Alla fine del 2001, Lyndon LaRouche ha completato uno scritto molto articolato in cui analizza il significato strategico dei fatti dell’11 settembre. Dal momento in cui furono colpite le Torri Gemelle, LaRouche è stato il primo, e forse l’unico, a denunciare il tentativo di golpe condotto da “forze canaglia” dei servizi e dei militari USA camuffate dietro un paravento islamico e impegnate a provocare lo “scontro di civiltà”. Di seguito la sezione introduttiva. Il documento completo, corredato di note, fotografie e riquadri esplicativi è disponibile in formato PDF.

Zbigniew Brzezinski e l’11 settembre


di Lyndon H. LaRouche, 23 dicembre 2001

Chi capisce – ed accetta – il modo in cui la storia davvero funziona, può trarre solo una conclusione dagli avvenimenti del l’11 settembre: ciò che avvenne tra le 8.45 e le 11 di quel mattino rivela che ci fu un tentativo di colpo di stato contro il governo del Presidente George W. Bush, Jr.

Giunsi a questa conclusione già nel corso della prima ora dalla diffusione della notizia, mentre ero in procinto di rilasciare un’ intervista radiofonica in diretta, che si protrasse per circa due ore. I commenti che feci in diretta in quel momento divennero un elemento importante degli sviluppi di quei giorni, non solo negli USA, ma nel resto del mondo, suscitando grande interesse.

Se si è disposti ad affrontare la questione con serietà, si possono ammettere solo due tipi di spiegazioni competenti, tenendo presenti le conseguenze possibili di quella drammatica serie di eventi.

la prima possibilità, la più spaventosa, è che le misure di sicurezza precedentemente in vigore, adottate proprio per far fronte ad eventualità di questo tipo, fossero deteriorate a tal punto da divenire sostanzialmente inutili, una situazione davvero pericolosa per la sicurezza nazionale.

la seconda possibilità, molto più probabile, è che qualche alto funzionario militare, situato “nella stanza dei bottoni”, abbia disinnescato deliberatamente alcune delle misure che avrebbero dovuto scattare automaticamente, misure che avrebbero come minimo potuto prevenire l’attacco al Pentagono.

Per coloro che conoscono come me la politica della difesa antimissilistica, l’attacco al Pentagono, considerate le implicazioni nucleari che comporta, è un indizio decisivo a favore della seconda delle due spiegazioni. Costoro saranno prima o poi inclini ad ammettere che la serie dei tre attacchi portati a termine in quella occasione fu il prodotto di un’operazione da “quinta colonna”. Per quanto mi riguarda, conoscendo molto a fondo gli aspetti della crisi strategica in cui si svolsero quei fatti, non avrei potuto accettare altra conclusione, se non quella di trovarmi di fronte ad un tentativo di colpo di stato, il cui scopo strategico globale prospettava le peggiori implicazioni immaginabili.

Tenuti questi fatti nel dovuto conto, occorre far luce su due problemi della politica adottata dagli Stati Uniti a seguito di quegli eventi.

Primo: come mai, a quanto è dato sapere, gli alti gradi tra i militari e i servizi non sconsigliarono il Presidente Bush dal seguire la tattica diversiva di prendersela con Osama Bin Laden, personaggio che era stato precedentemente gestito dalle operazioni speciali degli USA, facendone il primo capro espiatorio dell’intera vicenda?

La seconda domanda, collegata alla prima, è questa: perché, nonostante l’accumularsi di prove sulla vera natura degli avvenimenti dell’11 settembre, molti ambienti ufficiali preferiscono continuare ad aderire alla versione ufficialmente accettata, ma chiaramente inventata, secondo cui “è stato Osama Bin Laden”, asserzione per la quale in tutti questi mesi non è stata portata alcuna prova decisiva?

