Quante persone conosci che sono state indotte a credere che il “regime corrotto e autocratico” di Teheran stia per crollare dall’interno, a causa delle enormi proteste popolari culminate nell’uccisione di “decine di migliaia di manifestanti” a gennaio? Questa è la narrazione diffusa dai media mainstream ormai da settimane, mentre l’UE ha imposto ulteriori sanzioni all’Iran e l’amministrazione Trump minaccia un intervento militare di qualche tipo.
A quanto pare, stando a quanto ha rivelato il segretario al Tesoro degli Stati Uniti Scott Bessent (foto), le proteste in Iran sono state manipolate dall’esterno per esacerbare i problemi economici che la popolazione ha dovuto affrontare. Nella sua testimonianza alla Commissione bancaria del Senato il 5 febbraio, Bessent si è ventato della “campagna di pressione” contro Teheran da parte di Washington:
“Quello che abbiamo fatto è stato creare una carenza di dollari nel Paese… Il culmine è stato raggiunto rapidamente, direi in modo spettacolare, a dicembre, quando una delle più grandi banche iraniane è fallita. C’è stata una corsa agli sportelli. La banca centrale ha dovuto stampare moneta, la valuta iraniana è entrata in caduta libera, l’inflazione è esplosa e quindi abbiamo visto il popolo iraniano scendere in strada”, ha dichiarato Bessent. Allo stesso tempo, Washington ha fatto in modo di ridurre quasi a zero le esportazioni di petrolio del Paese, tagliando ulteriormente le entrate. Alla faccia delle presunte proteste spontanee del popolo iraniano.
Quella crisi finanziaria ha causato gravi difficoltà alla popolazione, causando tra l’altro l’impennata dei prezzi dei generi alimentari. Questo tipo di guerra è ciò che Bessent ha definito in un’altra occasione l’“arte della politica economica”. Un altro aspetto dell’“operazione di cambio di regime” è stato rivelato in modo più esplicito, e forse involontario, dall’ex capo della CIA Mike Pompeo, che all’inizio di gennaio ha inviato i saluti agli “agenti del Mossad che camminavano al fianco” di ogni manifestante iraniano.
Tuttavia, per quanto riguarda l’intervento militare diretto, Donald Trump lo ha finora evitato per una serie di ragioni. Intanto, il 6 febbraio si sono svolti in Oman negoziati indiretti sul programma nucleare iraniano tra le delegazioni di Teheran e Washington, guidate rispettivamente dal ministro degli Esteri Araghchi e dall’inviato speciale Steve Witkoff, con la mediazione del ministro degli Esteri dell’Oman. Entrambe le parti hanno definito i colloqui “costruttivi” e si sono impegnate a proseguirli, ma non risulta se siano stati compiuti progressi concreti.
Al contempo, come ha sottolineato Araghchi all’agenzia di stampa IRNA, Teheran sta portando avanti consultazioni con Cina e Russia, entrambi “paesi amici e partner strategici”.
In seguito, Araghchi ha indicato nella profonda sfiducia nei confronti degli Stati Uniti l’ostacolo più grave alla conclusione di un accordo. Una buona ragione per questa sfiducia è che, mentre lo scorso giugno erano in corso i negoziati tra le delegazioni statunitense e iraniana, Washington ha deciso di lanciare quelli che ha definito “attacchi spettacolari” contro gli impianti nucleari iraniani.