Il secondo grande crac finanziario è in arrivo e le banche centrali assistono impotenti, accapigliandosi sulla scelta tra l’anticiparlo con una manovra sui tassi o il cercare di ritardarlo continuando la politica espansiva, anche se questo significa aumentare ulteriormente la bolla del debito. Così si è vista una Janet Yellen alzare i tassi e annunciare “non più crisi finanziarie in our time”, per poi parzialmente rimangiarsi quella frase dopo il fuoco di sbarramento da oltreoceano. Draghi invece fa sapere dal bunker che la BCE farà QE a oltranza, anche se i russi sono ormai alle porte di Berlino.

I russi della metafora sono il moltiplicarsi dei segni che le varie bolle del debito alimentate dal QE stanno ormai franando, tanto che gli stessi regolatori cominciano timidamente a lanciare l’allarme.

Il primo autorevole avvertimento è giunto da Alex Brazier, direttore per la Stabilità Finanziaria e il Rischio della Banca d’Inghilterra, che in un discorso a Liverpool il 24 luglio ha parlato, seppur in termini cauti, del rischio di un nuovo crac in arrivo. Tradotte dal “banchese”, le sue parole hanno gettato l’allarme in molte testate britanniche. I crediti al consumo sono cresciuti molto rapidamente nel Regno Unito, di sei volte rispetto al reddito, ha sottolineato Brazier. Specialmente i finanziamenti per l’auto, i “Personal Contract Purchase” (PCP), sono fonte di preoccupazione. Quasi quattro auto su cinque sono finanziate con questi PCP, che rimandano di quattro anni la maxirata finale. “Le banche coinvolte e gli azionisti delle case automobilistiche farebbero bene a ponderare attentamente i rischi”, ha ammonito Brazier.

Il secondo avvertimento è stato lanciato da Isabel Schnabel, uno dei “Cinque Saggi” del Consiglio Economico del Governo tedesco, che ha ammonito che un rialzo dei tassi d’interesse farebbe saltare il castello dei derivati finanziari. “Un improvviso rialzo potrebbe minacciare d’insolvenza le banche” che hanno accumulato parecchi derivati sui tassi, ha affermato in un articolo del Frankfurter Allgemeine Zeitung il 27 luglio.

Altri segni di bolle in procinto di scoppiare sono l’aumento delle imprese “zombie” in Europa e la crescita delle insolvenze nel settore dei corporate bond negli Stati Uniti d’America, con particolare riguardo al settore immobiliare. Le imprese “zombie” sono quelle i cui ricavi non bastano a pagare gli interessi sui debiti contratti. Per questo esiste un parametro, chiamato tasso di copertura degli interessi (interest coverage ratio) che è il rapporto tra gli utili e il pagamento degli interessi. Una ricerca di Merrill Lynch, pubblicata il 25 luglio dal Financial Times, mostra che la quota di imprese con un ICR “all’un per cento o al disotto”, è oggi salito al 9%. Questo sviluppo “procura notti insonni a Mario Draghi”, ha chiosato il FT.

Il debito delle imprese americane, molto più che in Europa, è espresso in obbligazioni e ammonta a quattordicimila miliardi di dollari, di cui undici sono rappresentati dal solo comparto immobiliare (Corporate Real Estate), includendo anche le cartolarizzazioni. Il tasso di insolvenza di quest’ultime, secondo Moody’s, era del 4,6% nel settembre 2016, ed è salito al 5,6% nel giugno 2017. Il tasso d’insolvenza dell’intera bolla dei corporate bond è al 2,6%; una quota che può sembrare bassa, ma è il triplo del 2015.

Si può guardare al crac in arrivo con responsabilità, come fa questa newsletter, sollecitando con ancor più urgenza la separazione bancaria e il ripristino delle protezioni sui risparmi e i conti delle imprese, oppure, come fanno i corresponsabili del disastro, anticipare un nuovo impoverimento della popolazione. Così fa Jacques Attali (nella foto), mentore di Emmanuel Macron ed eminenza grigia del socialismo finanziario transalpino, filo-britannico e filo-eurista, il quale, nella sua rubrica su L’Express del 26 luglio, descrive il sistema in bancarotta e prende atto che “prima o poi, le banche centrali cesseranno di comportarsi come Madoff legalizzati e ridurranno il flusso di denaro gratuito che stanno dando alle banche. Questo farà salire i tassi e gli Stati e le imprese finiranno in bancarotta. Tornerà la crisi, e con essa la disoccupazione e la riduzione del potere d’acquisto”.

I dispositivi per depredare i popoli europei sono già parzialmente stati instaurati dall’Unione Europea. Sospendiamoli finché siamo in tempo.