di Odile Mojon e Ulf Sandmark

Odile Mojon è membro della sezione francese dello Schiller Institute. Ulf Sandmark presiede la sezione svedese dell’istituto ed è corrispondente da Stoccolma per l’Executive Intelligence Review. Gli autori hanno guidato una delegazione dello Schiller Institute nella martoriata Siria.

Mentre i media statunitensi ed europei si saturano di false dichiarazioni sul governo siriano, asserendo che starebbe preparando un attacco chimico ai danni degli stessi siriani, la delegazione dello Schiller Institute è appena tornata da una lunga visita in quella nazione. Speriamo che il nostro resoconto fornisca una dose di verità sulla situazione attuale della Siria e la necessità di vincere la guerra contro il barbaro terrorismo operante a suo danno. Vogliamo accendere un faro sull’eroismo del popolo siriano, il quale non soltanto ha sconfitto l’assalto dei terroristi, ma richiede ora la restituzione e la ricostruzione delle proprie città, paesi e villaggi.

La nostra delegazione dello Schiller Institute è stata invitata dal Ministero del Turismo a visitare la sessantesima Fiera Internazionale di Damasco, che si è tenuta dal 6 al 15 settembre, al pari di altre delegazioni di giornalisti indiani, russi, cinesi, giapponesi, cechi, spagnoli, italiani e via dicendo. La fiera mostra le svariate competenze industriali in possesso del popolo siriano. Molti degli esibitori hanno parlato dei danni procurati dalla guerra.

Ma hanno anche parlato anche di ricollocazioni, ricostruzione e rilancio della produzione, ora in corso. A questa edizione della fiera hanno partecipato quarantotto nazioni del mondo, molte delle quali appartenenti alla Via della Seta storica, riportando così la Siria al ruolo di snodo della Nuova Via della Seta di iniziativa cinese. Alcune delegazioni dell’esecutivo siriano, d’altra parte, hanno visitato di recente la Cina, l’India, la Russia e l’Iran, e si può dire che ormai la Nuova Via della Seta sia parte della politica economica di Damasco.

Nel corso della fiera, Ulf Sandmark (foto) è stato invitato da una emittente televisiva siriana a prendere parte a una discussione di cinquanta minuti dedicata alla politica economica. Sandmark ha sottolineato l’importanza della fiera come celebrazione della Nuova Via della Seta e ha illustrato il lavoro dello Schiller Institute, in particolare di Lyndon e Helga LaRouche, nella sua promozione. Il pubblico ha potuto anche vedere il dossier dell’EIR dal titolo “La Nuova Via della Seta diventa il Ponte Terrestre Mondiale” tradotto in arabo.

Nella discussione sulla mancanza di denaro per la ricostruzione, Sandmark ha contrapposto alla costante eccessiva enfasi sugli investimenti stranieri l’uso sapiente del credito pubblico, ricorrendo agli esempi del Presidente americano Franklin D. Roosevelt nella ricostruzione della Corea del Sud e della Germania dopo il secondo conflitto mondiale, e nello stesso New Deal.

Ha anche indicato il diritto sovrano della Siria di proteggere le proprie industria e agricoltura, come è richiesto con urgenza dalla necessità di reclamare e riporre sotto il proprio controllo i territori sottratti ai terroristi dall’esercito siriano. Ha inoltre sottolineato quanto chiunque debba rispettare il bisogno della Siria di continuare la propria economia di guerra per proteggere la propria capacità di produzione fisica.

In tutto, Sandmark ha parlato due volte sulla televisione nazionale, nella forma di due interviste, durante le quali anche il Sen. Richard Black della Virginia ha unito la sua voce di protesta per le minacce di aggressione espresse dai britannici, dagli statunitensi e dai francesi, con il pretesto di un finto attacco chimico nella provincia di Idlib da imputare al Presidente Assad. Sandmark ha riferito della mobilitazione dello Schiller Institute, delle dichiarazione di Helga Zepp-LaRouche e delle telefonate provenienti da tutte le regioni degli Stati Uniti alla Casa Bianca per chiedere che Trump licenzi chiunque sia associato a questo nuovo attacco alla Siria.

Dentro la Siria

La delegazione ha visitato Damasco e le città di Homs, Aleppo e Palmira. Ora il viaggio tra queste città può dirsi sicuro. Con l’eccezione di Palmira, le città sono rimaste sotto il controllo governativo per tutta la durata del conflitto e sono pertanto in buone condizioni di funzionamento: sono città indaffarate e piene di gente e traffico nelle strade. La città d’arte Palmira è, invece, quasi vuota, priva di luoghi di riposo o di ristoro; è ancora sotto la supervisione militare e vige un sistema di permessi di accesso. A Damasco i posti di blocco presenti l’anno passato sono stati rimossi e tutte le zone controllate dai terroristi sono state loro sottratte. La capitale può respirare di nuovo, dopo sette anni di terrore e piogge di granate lanciate dai terroristi. Una delle guide della nostra delegazione ha affermato che durante questi sette anni la gente ha vissuto de facto in una prigione, temendo di doversi allontanare dalle proprie case.

