Dopo due anni, l’inchiesta condotta da Robert Mueller (nella foto con Bush) sulle presunte collusioni di Donald Trump con la Russia si è conclusa con un pugno di mosche. Ora è venuto il momento di smantellare l’apparato che ha imbastito la bufala criminale: sia Trump sia il Ministro della Giustizia William Barr hanno segnalato di essere pronti a farlo. Il 9 aprile, nel corso dell’audizione di una Commissione del Senato, Barr ha sganciato una bomba: “Penso che sia stato spionaggio. La questione è se vi fossero fondati motivi. Non sto affermando che non vi fossero, ma v’è bisogno di capirlo… E non parlo solo dell’FBI, ma degli enti di intelligence in generale”. In un ovvio understatement, Barr ha aggiunto: “Penso che spiare una campagna [elettorale] sia una cosa grossa”.

Due giorni dopo, commentando quella dichiarazione di fronte alla stampa, lo stesso Trump ha dichiarato:

“Certamente hanno spiato la mia campagna. Dirò di più: secondo me hanno spiato illegalmente, qualcosa che non ha precedenti e non dovrà mai più essere permesso nel nostro Paese”. Trump ha aggiunto che sarebbe “tradimento” e un “disservizio per il Paese” se non si investigasse sulle origini dell’inchiesta contro di lui.

Per questo, è cruciale smascherare il ruolo dell’intelligence britannico, come ha documentato il LaRouche Political Action Committee negli Stati Uniti d’America (https://larouchepac.com/20190408/british-role-russiagate-about-be-fully-exposed), a maggior ragione perché il rapporto di Mueller, pur non trovando prove di collusione, perpetua la finzione che sia stata la Russia a introdursi nei calcolatori del Comitato Nazionale Democratico e ad aver passato i dati a Julian Assange. Questa era la base dell’intera bufala del Russiagate ed è una menzogna. Vi sono tre persone che possono testimoniarlo, e vanno ascoltate.

Primo, l’ex direttore tecnico della NSA William Binney che, assieme a colleghi del Veterans Intelligence Professionals for Sanity (VIPS), ha raccolto le prove forensi che i calcolatori del DNC non furono “hackerati”, ma i dati furono scaricati su una chiavetta USB o anologo supporto di memoria esterno. In una nuova intervista per il LaRouchePAC dell’11 aprile, Binney ha di nuovo chiesto di essere ascoltato da un giudice.

La seconda persona è l’ex ambasciatore britannico Craig Murray, il quale ha dichiarato di aver incontrato segretamente la persona che trafugò le e-mail del DNC e che si tratta di un insider, certamente non russo.

Il terzo è lo stesso Julian Assange, che ha dichiarato di possedere “la prova fisica che i russi non me l’hanno date” (le e-mail del DNC) e che la fonte non fosse un dipendente dello Stato. Nessuna di queste tre persone è stata mai ascoltata dagli inquirenti o dal Congresso. Sia Binney sia Murray hanno reagito all’arresto di Assange, avvenuto l’11 aprile a Londra, dichiarando che si tratta di una spudorata violazione della libertà di stampa. Assange ora è minacciato di estradizione negli Stati Uniti, dove lo aspetta un processo farsa. Egli ha però la chance di fare rivelazioni esplosive che smascherino ulteriormente la cricca angloamericana dietro il tentativo di rovesciare Trump e impedirgli di stabilire rapporti costruttivi con Russia e Cina.

Al riguardo, durante una conferenza per la stampa con il Presidente sudcoreano Moon jae-In il 12 aprile a Washington, Trump ha voluto ringraziare sia la Russia sia la Cina per l’aiuto nei colloqui tra Pyongyang e Washington.