Si può dire che quelle prove che erano già esplicitamente o implicitamente disponibili sin dalle prime due ore dall’inizio dell’attacco sono di tipo circostanziale: “incomplete ma pur tuttavia conclusive” al fine di decidere l’impostazione immediata di una reazione ufficiale e definire o creare nuovi contesti e principi d’intervento militare. Il complesso dei fatti a cui ci trovammo di fronte nelle ore successive agli attacchi dell’11 settembre rappresenta, già di per sé, un appello a lanciare misure immediate. L’incapacità di prendere una decisione come quella che ebbi la prontezza di prendere in quelle due ore, avrebbe rappresentato potenzialmente un fallimento strategico, tanto nella persona del Presidente quanto in quella di uno statista e candidato presidenziale con le competenze e responsabilità che mi sono proprie. Gli avvenimenti successivi all’attacco dimostrano che in quel momento il Presidente adottò con prontezza le giuste decisioni, ed altrettanto feci io.

Quando si affrontano queste tematiche dal punto di vista di una sufficiente conoscenza dello stato attuale della storia della civiltà europea presa nel suo insieme, è facile identificare senza grossi dubbi la dirigenza, se non la lista completa dei membri della fazione politica a vantaggio della quale fu compiuto il tentativo di golpe. Visti questi ed altri fatti ad essi correlati, tra le persone sufficientemente informate del caso, solo chi abbia speciali, false motivazioni per attenersi ad interpretazioni tutto sommato conformi alla linea ufficiale può continuare a difendere la favola raccontata da gran parte dei mass media.

Per comprendere con chiarezza le prove in questione, il lettore deve riconoscere che le indagini sull’11 settembre vanno indirizzate non su uno, ma su tre elementi distinti.

Primo, c’è il tentativo di colpo di stato militare, concepito come il “detonatore” dell’intera operazione. Il peggiore di tutti i possibili risultati di questo complotto militare avrebbe potuto essere una rincorsa tra le superpotenze verso un conflitto termonucleare, ed è stato evitato grazie ad una tempestiva telefonata tra il Presidente degli USA George W. Bush Jr. e il Presidente russo Vladimir Putin.

Secondo, c’è un fattore di politica strategica generale, la cosiddetta politica dello “Scontro delle civiltà” promossa da Zbigniew Brzezinski, Samuel Huntington ed altri, che sussume il tentativo di golpe militare. Questa è la politica su cui ricadono tutte le colpe, in quanto essa abbraccia l’intera posta in gioco, motivo per cui costituisce l’argomento e l’obiettivo primario di questo studio. E’ questo fattore che vediamo riflesso nel feroce scontro di fazione in corso in seno al governo USA e nei mass media, ad esempio in un dibattito come quello sull’opportunità di rilanciare una nuova guerra contro l’Iraq.

Terzo, c’è il ruolo dell’attuale regime israeliano, che in verità è davvero molto simile a quello di un terrorista suicida, giacché è evidente la sua intenzione di innescare una guerra più generalizzata, tra le cui conseguenze ci sarebbe anche lo sterminio auto-inflitto dello stesso stato di Israele. Questo rischio sempre più evidente dell’autodistruzione di Israele fu l’elemento che spinse il Primo ministro Rabin a sostenere gli accordi di Oslo. E fu proprio contro gli accordi di Oslo che in Israele si ordì un colpo di stato consistente nel l’assassinio dello stesso Rabin. Che perseverando nell’attuale politica guerrafondaia Israele finirà per autodistruggersi è un fatto tanto certo quanto era prevedibile già nel 1939 che Adolf Hitler avrebbe fatto una brutta fine.

Occorre dedicare particolare attenzione al secondo dei tre elementi interconnessi appena descritti, ma nel caso si ignori anche una sola delle tre componenti dell’equazione dell’11 settembre diventa impossibile comporre un giudizio competente della questione. Una volta compreso come i tre elementi identificati sono sfaccettature di un unico fenomeno, e dopo averli situati tutti e tre nel contesto della crisi economica globale, è possibile mettere a punto una valutazione razionale di quegli avvenimenti. Qualsiasi approccio diverso porta necessariamente ad errori di giudizio e ad un’interpretazione fuorviante dei fatti.

