sancita formalmente negli Stati Uniti con l’abrogazione della legge Glass-Steagall nel 1999.

A partire dal 1971 e con forti accelerazioni nel 1986 e nel 1999, è stata costruita una enorme bolla speculativa globale che ha raggiunto le dimensioni di oltre 1,5 milioni di miliardi di dollari in derivati e altri aggregati finanziari. Uno degli strumenti per tenere in piedi la bolla dopo il crac del 2008 è stato il cosiddetto “carry trade”, alimentato da liquidità a costo zero pompata nel sistema con il Quantitative Easing (QE) e destinata a estrarre alte rendite dai mercati emergenti come Brasile, Turchia, ecc.

L’avvio dell’uscita dal QE da parte della Federal Reserve, con la riduzione degli acquisti sul mercato e l’aumento dei tassi, ha portato all’inversione dei flussi del “carry trade” verso cosiddetti investimenti sicuri come il dollaro. Ciò ha fatto inevitabilmente traballare le economie colpite, come Turchia, Russia, Argentina, Brasile, ecc. Solo nel primo trimestre del 2018 il “carry trade” ha perso il 6% secondo Bloomberg.

La nota storica della finanza Nomi Prins ha ammonito, in un articolo sul Daily Reckoning il 15 agosto, che “la prima brutta sorpresa” nella crisi imminente potrebbe venire dal debito dei mercati emergenti. L’aumento del dollaro, ha fatto notare, ha accresciuto il valore dell’esposizione in dollari di quei Paesi. Come risultato, l’intero settore transatlantico è minacciato da un crac finanziario, forse in ottobre – mese storicamente prediletto per tali “sorprese”, come Lyndon LaRouche ha frequentemente osservato – cioè prima delle elezioni di “mid-term” negli Stati Uniti.