Fonti direttamente coinvolte nei negoziati con le autorità cinesi nel 2010 e nel 2011, hanno riferito all’EIR che quando il Primo Ministro insediato da Bruxelles, Mario Monti, cancellò la costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina con motivazioni di bilancio, era quasi concluso un accordo con i cinesi per assicurare i finanziamenti mancanti. Pechino aveva identificato la Sicilia come terminale ideale per le vie commerciali marittime tra l’Asia e l’Europa, ed era disposta a co-finanziare il Ponte per assicurare quello che chiamava “il collegamento stabile con l’entroterra europeo”.

Era stato scelto il porto di Augusta (nella foto), che con la sua profondità fino a 22 metri è sia il porto più adatto alle mega-navi portacontainer, sia il più vicino al Canale di Suez. Le navi provenienti dall’Asia avrebbero scaricato le loro merci ad Augusta, e caricato merci italiane ed europee. I cinesi erano disposti a finanziare i lavori occorrenti per attrezzare il porto alle nuove esigenze e capacità logistiche, in cambio di un leasing a lungo termine. Ci furono incontri tra funzionari italiani e cinesi a Pechino, in occasione dell’esposizione universale del 2010, che addirittura allarmarono l’allora segretario di Stato Hillary Clinton, che sollevò il tema in un incontro con la sua controparte Franco Frattini. Questo non fermò le trattative e una delegazione guidata dal Ministro del Commercio cinese si recò ad Augusta e Catania per discutere gli aspetti tecnici.

Siamo nel 2011, quando sotto il governo Berlusconi sono addirittura iniziati i lavori preparativi per la costruzione del Ponte. Ci fu un incontro a Roma tra alcuni funzionari del governo, della Società Stretto di Messina e i rappresentanti delle Ferrovie Cinesi che erano pronte a partecipare al co-finanziamento dell’infrastruttura. La partecipazione cinese, riducendo la parte destinata ai privati, avrebbe ridotto anche i futuri pedaggi concessi a quest’ultimi per remunerare l’impegno finanziario. Ma nel dicembre di quell’anno cadde il governo Berlusconi per le note vicende (lettera della BCE, la guerra dello spread, ecc.) e salì su Mario Monti. Tra le prime cose, Monti decise prima di interrompere i finanziamenti per il Ponte, con motivazioni di contenimento della spesa pubblica, e poi di cancellare definitivamente il progetto, vanificando gli investimenti fatti e creando i presupposti giuridici per una maxi-penale che supererà il miliardo (senza realizzare l’opera).

Ma soprattutto Monti fece naufragare un progetto che avrebbe fatto del Mezzogiorno d’Italia il terminale della Nuova Via della Seta, che anche se non era stata ancora annunciata (Xi Jinping lo farà nel 2013), era sicuramente nei piani e nelle opere del governo cinese. Gli atti del governo Monti sono di una gravità eccezionale, sotto il rilievo contabile, economico e politico. Contabile, perché adducendo ragioni di finanza pubblica (“non ci sono i soldi”), il governo ha nascosto il fatto che i soldi, grazie anche all’impegno cinese, c’erano. Economico, perché si sprecò un’occasione unica per far decollare l’economia del Mezzogiorno e creare una locomotiva di sviluppo nazionale che avrebbe anche migliorato i conti dello Stato. Politico, perché escluse l’Italia dalla nascente piattaforma economica della Nuova Via della Seta, screditandola per di più agli occhi del partner cinese.

Last but not least, i sabotaggi di Monti, uomo dell’UE, anticiparono l’attuale linea ostile dell’UE nei confronti della Belt and Road Initiative, che abbiamo più volte documentato su questo sito. Sicuramente qualcuno a Bruxelles e a Francoforte sarà stato molto soddisfatto delle scelte operate dal loro fiduciario.