Come cercherò di dimostrare in queste pagine, le prove a favore della tesi che l’attacco contro gli USA provenne da quei tre elementi sono non solo numerose, ma anche decisive. Si tratta di prove accumulate non nel corso di alcuni anni, ma probabilmente di decenni o forse più. Al gran numero di coloro che quella mattina furono colti di sorpresa dagli eventi occorre ricordare che il mostro che ha colpito ve lo siete covato ignari per tutti quei decenni passati a sonnecchiare come Rip van Winkle, il personaggio dei romanzi di Washington Irving.

Per comprendere a fondo i legami che intercorrono tra i tre aspetti distinti del processo occorre fare riferimento ad un fenomeno cui la geometria differenziale (fisica) di Riemann dà il nome di “interconnessione multipla”.

Ad esempio, considerando i fatti relativamente più semplici, ma molto importanti, c’è da chiedersi: in che misura lo spionaggio militare israeliano, con la sua penetrazione in profondità, ed implicitamente ostile, del comando militare e dei vertici politici USA, ha dato un apporto significativo tanto agli aspetti militari del tentativo di golpe che ai suoi risvolti sul piano politico e strategico?

Un’indagine approfondita sulle attività che le spie israeliane conducono da tempo, ed in maniera sempre più aggressiva, negli Stati Uniti, tra cui è ben nota la penetrazione dell’apparato di sicurezza della Casa Bianca di Clinton da parte dell’entità contrassegnata con il nome di “Mega”, rivela come sia probabile che Israele abbia avuto un ruolo perlomeno significativo, seppure in concomitanza con altri fattori, nel creare l’ambiente in cui furono orditi i fatti dell’11 settembre.

Si considerino i ruoli distinti e il comune contesto storico-strategico economico di quella combinazione poliedrica di elementi interdipendenti.


Impostare l’indagine

Considerati i tre aspetti dell’attacco, gli sviluppi combinati che prendiamo in esame vanno compresi come il riflesso di un’operazione-canaglia, comprendente la possibilità di un golpe immediato da parte di traditori che allignano nei vertici dei militari USA. Si consideri quanto segue.

Per valutare l’esistenza di questa intenzione, desunta dagli aspetti più evidenti del golpe, occorre prendere le distanze dall’impostazione tipica di molta stampa, un’impostazione che conduce ad errori infantili di giudizio. Tentare una “congiura di palazzo” contro la principale potenza nucleare mondiale, o anche contro una potenza nucleare minore, come Israele, impone ai congiurati delle regole rigidissime. Si tratta di complotti ad altissimo rischio, che richiedono la segretezza più assoluta.

Pertanto, chi ha la responsabilità di far luce su un complotto del genere, presume in partenza che molti dei complici non sanno abbastanza, o forse non sono più in vita, e quindi difficilmente potranno condurre all’incriminazione di coloro che li hanno manovrati. In situazioni del genere la cattura e l’interrogatorio dei “manovali” non è probabilmente la pista che conduce ad ottenere prove adeguate contro i mandanti al vertice del complotto. L’indagine deve pertanto distaccarsi dalle linee che sono state diligentemente previste dai mandanti, per puntare piuttosto ad un’impostazione più affidabile.

Escludendo circostanze particolarmente fortunate, le prove che si riscontreranno dopo un tentativo di golpe si limiteranno principalmente a ciò che c’è da attendersi a conclusione di un’operazione di questo tipo, che si è svolta attenendosi a quelle regole molto speciali che sono proprie di un gioco cospiratorio ad altissimo rischio. L’indagine deve pertanto cercare le prove muovendosi su un fianco che dovrebbe essere ovvio. Si tratta cioè di partire dal presupposto elementare che un tentativo di golpe del genere non ha alcun senso se non quello di perseguire un’intenzione plausibile, che si colloca al di fuori ed oltre lo scopo del tentativo di golpe in quanto tale. Un tentativo di golpe del genere può verificarsi soltanto in funzione di una serie di conseguenze già previste, come il dar luogo ad una azione continuata già in preparazione.

Pertanto, di fronte ai semplici fatti degli attacchi a New York e Washington, gli specialisti di controspionaggio debbono chiedersi: qual è l’azione continua che si voleva mettere in moto con quella serie di attacchi? Un golpe non poteva essere tentato in assenza dei più ampi intendimenti precedentemente maturati.

