A Firenze c’è sicuramente di peggio di quei gommoni – il traffico per esempio! – e essi comunque stimolano una riflessione su dove il nostro sistema culturale, intriso di relativismo, ci stia portando. Pare proprio, infatti, come propugnato da Bertrand Russell nel suo L’impatto della scienza nella società, che la neve non sia bianca o nera, ma grigia, e dunque, che sia arte, ciò che arte (forse) non è.

Firenze è l’emblema di un’arte “razionale” (o divina), che crede ad una codificazione del bello. Molti dei nostri edifici (il Battistero, Palazzo Rucellai, ecc.), sono espressione di questa convinzione che abbiamo ripreso dalla Grecia classica. Fioretta Mazzei, invitava a non spostare le scuole dal centro storico, perché così i giovani sarebbero stati obbligati ad impattare con le nostre costruzioni, alla cui vista, il nostro animo viene educato. Ella aveva ben chiaro che il patrimonio lasciatoci fosse da preservare, o magari, migliorare, ma non certo oscurare, mortificare. La nostra Città, è specchio di un processo cognitivo-creativo, e più di ogni altra nel mondo esprime l’Imago viva Dei. Questa opera d’arte che chiamiamo Firenze, ha avuto la “pretesa” di esprimere il bello secondo precise proporzioni geometriche che gli antichi Greci codificavano nella sezione aurea (o proporzione divina), riprendendola dall’Egitto antico. Essa è rintracciabile costantemente in natura: nella sezione di una conchiglia attraverso il suo sviluppo spirale autosimilare; nello stesso corpo umano, nelle proporzioni tra le sue membra, come esemplificato da Leonardo nell’Uomo vitruviano. Tracce dell’esistenza di una forza intelligente – si può sempre dire, di un Dio? – che starebbe dietro al nostro Universo.

Quindi, Firenze è un valore universale che dobbiamo davvero trattare con cura, rispetto.

E bisogna anche far riflettere sul deficit “meritocratico” di certe scelte. Infatti, se la signora Maria avesse chiesto di poter apporre la sua “grandiosa” opera di denuncia del racket della prostituzione, consistente in tre lunghe corde tempestate di profilattici – qualcosa che dunque ha comunque un senso -, l’avrebbero presa per grulla, o al pari di Ai Weiwei si sarebbe vista assegnare uno dei palazzi più belli di Firenze per esporre la sua opera? E se ella avesse invece richiesto di realizzare la Cappella del Brunelleschi, o il David di Michelangelo, le sarebbe stato con sarcasmo risposto: “Faccia pure se davvero le riesce!”. E qui dunque emergono due vizi dell’attuale sistema culturale: il suo élitarismo – chi fa parte dell’élite produce, a prescindere dal vero merito, arte -, e l’idea che sia comunque arte, ciò che tutti o tanti, in realtà, riuscirebbero a riprodurre. Infatti, oggi, nessuno saprebbe riprodurre manualmente il David, mentre in molti di noi saprebbero far apporre dei gommoni a Palazzo Strozzi (nella foto, senza i gommoni che lo deturpano). Claudio Giudici