Russiagate: nulla di concreto

Dopo due anni di inchieste ufficiali sul Russiagate, decine di milioni di dollari spesi e migliaia di articoli e servizi sui media dominanti che ripetono le stesse accuse non dimostrate, si è giunti alla stessa conclusione espressa dal funzionario dell’FBI sotto inchiesta Peter Strzok, in uno dei suoi SMS a Lisa Page, ovvero “non v’è alcunché di concreto”. La promessa fatta da Strzok all’amante e avvocato dell’FBI, che sarebbero riusciti a impedire a Trump di vincere le elezioni, o comunque a usare le accuse contro di lui come “polizza assicurativa”, ha lo stesso valore della promessa di fedeltà alla moglie quando si sposarono, cosa che ha messo molto in imbarazzo Strzok durante la sua audizione al Congresso e ha suscitato urla di indignazione da parte dei suoi difensori anti-Trump, resi ancora più isterici dal fallimento del tentativo di provare le presunte interferenze russe nella campagna elettorale e la presunta collusione di Trump.

La situazione è peggiorata quando è emerso il fatto che chi si oppone al Russiagate, incluso Trump, aveva ragione nel dire che i mandati per le intercettazioni della FISA contro i funzionari dell’organizzazione elettorale di Trump si basavano sullo screditato dossier di un “esperto” di Russia dei servizi segreti britannici, Christopher Steele. Anche se la documentazione è stata modificata, sono emerse prove a sufficienza del fatto che l’FBI non informò come di dovere il tribunale della FISA chiarendo che la base del mandato contro Carter Page era un dossier pagato dagli oppositori di Trump nel Partito Democratico e dalla campagna della Clinton.

Inoltre, si sta sfaldando la montatura dietro alle incriminazioni dell’inquirente speciale Robert Mueller (nella foto con Bush), in quanto alcuni individui accusati di gestire la “fabbrica di troll russi” per interferire con le elezioni hanno colto di sorpresa il suo team presentandosi in tribunale per difendersi. Nel tentativo di montare lo scandalo, Mueller ha incriminato dei russi, presumendo che non si sarebbero presentati e che quindi non avrebbe dovuto dimostrare le sue accuse in un processo. Quando alcuni membri del Concord Management and Consulting LLC russo hanno risposto alle accuse esigendo documenti a discarico, il team di Mueller è rimasto con un palmo di naso e ha cercato di rinviare il procedimento. L’offerta fatta dal Presidente Putin di consentire al team di Mueller di andare in Russia a interrogare i funzionari del GRU da lui incriminati per “pirateria informatica” è caduta nel silenzio, il che indica che Mueller ha la coda di paglia.

A quanto pare il caso di Mueller si riduce al patteggiamento di individui come Michael Flynn, che non ha i mezzi finanziari per combattere la “caccia alle streghe”, o personaggi minori quali George Papadopoulos. Paul Manafort, un pesce più grosso, si è rifiutato di patteggiare, e il suo processo inizia questa settimana in Virginia.

Il grande passo avanti fatto da Mueller sta nel pettegolezzo emerso dall’inchiesta su un avvocato di Trump, Michael Cohen, che avrebbe pagato un’attrice pornografica, e la speranza che Cohen riesca a sostanziare altre accuse, come quella che Trump fosse al corrente di un incontro di funzionari della sua organizzazione elettorale con un avvocato russo nella Trump Tower, per raccogliere “sporcizia” su Hillary Clinton. Tuttavia, non solo non fu offerta alcuna “sporcizia”, ma l’incontro ebbe tutte le sembianze di un tentativo dell’FBI di incastrare i funzionari dell’organizzazione elettorale di Trump, alla stregua delle “prove” create ad arte da FBI, CIA e MI6 per dimostrare che i funzionari godettero dell’aiuto elettorale dei russi.

Nel frattempo prosegue l’inchiesta del Congresso sulla corruzione di funzionari del Dipartimento di Giustizia e dell’FBI, che a questo punto rischiano di finire incriminati.