Gli elettori brasiliani si troveranno di fronte a una scelta difficile quando, il 25 ottobre, si recheranno alle urne per il ballottaggio delle elezioni presidenziali. Dovranno, infatti, scegliere tra i due paradigmi che si contrappongono a livello internazionale.
Flavio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente attualmente in carcere, ha vinto al primo turno il 4 ottobre con il 47,03% dei voti. Ha condotto una campagna come candidato “di destra” che, se eletto, farà uscire il Brasile dai BRICS per allinearlo agli Stati Uniti in tutti i campi. Ha promesso che il Paese aderirà all’operazione “Scudo delle Americhe” del presidente Trump. A livello interno, sostiene una politica di austerità e privatizzazione ispirata alla brutale “economia della motosega” del presidente argentino Javier Milei e la conclusione di un accordo di libero scambio con gli Stati Uniti. Gode del fermo sostegno degli elettori più abbienti e dei cristiani evangelici.
Il presidente Lula, piazzatosi secondo a ridosso di Bolsonaro col 45,16%, ha svolto un ruolo di punta nei BRICS, rivendicando il diritto del Sud del Mondo a uno sviluppo sovrano e pacifico. Il suo slogan è che “il Brasile è troppo grande per stare nel cortile di qualcuno” e deve salvaguardare la propria sovranità. Propone che le nazioni sudamericane, indipendentemente dalle ideologie dei loro governi, uniscano le forze per realizzare i progetti infrastrutturali in grado di trasformare il potenziale economico della regione. Sostiene che il governo debba svolgere un ruolo guida nell’eliminazione della fame e della povertà in Brasile e nel promuovere i progressi scientifici e tecnologici. Accoglie con favore la cooperazione con qualsiasi paese in tale impresa, Cina e Stati Uniti inclusi, ma non per saccheggiarlo e solo a condizione che la sovranità del Brasile sia rispettata.
Le elezioni saranno una battaglia serrata nelle prossime tre settimane, con un esito al momento incerto. Il Brasile è il Paese più grande dell’America latina, in termini di territorio, popolazione, economia e capacità militari. Il rifiuto del governo Lula di aderire al cosiddetto “Scudo delle Americhe” di Trump, definito una minaccia alla sovranità di tutti i paesi della regione, rappresenta il principale ostacolo alla totale sottomissione delle nazioni dell’emisfero a Washington.
Lo “Scudo” è stato istituito nel marzo scorso, come passo successivo alla presa di potere militare da parte di Trump, avvenuta il 3 gennaio, sul governo e sul petrolio del Venezuela. Molti dei 14-19 paesi che vi hanno aderito (le cifre variano) lo hanno fatto per paura di subire “il trattamento venezuelano”. Il 22 settembre, Trump ha detto ai quattordici capi di Stato e ministri dei Paesi dello Scudo, riuniti a New York, che le loro nazioni possiedono alcune delle “maggiori ricchezze naturali” del mondo e che non possono permettere che “potenze esterne ostili” – ovvero tutte tranne gli Stati Uniti – se ne impadroniscano. Ha detto loro che “le risorse delle Americhe devono sempre appartenere ai popoli delle Americhe” – traduzione: a Wall Street. La “Dichiarazione congiunta sulla difesa della sicurezza dell’emisfero” [link: https://www.state.gov/releases/office-of-the-spokesman/2026/09/joint-statement-on-defending-hemispheric-sovereignty] rilasciata dopo quell’incontro ha indicato che la sovranità nazionale sarà sostituita dalla cosiddetta “sovranità emisferica”, sul modello del dominio militare ed economico imposto nell’“Accordo della Groenlandia” del 21 settembre.
Se Lula dovesse vincere un quarto mandato, il rifiuto del Brasile di sottomettersi rafforzerà l’opposizione che si sta formando in tutta l’America latina contro questa operazione, persino all’interno degli Stati membri dello Scudo. Al contrario, se Bolsonaro dovesse portare il Brasile nello Scudo, rimarrebbe ben poco in grado di opporsi all’assalto degli Stati Uniti.