Si tratta di intendimenti che sono ben noti agli addetti:

  1. innescare una reazione a catena di allarmi termonucleari,

  2. dare una spinta generalizzata ai conflitti di religione ed analoghi un po’ in tutto il mondo, un fenomeno di cui le attuali iniziative delle Forze Armate israeliane sono la manifestazione più estrema.

Oggi, dopo gli avvenimenti dell’11 settembre, non vi sono dubbi che queste fossero le intenzioni più generali degli autori dell’attacco. Pertanto ogni indagine competente e le corrispondenti valutazioni strategiche dovrebbero essere impostate di conseguenza.

In questo caso, come in quello delle passate inchieste sui sospetti complici della spia israeliana Jonathan Pollard, o quello della “Lettera smarrita” dell’omonimo racconto di Edgar Allen Poe, la natura delle prove circostanziali appena esposte delle intenzioni degli autori consente di definire quali siano le “specie predatrici” che sentono l’impulso di compiere attentati del genere e che dispongono della capacità di eseguirli, anche se in tal modo non si è ancora in grado di individuare esattamente i vertici del tentato colpo di stato.

Occorre ribadire ancora una volta che, data la natura del caso, le iniziative da prendere nei confronti di questo golpe non possono essere anchilosate dalla ossessiva ricerca di prove a carico di responsabili specifici, come vorrebbe un metodo riduzionistico alla “Sherlock Holmes”. In casi del genere, piuttosto che lasciarci fuorviare da una specie di caccia agli individui isolati, occorre concentrare le risorse inerentemente limitate degli inquirenti sul più modesto ma più urgente obiettivo di neutralizzare gli obiettivi perseguiti con il tentato golpe. E’ proprio dei perdenti fermarsi, nel bel mezzo dell’infuriare della battaglia, a fare scalpi per collezionarli o per eseguire la propria vendetta.

L’indagine deve riconoscere che il complotto dietro l’11 settembre fu un mezzo con cui pervenire ad un fine. Ed è su tale scopo che occorre concentrare tutta l’attenzione e tutti gli sforzi, onde impedirne la realizzazione. Come in guerra, una volta fallito il complotto i congiurati risultano più vulnerabili e la loro complicità può essere individuata con più certezza, tranquillità e facilità.

Pertanto, gli avvenimenti di quel giorno posero il Presidente di fronte a due sfide. Mentre sul lungo termine doveva impedire che si realizzassero gli obiettivi finali del piano, sull’immediato, nel corso di quella giornata, doveva ricondurre le forze di sicurezza USA sotto il suo controllo personale. Considerate tali circostanze, bisogna ammettere che la sua risposta alla sfida immediata fu adeguata.

Anch’io dovetti affrontare una sfida simile, trovandomi a dover commentare l’argomento nel corso dell’intervista in diretta tra le 9 e le 11 di quella mattinata.

Ad esempio:

In quel momento mi trovavo in una situazione in cui il mio giudizio sull’attacco, che comunicavo al pubblico radiofonico, doveva essere formulato come se io fossi stato il Presidente degli Stati Uniti, o come se questi si trovasse al mio posto. Ecco ciò che si richiede ad un candidato alla carica di Presidente della principale potenza nazionale del mondo. C’è da ringraziare il cielo che, ad esempio, l’ex vice Presidente Al Gore non si trovava né al posto del Presidente Bush, né al posto mio in quel preciso momento.

Essenzialmente ritengo che in quelle due ore il Presidente Bush abbia preso una serie di giuste decisioni iniziali. Le prove dirette o indirette di questo sono di pubblico dominio. Il fatto che il Presidente abbia riferito in più occasioni della converzasione che ebbe con il Presidente russo Putin in quei tragici momenti è una prova a favore della mia tesi.

