L’esposizione debitoria delle imprese non finanziarie negli Stati Uniti d’America è ora appena al di sotto dei 14 mila miliardi di dollari, quasi il doppio degli 8 mila miliardi del 2008. Questa bolla mostra i primi segni di un imminente collasso, che potrebbe essere peggiore dello scoppio della bolla immobiliare nel 2007-2008, che totalizzava “solo” 11 mila miliardi e i cui effetti opprimono ancor oggi l’economia e le famiglie.

L’espansione monetaria pilotata dalle banche centrali trilaterali, ormai al suo decimo anno e procedente al ritmo di 1,7 mila miliardi di dollari annui, è alla radice di questa mega-bolla del debito. Dei 14 mila miliardi del debito delle imprese americane, quasi novemila sono cartolarizzazioni immobiliari commerciali (CMBS). L’aumento delle insolvenze registrato nel 2016, combinato all’improvviso taglio del credito per prestiti commerciali, industriali e al consumo, indica che la bolla è avviata verso il collasso.

Secondo un nuovo rapporto di Standard & Poor’s sulle insolvenze delle imprese (riguardante solo quelle con un rating), il settore dell’energia e delle risorse naturali ha registrato un aumento del valore delle insolvenze di oltre il 100% rispetto al 2015, da 110.3 a 239,8 miliardi di dollari. Si tratta del tasso più alto dal crac del 2009. Il rapporto di S&P è globale, ma il 68% di tutto il debito è stato originato dalle banche americane.

I segnali indicatori di questa settimana provengono da tre delle banche principali. I deludenti risultati di Goldman Sachs per il primo trimestre provengono da perdite sui prestiti alle imprese. Milioni di dollari sono andati persi su imprese come Peabody Energy e Energy Future Holdings Corp.

Quanto riportato da Bloomberg il 27 aprile sembra preso tale e quale dal film “The Big Short”. Wells Fargo e JPMorgan Chase starebbero riducendo “drammaticamente” i loro prestiti per acquisti di auto, fino al 50%, e disfacendosi di quelli in bilancio impacchettandoli in cartolarizzazioni e vendendoli come asset-backed security con derivati ai “manager dei fondi monetarii”. E Morgan fornisce loro i prestiti perché ne acquistino il massimo! “Ma dando ai fondi la possibilità di investire in debiti che esse stesse sono sempre più riluttanti a toccare, come minimo crea la percezione che le banche stiano rifilando spazzatura ai clienti”, dice un consulente finanziario. Proprio questo avvenne con i mutui tossici, i CDS e i CLO che le banche di Wall Street rifilarono ai polli di tutto il mondo nel 2007-2008, quando si profilava il crollo di quei mutui. Per concludere, i prestiti delle quindici principali banche regionali americane sono scesi di dieci miliardi nel primo trimestre, a 1,73 mila miliardi di dollari, rispetto al trimestre precedente. Si tratta del primo calo da cinque anni, secondo i dati compilati da Bloomberg. I prestiti industriali e commerciali non aumentano da sei mesi, e il credito bancario totale è improvvisamente e sensibilmente sceso: segno che questa gigantesca bolla di Wall Street, pompata dall’acquisto delle proprie azioni, da fusioni e acquisizioni e ingegneria finanziaria ha raggiunto il picco e va incontro a serii guai.

Per evitare un nuovo crac come quello del 2008, l’unica via è quella della riforma Glass-Steagall, la netta separazione tra le banche ordinarie e quelle d’affari. È ora che Trump cessi di limitarsi ad accennarvi, e che si muova decisamente per costruire una coalizione trasversale per farla passare. In un’incoraggiante intervista a Bloomberg il 1 maggio, Trump ha detto: “C’è qualcuno che vuole tornare al vecchio sistema, giusto? Allora lo esamineremo”. Allo stesso tempo, dovrebbe invitare i cinesi a investire nelle infrastrutture americane.