Russiagate: l’ex capo della CIA alla sbarra?

La revoca del nulla osta di sicurezza all’ex capo della CIA John Brennan, decisa dal Presidente Trump, è stata accolta da urla di protesta da parte dei soliti sospetti che accusano il Presidente di attacco alla libertà di parola. Anche se è pratica comune negli Stati Uniti che gli ex capi dei servizi di sicurezza possano avere accesso a briefing secretati, Brennan usava le informazioni cui aveva accesso per attentare contro il Presidente eletto degli Stati Uniti. Tale esercizio non è protetto dalla Costituzione americana.

Trump ha annunciato la revoca del nulla osta a Brennan il 15 agosto, con una dichiarazione per la stampa in cui si accusa Brennan di aver “recentemente approfittato del suo status di ex funzionario ad alto livello con accesso a informazioni delicate per formulare una serie di accuse infondate e offensive – scoppi d’ira su Internet e in televisione – su questa amministrazione” (A parte il suo uso iperattivo di twitter.com, Brennan è stato assunto come commentatore della rete televisiva anti-Trump MSNBC).

La decisione di Trump ha scatenato un’ondata di attacchi al vitriolo da Brennan e dai suoi alleati. L’ex direttore della National Intelligence James Clapper, che ha svolto un ruolo di primo piano nel creare la narrativa del Russiagate ed è anche sull’elenco di coloro che potrebbero perdere le credenziali di sicurezza, ha definito l’azione di Trump “una violazione dei diritti sanciti dal Primo Emendamento”. Brennan stesso ha dimostrato l’assurdità di questa accusa pubblicando un editoriale sul New York Times del 17 agosto dal titolo “Le pretese di non collusione del Presidente Trump sono solo sciocchezze”.

La pubblicazione di questo editoriale dimostra che le azioni di Trump non violano i diritti alla libertà di parola, ma solo il diritto di ricevere briefing secretati. Brennan tuttavia non si limita a esercitare il diritto di parola con i suoi attacchi, bensì sta coordinando un tentativo di destituire Trump sulla base della convinzione sua e dei suoi colleghi che non sia possibile la pace con la Russia e che tutti i tentativi di Trump di avviare un dialogo produttivo con Mosca dimostrerebbero che egli è un “fantoccio” di Putin.

Brennan e i suoi collaboratori hanno lanciato il Russiagate durante la campagna presidenziale nel tentativo di impedire che Trump vincesse le elezioni. Essi favorivano chiaramente la candidata preferita dalla CIA, Hillary Clinton, che aveva lavorato gomito a gomito con Brennan nelle operazioni contro la Russia e anche nel golpe in Libia. Il suo scoppio di rabbia più recente è stato l’attacco al vertice di Helsinki tra Trump e Putin, quando ha affermato che “la prestazione di Trump… equivale a un reato grave e ne supera perfino la soglia, avvicinandosi all’alto tradimento”.

È un segno della “Sindrome di Pazzia da Trumpofobia” che così tanti nei media e dentro al Congresso, inclusi coloro che si considerano di sinistra e progressisti, siano accorsi in difesa di Brennan. Quando era a capo della CIA, costui commise svariati reati: insabbiò le torture commesse dalla sua agenzia; spiò membri dello staff del Senato che indagavano sulle torture; coordinò omicidi coi droni per conto di Obama, inclusi gli omicidi di cittadini americani e di centinaia, forse di migliaia, di civili. E ora è al centro della ragnatela di menzogne e insabbiamenti che caratterizza gli attacchi contro il Presidente Trump.

Brennan dovrebbe essere convocato dal Gran Giurì per rispondere di queste accuse. Ma non c’è da aspettarsi che un mentitore seriale dica la verità, neanche in tribunale.