Ma a proposito delle decisioni che il governo prese nelle ore serali di quella giornata, c’è da riconoscere che nel comportamento della Casa Bianca si individuano tendenze contrastanti. Infatti, la decisione successiva di bombardare Osama Bin Laden e l’Afghanistan rappresenta un errore strategico, perché comporta un corso d’azione sempre più pericoloso per il mondo intero, come risulta evidente dalle conseguenze scaturitene sul piano internazionale, quali ad esempio l’intensificazione del conflitto tra Pakistan e India.

Mentre la Casa Bianca ha giustamente preso delle misure, in politica interna e internazionale, volte a riprendere subito l’iniziativa che i congiurati le avevano tolto dalle mani, quella di andare a bombardare l’Afghanistan è stata una scelta sbagliata. Si vorrà convenire con me che si tratta di un errore comprensibile, visto che il Presidente doveva affrontare un continuo dilatarsi della crisi mondiale su più fronti nelle settimane successive agli avvenimenti sbalorditivi di quella mattinata.

Con questo non intendo giustificare quelle scelte, ma sostengo che le difficoltà che il Presidente ha dovuto affrontare furono tante e tali da doverne necessariamente tener conto prima di giudicare il suo operato. Contrariamente a quanto professano tanti esperti, io sono personalmente convinto che, in un momento di crisi, la base su cui fare le scelte debba essere la verità e non qualche bugia che a prima vista ci possa sembrare opportuna; una bugia, infatti, per quanto “utile” ci possa sembrare, ci costringe poi a cercare altre menzogne per coprire quegli errori nei quali essa immancabilmente ci induce.

In un momento così fatalmente critico, il Presidente degli Stati Uniti deve guadagnarsi e difendere una credibilità durevole. Se si cerca di difendere quelle menzogne ritenute “utili”, non si fa altro che minare la propria credibilità a lungo termine, con conseguenze che possono essere davvero terribili. E’ così che a partire dalla serata dell’11 settembre l’impostazione politica degli Stati Uniti cominciò a scivolare lungo la china di un congegno di menzogne, ognuna delle quali inventata per coprire la precedente, dando vita a ciò che viene altrimenti eufemisticamente definito negli ambienti delle relazioni pubbliche, lo “spin”, “l’effetto” evidentemente tendenzioso. Costruendo quella che una volta Churchill definì “una scorta di menzogne”, anche se si tratta di menzogne “a fin di bene”, si finisce sempre per incappare in una situazione che è peggiore di quella che si cercava di evitare.

Pertanto, in una crisi del genere, mi spetta il ruolo che svolgo con il presente rapporto.

Per valutare competentemente l’attuale situazione americana occorre superare le ovvie polemiche per comprendere i dilemmi che il Presidente si trova ad affrontare insieme a coloro che si riveleranno essere dei consiglieri degni di fiducia. E’ necessario fare lo sforzo di immaginare la situazione così come la videro il Presidente e detti consiglieri nelle ore successive al disastro di quella giornata, nel momento in cui il polverone cominciava a diradarsi. Occorre anche tener conto di tutte le importanti circostanze che influirono sulle decisioni di quelle ore, circostanze che cominciarono a diventare di pubblico dominio dopo le ore venti di quella serata. Occorre anche tener conto dell’influenza nefasta di quelle che possono essere considerate delle talpe nell’amministrazione stessa, e che sono da sempre complici della causa dei militari israeliani, come gli ambienti di Richard Perle, o della cordata dello “Scontro di Civiltà” di Brzezinski, o di entrambi i gruppi.



Una serie di fatti cruciali

A tale scopo è bene non perdere di vista alcuno dei fatti cruciali in cui maturò la decisione di prendersela con Osama Bin Laden:

  1. Osama Bin Laden, tempo fa conosciuto come un playboy e oggi presentato come il “vecchio Fagin” del terrorismo internazionale, sarà quasi certamente la creatura infame che emerge dalle accuse che gli vengono rivolte. Cosí malvagio che se fosse vissuto un secolo fa avrebbe potuto prendere parte al complotto per assassinare il Presidente degli USA McKinley, come sicario di Emma Goldman o persino come mandante al posto della stessa Goldman. C’è però da chiedersi se oggi Bin Laden abbia l’opportunità ed i mezzi per effettuare un attacco tanto importante quanto lo fu quello contro il Presidente McKinley. Sarà pure tanto disgustoso da meritare di finire in galera con le accuse più infamanti, ma siamo poi certi che condannando lui per i crimini dell’11 settembre riusciremo ad eliminare la minaccia che i veri perpetratori rappresentano ancora oggi per gli Stati Uniti e per l’intera civiltà?

