Donald Trump e il suo rapporto “non tanto speciale” con i britannici

Col Presidente Trump che chiede un’inchiesta approfondita sugli istigatori del tentato golpe contro di lui, aumenta l’attenzione sul ruolo dei britannici nel lanciare il Russiagate. In questo contesto, non sorprende che sia stato intrapreso un immane sforzo di relazioni pubbliche, a cominciare dalla Regina d’Inghilterra, per convincere il Presidente americano che il cosiddetto “rapporto speciale” tra Stati Uniti e Regno Unito sia ancora molto forte. Questo spiega lo sfarzo, la pompa e il clima di circostanza che hanno caratterizzato la visita di Trump a Londra la scorsa settimana.

Ma non bisogna farsi trarre in inganno dai commenti dello stesso Trump, che ha lodato il “legame unico” tra l’America e la Gran Bretagna. Mentre esprimeva ammirazione per la regina e rispondeva con cautela a una lunga lezione del principe Carlo sul “riscaldamento globale”, la sua concentrazione sul ruolo britannico nel tentato golpe continuava a provocare grande nervosismo a Londra.

L’8 maggio Trump ha pubblicato un tweet sull’ex agente dell’MI6 (nella foto la sede dell’MI6 a Londra) che ha compilato l’ormai infame dossier antri-Trump: “Questa spia britannica, Christopher Steele, ha tentato in tutti i modi di rendere pubblico il suo falso dossier prima delle elezioni. Come mai?”. Il tweet si riferisce al memorandum di un’ex funzionaria del Dipartimento di Stato, Kathleen Kevelac, che scredita Steele e il suo dossier, e che è stato desegretato di recente. Il promemoria fu consegnato ad alti dirigenti dell’FBI dieci giorni prima che lo usassero per ottenere un mandato di intercettazione contro Trump dal tribunale apposito. Ciò non solo ha dimostrato l’intento criminale dell’ex direttore dell’FBI Comey, ma pone Steele al centro della congiura criminale per ribaltare l’esito delle elezioni presidenziali americane.

Il 5 giugno, durante la visita di Trump, il Times ha pubblicato un articolo intitolato “Christopher Steele: un agente dell’MI6 dovrà rispondere a domande sul dossier Trump-Russia”. L’articolo riferisce che Steele ha finalmente accettato di testimoniare, a certe condizioni, sul suo rapporto con l’FBI. Indica inoltre che il governo inglese ora disconosce il suo rapporto con l’ex agente dell’MI6, citando un “alto funzionario” che sostiene che il governo non sarebbe stato coinvolto nella decisione “in quanto essa riguarda questioni sorte molti anni dopo che aveva lasciato il suo impiego nel governo”.

Simili sofismi probabilmente non fermeranno la squadra del Ministro della Giustizia americano William Barr, che interrogherà Steele e che esaminerà altre piste, per esempio quella del coordinamento tra il GCHQ britannico (equivalente alla NSA americana) e l’ex direttore della CIA John Brennan, nel lanciare il Russiagate mesi prima che venisse diffuso il dossier di Steele; il ruolo del cosiddetto spionaggio “a cinque occhi” (UK, USA, Canada, Australia e Nuova Zelanda); il coordinamento tra l’MI6 e l’FBI nell’impiego di agenti congiunti, quali Josef Mifsud, Stephan Halper ed Alexander Downer, per mettere in moto la menzogna delle interferenze russe nelle elezioni presidenziali del 2016.

Prima della partenza di Trump, il congressista repubblicano Nunes ha suggerito formalmente di chiedere alla Premier May se il governo britannico fosse consapevole di questo, e abbia partecipato all’attività di sorveglianza contro l’organizzazione elettorale di Trump. Non è dato sapere se Trump abbia dato seguito alla richiesta. Ma una indicazione che il Presidente americano non sia poi così convinto del “rapporto speciale” tanto citato da Winston Churchill, è stata la preghiera del Presidente Franklin Delano Roosevelt il giorno dello sbarco in Normandia, letta da Trump nell’occasione della commemorazione del D-Day. Tutti sanno che Roosevelt aveva un pessimo rapporto con Churchill, quando i due erano alleati durante la seconda guerra mondiale, e che ripeté più volte che gli Stati Uniti non avrebbero sostenuto il ripristino dell’Impero britannico dopo la guerra.