USA: dietro l’impeachment c’è il partito della guerra

Il 13 ottobre 2019 Trump annunciò il ritiro delle truppe statunitensi dalla Siria, mantenendo la promessa, fatta in campagna elettorale, di porre fine alle “guerre permanenti” lasciategli in eredità dai suoi predecessori. La decisione incontrò una forte resistenza di parlamentari di entrambi i partiti e la Camera dei Rappresentanti votò 354 a 60 contro il ritiro.
Poco più di un mese dopo, a seguito di una visita a sorpresa in Afghanistan, Trump dichiarò di voler iniziare il ritiro delle truppe anche da lì, decretando la fine della perdita di vite da ambo le parti del conflitto e dello spreco di denaro pubblico. La decisione provocò una nuova ondata di opposizione da entrambi i partiti, ma specialmente dai leader democratici, che hanno ancora una volta dimostrato di aver completamente abbracciato le guerre imperiali del Complesso Militare-Industriale che una volta solevano denunciare ad alta voce.
L’iniziativa di Trump, di porre fine a quelle che aveva denunciato come “guerre permanenti” avveniva mentre i democratici si buttavano a capofitto nella campagna per l’impeachment, peraltro avviata il giorno dell’inaugurazione. La “caccia alle streghe”, come l’ha chiamata Trump, combina attacchi maccartisti contro la Russia con una piena difesa delle guerre lanciate da George W. Bush e estese da Obama. Dal Russiagate all’Ukrainegate, i democratici hanno incessantemente tentato di spodestare il Presidente, denigrandone le mosse per stabilire un rapporto di cooperazione con la Russia e riducendole a un segno di sottomissione a Putin.
Questo iper-settarismo è evidente anche nella reazione democratica all’uccisione del gen. Soleimani. Pur denunciandolo negli stessi termini dell’Amministrazione come un “uomo con le mani intrise di sangue americano”, i democratici definiscono quello del Presidente un atto “sconsiderato” che rischia di scatenare una guerra più ampia. È possibile che tale pericolo di guerra abbia trasformato i falchi assatanati in pacifiche colombe?
In realtà la loro agenda non ha niente a che vedere con la pace nella regione. Se fossero preoccupati di ciò, essi avrebbero appoggiato la decisione di ritirare le truppe dalla Siria e dall’Afghanistan. Invece, la loro ragione d’esistere sembra essere solo quella di cacciare Trump.
Così, invece di impegnarsi in un dibattito trasversale su come evitare una guerra generale (per esempio, accettando la proposta di un vertice Trump-Putin-Xi sopra formulata), essi sembrano felici di aver trovato un nuovo fianco per attaccare il Presidente, anche se è del tutto ipocrita. Quindi, la polarizzazione è diventata un driver verso la guerra, una guerra che Trump ha dichiarato di non volere ma che i suoi avversari politici e i sovversivi, nella comunità di intelligence, sono pronti ad abbracciare.