  2. Gli Stati Uniti conoscevano già il carattere disgustoso di Bin Laden, dato che era tra quei criminali che essi stessi, insieme ad altri, avevano messo in campo contro l’Unione Sovietica e poi contro la Russia, l’Asia Centrale, il Caucaso e contro altri bersagli, e che, insieme ai Talebani, era uno degli elementi al vertice del traffico di droga in Asia Centrale. In ogni caso, non si trovava in condizioni di poter condurre un attacco paragonabile, circostanze storiche a parte, a quello che proiettò Teddy Roosevelt alla “Casa Bianca”, nome con cui fu ribattezzata proprio dallo stesso Roosevelt, o essere addirittura il mandante degli orrori dello scorso 11 settembre.

  3. Sebbene le conversazioni telefoniche tra il Presidente Bush e il Presidente russo Putin, a cui ha fatto più volte riferimento pubblicamente lo stesso Bush, abbiano impedito che il tentativo di golpe raggiungesse il suo scopo più immediato, che era quello dell’escalation nucleare, gli autori di quel golpe sono ancora a piede libero e sono ancora nelle posizioni importanti in cui si trovavano la mattina dell’11 settembre, posizioni da cui continuano a minacciare il governo ed il Presidente degli Stati Uniti.

  4. L’escalation termonucleare che si voleva provocare, come prima cosa, scegliendo come obiettivo l’edificio del Pentagono, non doveva essere che la prima fase verso un ben più importante obiettivo della grande strategia. Si tratta di un obiettivo noto allora quanto lo è oggi. Era un obiettivo già chiaro nel momento in cui furono sferrati gli attacchi combinati a New York e sulla capitale. Negli ambienti di governo in Europa ed altrove ci si rese subito conto di ciò nelle prime ore successive a quei fatti. Scopo del tentativo di colpo di stato era indurre gli USA a sostenere l’attuale governo dei militari in Israele, e così alimentare uno scenario di guerre di religione del tipo “scontro di civiltà” alla Brzezinski.

  5. Si tratta di un piano strategico geopolitico generale che era già noto negli ambienti politici europei ed altrove. Lo scenario dello “scontro di civiltà” era stato da tempo pubblicizzato dall’ex Consigliere di Sicurezza Nazionale Brzezinski e dal suo sempre pronto “Leporello” Samuel P. Huntington. Aveva già ottenuto molta popolarità tra i “portatori di handicap morali” di entrambi gli schieramenti del Congresso, tra i potentati finanziari USA e nei principali organismi della stessa amministrazione Bush. Richard Perle e Wolfowitz sono solo due esempi tipici delle belve che allignano nelle posizioni ufficiali e nelle strutture di pianificazione politica dell’amministrazione USA.

  6. La risposta strategica degli USA al tentativo di colpo di stato è stata di prendersela con alcuni elementi della “lista dei soliti sospetti”, come i trafficanti di droga al governo in Afghanistan e Bin Laden. L’ovvio vantaggio di questo espediente è che consentiva all’amministrazione Bush di riprendere l’iniziativa, cogliendo momentaneamente in contropiede le forze allineate con la politica dello “scacchiere geopolitico” di Brzezinski.

  7. Questa è una politica che doveva finire per avere presto un ritorno di fiamma. La tattica diversiva di concentrare le energie internazionali sulla scelta di obiettivi, riconosciamolo pure, disgustosi, è servita ad allontanare, almeno per il momento, la minaccia strategica maggiore e più immediata, quella di una guerra allargata contro le nazioni islamiche. Ma questa stessa grande minaccia strategica non solo persiste ma è stata persino aggravata dai bombardamenti in Afghanistan. Sono stati compiuti sforzi sempre più insistenti e coercitivi, anche da parte di un raggruppamento di potere nella struttura di comando politica USA, per indurre il Presidente Bush a dare il suo sostegno al comando delle Forze Armate israeliane in una guerra di religione contro nazioni arabe in Medio Oriente, come l’Irak, e ad una serie di “scontri di civiltà” geopoliticamente motivati contro le popolazioni asiatiche, a cominciare da quelle islamiche.

