Il 23 marzo, Donald Trump ha ancora una volta sorpreso il mondo annunciando una sospensione degli attacchi alle infrastrutture energetiche iraniane. Tra Stati Uniti e Iran “ci sono stati, negli ultimi due giorni, colloqui molto positivi e produttivi riguardo a una risoluzione completa e totale delle nostre ostilità in Medio Oriente”, ha scritto su Truth Social, aggiungendo che gli attacchi alle infrastrutture iraniane erano stati rinviati per un periodo di cinque giorni. Alla notizia, i prezzi del petrolio sono scesi e le borse sono salite.
La leadership iraniana, tuttavia, ha smentito tali dichiarazioni: il Ministero degli Esteri ha dichiarato che “non sono in corso colloqui tra Teheran e Washington” e che le parole del presidente statunitense fanno “parte di sforzi per gestire i prezzi dell’energia e guadagnare tempo per l’attuazione dei piani militari”.
Le dichiarazioni si susseguono, ma pochissime sono le conferme su quale processo diplomatico, semmai ne esista uno, sia effettivamente in corso, o se l’ultimo annuncio sia semplicemente un modo per Trump di alzare le mani e tirarsi indietro. Sebbene si tratti di una tregua gradita in una situazione che stava rapidamente andando verso il disastro, incluso un possibile conflitto nucleare, essa rappresenta per ora solo una pausa nella ben più inquietante politica imperiale anglo-americana, sostenuta da una nuova generazione di neoconservatori della Silicon Valley ed esperti di intelligenza artificiale, come Palantir (cfr. sotto).
Eppure, nonostante i pericoli, il mondo si trova ora in un punto di svolta. Nulla potrà “tornare alla normalità” dopo la fine di questo conflitto e dopo il genocidio commesso a Gaza. Il passaggio a un nuovo paradigma nelle relazioni internazionali, già promosso dal gruppo BRICS allargato, dall’Iniziativa Belt and Road della Cina e da altre organizzazioni che rappresentano la Maggioranza Globale, sarà ora ulteriormente rafforzato, nonostante le battute d’arresto che il vecchio “ordine basato sulle regole” potrebbe ancora infliggere.
Liberarsi dalla geopolitica
Un’intensa attività diplomatica è attualmente in corso in tutta l’Asia sud-occidentale e meridionale, con importanti Paesi — inclusi quelli del Golfo — costretti a ripensare le proprie “alleanze” con gli Stati Uniti. L’inviato speciale della Cina per il Medio Oriente, Zhai Jun, ha avuto “scambi approfonditi” con molti Paesi della regione e anche la Russia è fortemente impegnata sul piano diplomatico, sebbene entrambe le potenze preferiscano mantenere discrezione. La recente proposta del ministro degli Esteri dell’Oman di istituire un quadro regionale per l’uso trasparente dell’energia nucleare rappresenta un’altra iniziativa importante.
Il 23 marzo, parlando con alcuni collaboratori, Helga Zepp-LaRouche ha riassunto l’opportunità che abbiamo di fronte, sottolineando la necessità di un cambiamento totale di direzione, verso una prospettiva di sviluppo reciproco per tutti gli attori di quella vasta regione, che costituirebbe anche la base per garantirne la sicurezza. In altre parole, l’impostazione del Piano Oasi originario, ideato da Lyndon LaRouche, dovrebbe essere “estesa all’intera regione, dall’India al Mediterraneo, dal Caucaso al Golfo. Questa regione comprende molti Paesi che sono stati vittime delle guerre degli ultimi decenni, tra cui Afghanistan, Iraq, Siria, Yemen, Libano, Palestina e Cisgiordania”.
Gli Stati del Golfo, estremamente ricchi e finora legati a modelli economici fondati sulla produzione di petrolio combinata con il turismo di lusso, dovrebbero ora “utilizzare le risorse dei loro fondi sovrani per investire in programmi infrastrutturali regionali”, come la dissalazione di grandi quantità di acqua marina, la costruzione di canali e sistemi di irrigazione e la trasformazione dei deserti in aree verdi, analogamente a quanto “la Cina ha fatto nello Xinjiang e nel nord-est, dove ha reso verde un deserto grande quanto il territorio della Germania”.
Questo dovrebbe essere l’approccio al tavolo delle trattative, ha proposto Zepp-LaRouche, e tutte le forze regionali interessate dovrebbero sostenerlo. “Invece di essere guidate da copioni coloniali che risalgono ai tempi del trattato Sykes-Picot e ancora prima, creando uno scontro di civiltà, dovrebbero unirsi e puntare su uno sviluppo pacifico”. E le nazioni occidentali dovrebbero riconoscere che questa scelta politica è anche nel loro stesso interesse.