Il 4 agosto 2015 il deputato democratico americano Alan Grayson ha presentato la proposta di legge H.R. 3440 per “indirizzare il Dipartimento dell’Energia nel sostegno dell’innovazione nella fusione nucleare”, passata al vaglio della Commissione parlamentare sulla Scienza, lo Spazio e la Tecnologia”.

Il “Fusion Innovation Act of 2015” rappresenta la prima reazione politica a un appello internazionale, lanciato in forma di lettera aperta, da oltre cinquanta ricercatori di numerose nazioni, il 23 settembre 2013.

L’appello era rivolto essenzialmente alle nazioni tecnologicamente avanzate, affinché rivedessero l’implicita decisione di finanziare quasi esclusivamente il progetto internazionale per la costruzione di ITER, l’enorme tokamak dimostrativo di Cadarache, in Francia.

“Lo sforzo internazionale”, si legge nell’appello che traduciamo integralmente qui, “è attualmente concentrato quasi esclusivamente su un singolo apparato, il tokamak, e su una singola versione dello stesso, quella di ITER. […] Non sappiamo ancora quale funzionerà tra le molte macchine per la fusione oggi oggetto della ricerca; quale entrerà in funzione prima o quale produrrà energia nel modo più efficiente. Quindi, concentrarsi su un singolo esperimento non costituisce la via più sicura e veloce verso la fusione termonucleare controllata”.

La ricerca scientifica di base soffre da decenni a causa del cambiamento di paradigma inaugurato nell’agosto 1971, che incanalò il mondo nel solco di una “traiettoria economica” in cui è il profitto a breve, quello speculativo, ad attirare le risorse che dovrebbero invece andare, in forma di credito produttivo, alle imprese collettive ad alta intensità di capitale, come appunto la ricerca della fusione nucleare controllata.

Come per la ricerca spaziale..

Il senso dell’appello era, in altri termini, quello di far rivivere lo spirito del Progetto Apollo. Molti non sanno che alla NASA furono tagliati i finanziamenti già prima che Neil Armstrong compisse sulla Luna il “balzo da gigante per l’umanità”.

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Quale fu lo spirito del Progetto Apollo? Quello di qualunque periodo storico in cui la società condivide un ottimismo che la protegge dal pensiero contabile, dal monetarismo, dall’austerità, dall’entropia in economia.

“Negli anni del programma Apollo”, disse Donald Rethke in un’intervista con Ivano Dal Prete nel 40esimo anniversario (Coelum, n. 130, luglio-agosto 2009), “le nostre restrizioni erano dettate dai tempi, dal peso o dal volume, non certo dal budget. In pratica, non avevamo problemi di soldi: se ci accorgevamo che il nostro approccio non funzionava potevamo fare un passo indietro e lavorare contemporaneamente su un piano B, che sarebbe stato finanziato adeguatamente, potendo poi scegliere il migliore”.

“Quel che è accaduto a partire dallo Shuttle, è che non ci sono più fondi per un piano B: il piano A deve funzionare, altrimenti verrà semplicemente cancellato o si dovranno affrontare dei compromessi: il sistema dovrà ancora soddisfare le specifiche, ma sarà meno robusto”.

Accelerare la corsa verso la fonte d’energia stellare

La stessa sorte è toccata alla ricerca internazionale sulla fusione. Agli inizi, com’è naturale, molti gruppi lavorarono in maniera pionieristica a varie modalità differenti e con macchine assai differenti, con progressi ostacolati dalla stupida segretezza imposta dalla guerra fredda. Molte strade, successivamente, cominciarono ad essere considerate come “piani B”, nonostante i moniti di autorevoli scienziati, per esempio di Winston Bostick, che a un certo punto della sua carriera di esperto della macchina detta Plasma Focus divenne membro attivo della Fusion Energy Foundation di Lyndon LaRouche. Ora, com’è altrettanto naturale per una società che si lasci comandare dai contabili, vacilla anche il “piano A”, costretto ad una dieta dimagrante.

Per questo motivo Eric Lerner, presidente della Lawrenceville Plasma Physics Inc., oltre a lodare la proposta-risposta di Alan Grayson come “la prima iniziativa con cui si chiede il finanziamento di vie brevi per il raggiungimento della fusione nucleare”, ricorda che è necessaria “un’ampia mobilitazione del sostegno popolare” e auspica che, a fianco del lavoro di Grayson di sensibilizzazione dei suoi colleghi, “molto di più sia fatto per mostrare ai membri della commissione [interessata] che i popoli della Terra, oltre a quello americano, considerano essenziale una strada ampia e rapida verso la fusione” (vedi).

