Nel 2008 la Banca d’Italia, allora guidata da Mario Draghi, autorizzò il Monte dei Paschi di Siena ad acquistare la banca Antonveneta dal banco Santander a un costo totale di 17 miliardi di euro. Quell’acquisto fatto a debito e i contratti derivati stipulati da MPS per coprire le perdite avviarono l’istituto senese su una china che lo ha portato alla bancarotta. Per il ruolo svolto nella crisi di MPS, Draghi dovrebbe comparire di fronte alla Commissione parlamentare d’Inchiesta sulle banche, che proprio la scorsa settimana ha preso ad esaminare il caso di MPS.

Quando Draghi autorizzò l’acquisto di Antonveneta, non era solo governatore di Bankitalia, ma anche capo del Financial Stability Forum, e dunque era al vertice dei tentativi di salvare il sistema finanziario che aveva cominciato ad esplodere, “a qualsiasi costo”, come egli successivamente affermò, riferendosi al salvataggio dell’euro. La vendita di Antonveneta faceva parte di quei tentativi.

Pochi mesi prima era avvenuto il più grande salvataggio bancario della storia europea, quando ABN-Amro fu rilevata da un consorzio composto dalla Royal Bank of Scotland, dalla belga Fortis e da Santander. Quell’intervento evitò una reazione a catena, ma Santander si trovò a sua volta in difficoltà e un importante aumento di capitale dagli esiti incerti – nel 2008 gli investitori erano in fuga – sembrava inevitabile. Ma ecco che dal cilindro spunta Antonveneta da rifilare a degli stupidi italiani a un prezzo esorbitante, senza una due diligence e le verifiche che si fanno normalmente. Dopo la vendita, Santander non ha avuto più bisogno di aumenti di capitale.

Draghi autorizzò la vendita nonostante l’ufficio di Vigilanza di Bankitalia avesse formalmente bocciato l’operazione l’anno precedente, e impose a MPS di riequilibrare i conti con un aumento di capitale e con l’emissione di “strumenti ibridi e subordinati”. Riferendosi a questa direttiva, l’ex senatore Elio Lannutti, testimoniando di fronte alla Commissione il 15 novembre, ha stigmatizzato la decisione di usare quegli stessi strumenti che avevano fatto scoppiare la crisi finanziaria.

In aggiunta a tutto ciò, un documento ufficiale esibito in corte a Milano il 3 ottobre, ma rivelato solo la settimana scorsa da Bloomberg, ha sollevato nuovi interrogativi. Il documento, esibito da Giuseppe Iannaccone, avvocato della difesa al processo di Milano contro sedici ex dirigenti di MPS e Deutsche Bank, è una lettera di Bankitalia contrassegnata con “privato”, datata 17 settembre 2010, che mostra che l’allora governatore di Bankitalia Mario Draghi era al corrente del fatto che i derivati venduti da Deutsche Bank a MPS servivano a coprire le perdite, togliendole dal bilancio e sostituendole con falsi attivi.

All’udienza del 3 ottobre, Iannaccone ha chiesto a un funzionario di Via Nazionale se Bankitalia sapesse che venivano coperte le perdite. “È corretto”, ha risposto Mauro Parascandolo. Alla richiesta se Bankitalia avesse iniziato un’azione contro MPS dopo l’ispezione, la risposta è stata “No”.

A prescindere da tutto ciò, non bisogna dimenticare che le follie finanziarie di MPS sono cominciate quando è stata abolita la legge bancaria che impediva alle banche commerciali di svolgere attività speculativa e di investment banking. Chi abolì la separazione bancaria? Mario Draghi e Giuliano Amato (Legge Draghi-Amato), il grande referente politico di MPS.

Mario Draghi deve rispondere al Parlamento…