  8. L’accanito scontro di fazione scoppiato in seguito nel governo USA, sottoposto a pressioni a favore di una guerra di religione anche dai nostalgici della Confederazione raccolti attorno al parlamentare Tom Lantos, dimostra che gli attacchi dell’11 settembre erano parte integrante della manovra per sbaragliare l’amministrazione Bush o per trascinarla nelle guerre di religione da “scontro di civiltà”, che Ariel Sharon aveva cercato di mettere in moto con la simulazione di un attacco contro al-Haram-al-Sharif di Gerusalemme, uno dei luoghi più sacri dell’Islam.

  9. Se non si riesce a convincere il governo Israeliano di Sharon a cambiare i propri obiettivi, l’assommarsi della reazione a catena dei crolli nel sistema monetario e finanziario mondiale, dell’aggravarsi dell’ostilità generale promossa da Israele contro le popolazioni islamiche e della profanazione del secondo luogo più sacro dell’Islam che forze Israeliane si ripromettono di compiere a Gerusalemme, finirà per condurre il mondo intero in una riedizione, con tanto di arsenali nucleari, della Guerra dei Trent’anni che imperversò in Europa tra il 1618 e il 1648. Che questa guerra geopolitica globale, questo fuoco inestinguibile delle guerre di religione, fosse il vero obiettivo che gli autori dei misfatti dell’11 settembre si riproponevano di raggiungere è un fatto al di là di ogni dubbio per chiunque sia mentalmente sano e capace di documentarsi.

I fatti sin qui identificati sono necessari ma non sono sufficienti. Occorre anche sviluppare la competenza per fare luce su di un problema molto speciale e profondo che i fatti finora citati semplicemente implicano, e per sviluppare le dovute contromisure. Occorre cioè fare luce sul retroterra profondo di coloro i cui interessi speciali si esprimono nelle ricadute continue e crescenti dei fatti dell’11 settembre.

Nel trattare la sfida che questi fatti rappresentano per i leader mondiali è necessario evitare la sciocca pratica riduzionistica di cercare spiegazioni plausibili per i diversi fatti o gruppi di fatti più o meno isolati. Occorre piuttosto che si definisca una geometria della mente, di quella follia che permea gli scritti di Brzezinski, Huntington e gente simile a partire da «The Soldier and the State» che fu pubblicato nel 1957. Come dimostrerò più avanti, lo stato mentale squilibrato e perverso che contraddistingue le opere principali di Brzezinski, Huntington ed altri, è ciò che ha messo in moto gli schieramenti e le politiche contrapposte.

Il punto di partenza della mappa sulla quale cimentarsi nella definizione di questo tipo speciale di follia è dato dal caso esemplare del moderno Mefistofele, il professore William Yandell Elliott, leader dei Nashville Agrarians [l’intelligentzia culturale sudista di Nashville, nel Tennessee – Ndr], seguace del pensiero del noto utopista H.G. Wells. Elliott, come la leggendaria moglie del Rabbino di Praga, ha prodotto una serie di Golems, tra cui personaggi noti come Zbigniew Brzezinski, Samuel P. Huntington, Henry A. Kissinger ed altri. Sono mostri che “l’apprendista stregone” Elliott evidentemente è riuscito a produrre proprio dal fango.

Per comprendere le motivazioni dei seguaci dello scomparso prof. William Yandell Elliott nel promuovere la guerra geopolitica dello “scontro di civiltà” occorre risalire ad un discorso che uno di loro, Henry A. Kissinger, tenne il 10 maggio 1982 di fronte al pubblico di Chatham House in Inghilterra. Individuato questo punto di partenza sulla mappa, torneremo a trattare del succo del discorso di Kissinger più avanti.