Se approvata, la proposta di legge vincolerebbe il ministero americano per l’energia (DoE) ad elargire crediti a enti o società private di ricerca che dimostrassero tramite studi progettuali che il proprio concetto alternativo possa essere sviluppato in tempi rapidi, portando alla effettiva produzione di energia. Più precisamente parla di progetti che abbiano “il potenziale di dimostrare la produzione netta di energia non oltre i sette anni dalla costruzione [della macchina]”.

Oltre ai siti in cui condurre gli esperimenti, oggetto della legge sono anche, da una parte, le apparecchiature di calcolo e i programmi di simulazione e la loro condivisione e, dall’altra, l’istituzione di processi che permettano ai ricercatori dei diciassette laboratori nazionali controllati dal DoE (vedi) di lavorare per tempi limitati presso le società private di ricerca in questo campo.

Portare il “Sole” in Italia

L’Italia collabora a progetti internazionali. Nell’ambito del progetto ITER, per esempio, il consorzio padovano RFX e l’Università di Napoli Federico II lavorano con l’Instituto Superior Técnico di Lisbona, la Ludwig Maximilians Universitaet di Monaco di Baviera, il Max Planck Institut fuer Plasmaphysik di Garching e la finlandese Tampereen Teknillinen Yliopisto (Università tecnologica di Tampere).

Cinque anni fa il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi chiese il sostegno del Presidente russo Vladimir Putin per condurre il progetto IGNITOR del prof. Bruno Coppi, che per i costi contenuti avrebbe potuto rimanere un progetto nazionale.

Ma negli anni Settanta, prima che venisse contagiato dall’ambientalismo, l’ENEA aveva al suo attivo altre linee di ricerca. Sperimentò, per esempio, un Plasma Focus (vedi).

Nel mondo sono state pensate numerose alternative, che riprendiamo da alcuni siti, tra cui “Perspectives on Plasma”.

  • fusione indotta da fasci di particelle in collisione (Colliding Beam Fusion)
  • tokamak elettrico
  • multipolo fluttuante (Floating Multipole)
  • improvviso addensamento di un plasma entro un condensatore cilindrico (Plasma Focus o Dense Plasma Focus)
  • fusione indotta da correnti di ioni pesanti (Heavy Ion Fusion)
  • confinamento inerziale elettrostatico (Inertial Electrostatic Confinement)
  • strizione a campo rovesciato (Reversed Field Pinch)
  • configurazione a campo rovesciato (Field-reversed Configuration)
  • sfera con solenoide magnetico (Spheromak)
  • reattore “stellare” (Stellarator)
  • toro sferico (Spherical Torus)
  • fusione indotta a regime misto, inerziale e a confinamento magnetico (Magnetized Target Fusion)
  • specchi magnetici (Tandem Mirror Machine)
  • strizione assiale (Zeta Pinch)
  • reattore ad alti valori del parametro β (High Beta Reactor)
  • levitazione di un superconduttore toroidale (Levitated Dipole)

Visto che il programma spaziale americano ogni anno costa al contribuente meno di quanto spende in pizze d’asporto (vedi), anche la ricerca sulla fusione è sì costosa, ma grava pochissimo su ciascun cittadino.

Un assetato nel deserto non vede ragioni di rinunciare a cercare un’oasi. Altrettanto dobbiamo fare noi, cronicamente in carenza di energia, e non soltanto per i bisogni attuali, bensì per quelli di una vera ricostruzione nazionale, gettando alle spalle questi decenni di cieca austerità.

Fermi restando gli impegni con le altre nazioni, l’Italia può e deve prendere l’iniziativa, deve aggiungere un proprio programma ambizioso, che raccolga in più modi i frutti della passata ricerca.

Che cosa occorre affinché un coraggioso senatore o deputato indica un’audizione e presenti un analogo progetto di legge, qui in Italia?
Oppure per indurre un ministro a firmare un opportuno decreto?

Che alle sue spalle vi sia gente mobilitata da un innamoramento per il progresso, per il Bene Comune.

Cari lettori, siete individui prometeici? Il progresso non potrà venire da chi se ne sta seduto ad aspettarlo. Serve una rivoluzione, frutto di un atto della propria genialità. Di un atto di quelli che sembrano muovere da un altro mondo. Cerchiamo persone che si assumano il compito di intervenire in modo creativo e “causare una rinascita del futuro”.

Prendete contatto con noi, organizziamo insieme un processo che riporti l’Italia all’avanguardia, senza aspettare il “consenso” internazionale, ma sperimentando con la natura.
Così, oltre a immense quantità di energia, troveremo altre occupazioni per i commissari europei che pontificano sul “risparmio energetico” e per i tanti contabili che finora ci hanno messo i bastoni tra le ruote.

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Fusione nucleare: motore della ripresa economica