Il 24 maggio l’annuncio di Deutsche Bank che ridurrà “ben oltre” settemila posti di lavoro (alcuni dicono diecimila), o oltre il 10% dei suoi 97mila dipendenti, con la sua banca d’affari che dovrebbe perdere il 25% dei suoi dipendenti, è stato sufficiente a provocare grande ansia tra i banchieri londinesi.

Pochi giorni prima, in un’intervista a Handelsblatt, l’economista capo di Deutsche Bank David Folkerts-Landau aveva elencato i peccati della banca e del suo management sin dagli anni Novanta, che hanno trasformato la principale banca tedesca in una banca d’affari in stile anglo-sassone, facendone di fatto un hedge fund (termine che ha usato lui stesso). L’ex AD Josef Ackermann, licenziato nel 2013, era “fissato sull’obiettivo magico del 25% di rendimento del capitale proprio al lordo delle imposte” che “poteva essere ottenuto solo accettando di correre grossi rischi finanziari ed etici”.

Il mea culpa di Folkerts-Landau non ha frenato la discesa delle azioni della banca, ma ha alimentato quasi una rivolta all’assemblea generale annuale della banca, nel corso della quale è stato fatto il tentativo di estromettere il presidente di Deutsche Bank Paul Achleitner. Anche se il tentativo è fallito, i giorni di Achleitner sono contati e magari egli stesso non vede l’ora di tornare nella sua nativa Austria.

Anche Christian Sewing, che ha trascorso tutta la sua carriera nella banca e ha sostituito il mese scorso l’AD britannico John Cryan, è stato fortemente criticato. Anche se Sewing ha promesso di ridimensionare il settore d’affari della banca a favore di quello tradizionale commerciale, resta da vedere se tornerà ai principii di prudente attività bancaria o si limiterà a ridurre e fare un piccolo repulisti nel tentativo disperato di salvare la banca. Ma il tempo sta per scadere. Le azioni di Deutsche Bank hanno subìto un calo al punto che la capitalizzazione di mercato della banca è ora di 18 miliardi di Euro. E solo i derivati di livello 3 della banca (ovvero con valore di mercato zero) sono 33 miliardi. Le azioni sono alla quota pericolosa di 10 Euro, sotto la quale si potrebbe scatenare una svendita da panico che renderebbe impossibile impedire la bancarotta.

Ciononostante, l’attuale politica di gestione solleva la questione posta da Lyndon LaRouche nel luglio 2016 quando chiese che Deutsche Bank venisse salvata con una ricapitalizzazione di emergenza per via delle implicazioni sistemiche di una sua bancarotta, in quanto né il governo tedesco con il suo PIL di 4.000 miliardi di Euro, né l’UE con un PIL di 18.000 miliardi di Euro sarebbe stata capace di controllare l’effetto domino di una bancarotta disordinata.

Tuttavia, LaRouche pose la condizione di un immediato ritorno della banca alla tradizione che era prevalsa fino al 1989 sotto la guida di Alfred Herrhausen, che era orientato a sostenere gli interessi dell’economia reale tedesca. Prima del suo assassinio nel 1989 per mano della terza generazione della banda Baader-Meinhof (RAF), Herrhausen aveva difeso la cancellazione del debito impagabile dei Paesi in via di sviluppo e l’estensione di credito a lungo termine per progetti di sviluppo ben definiti. All’epoca del suo assassinio si era detto a favore dell’industrializzazione dell’Europa orientale, in coerenza con i criteri adottati dalla Kreditanstalt für Wiederaufbau (KfW) nella ricostruzione della Germania dopo il 1945, una prospettiva molto diversa dalla terapia d’urto che fu applicata in seguito.

Un ritorno ai principii sani di Herrhausen trasformerebbe Deutsche Bank in un partner utile per la politica Belt and Road della Cina.