Una volta lasciato il centro, tuttavia, e arrivati nella periferia di Damasco, risulta evidente la devastazione delle zone prima controllate dai terroristi. La stessa impressione si ricava in ampie zone di Homs e di Aleppo orientale. Molte case sono danneggiate. Se non rase al suolo, esse paiono non bombardate dall’alto, bensì colpite con spari da terra, durante i combattimenti e le incursioni porta per porta, negozio per negozio dei terroristi.

Ovunque, tuttavia, i detriti sono stati accumulati ai lati delle grandi strade e l’asfalto è stato ripristinato. Tutte le attrezzature militari distrutte sono state rimosse. La ricostruzione procede. Nelle regioni liberate negli ultimi due anni, molte abitazioni sono in riparazione e già alcune luci si vedono accese, internamente. Nelle regioni desertiche, moltissimi villaggi sono spopolati, ma alcuni hanno ora raggiunto nuovamente un grado sufficiente di strutture infrastrutturali per il ritorno degli abitanti, di nuovo liberi di lavorare la terra.

Lo sforzo principale è stato di ripristinare le infrastrutture di base. Damasco ha ora a disposizione energia elettrica in modo continuativo; dopo anni passati a interruzioni programmate. La raffineria di petrolio di Homs ha ripreso a funzionare, ma senza produrre più di quanto sia necessario ai consumi interni. Il grande impianto di produzioni di fertilizzanti, sempre di Homs, produce ora il 70 percento di quanto richiesto a livello nazionale. La maggior parte dei gasdotti è stata ricostruita, perlopiù usando materiali di produzione nazionale. L’oleodotto principale per Homs non è stato ancora ripristinato. Al suo posto, una strada nel deserto è colma di una lunghissima fila di camion per il trasporto del petrolio. Sono state preparate nuove strade in asfalto per rendere operativa questo “dotto su ruote”.

Aleppo

La delegazione dello Schiller Institute ha raggiunto Aleppo, la seconda città siriana per dimensioni e teatro di alcune delle più violente battaglie di questa guerra, le cui intensità sono attestate dal grado di distruzione osservabile. Mentre alcune abitazioni saranno certamente ricostruite, possiamo salutare per sempre molti tesori architettonici tra i più preziosi della città.

Aleppo non è soltanto la capitale economica, popolata da tre milioni di persone, ma è anche tra le più antiche città della civiltà umana, essendo stata abitata senza interruzione per oltre seimila anni. La sua importanza è in relazione alla sua posizione geografica, situata sulle rotte commerciali tra l’antica Mesopotamia e il bacino del Mediterraneo. Questa dimensione storica è riscontrata nei tanti monumenti cittadini, alcuni dei quali sono catalogati dall’UNESCO: appartengono all’eredità culturale del mondo la Grande Moschea, il mercato di Al-Madina e la cittadella.

La moschea è pesantemente danneggiata e ha perduto il suo minareto dell’VIII secolo d.C. Il mercato di Al-Madina, che è il più grande mercato coperto nel mondo e risale al XIV secolo, è stato quasi distrutto durante l’offensiva dei “ribelli” del settembre 2012 e nel corso delle successive battaglie con bombardamenti. Sono stati distrutti almeno settecento negozi, svuotando del suo cuore battente la vita di Aleppo. Anche la cittadella, dove avevano sede le forze governative, ha sofferto quando è stata fatta scoppiare una galleria sottostante. Benché le forze alleate dei “ribelli” attribuiscano questo danneggiamento alle forze governative stesse, è ben noto che la strategia dei terroristi è stata quella di usare le gallerie e le fogne come nascondigli, dai quali potessero comparire inaspettatamente, per sparare alla rinfusa sui passanti, adottando appunto una strategia del terrore.

La guerra spirituale sulle sorti di Palmira

La delegazione si è recata anche a Palmira, passando attraverso una campagna coltivata essenzialmente a ulivi, che la guerra ha però portato ad assomigliare piuttosto a una zona desertica. Dopo molte ore di viaggio, è arrivata in una città distrutta. Una prima visita al museo ha mostrato un luogo di desolazione, dal quale quasi tutto è stato asportato o distrutto, delle collezioni archeologiche. Grazie all’amore del personale del museo, delle autorità culturali e dei soldati, molti pezzi trasportabili furono tuttavia posti al sicuro prima delle distruzioni.

È difficile aggiungere descrizioni a quanto è già stata riferito ampiamente e commentato, riguardo il destino del sito archeologico di Palmira. La delegazione ha potuto constatare l’assenza di qualunque bisogno militare strategico o di qualunque guadagno ricavabile dagli atti di barbarie inscenati; l’unica ragione fu proprio di incutere timore. Oggi le parti del sito archeologico che più erano note o importanti sono in polvere o in frammenti sparsi sul terreno. Questa è la fine, per fare alcuni esempi, del Tempio di Bel, del Tetraplyon, dell’Arco di Trionfo e, in parte, dell’anfiteatro.

Quella distruzione mirata permette tuttavia di caratterizzare un atto che potrebbe essere considerato totalmente arbitrario. Essa non significò soltanto il tentativo di cancellare la storia della Siria e la sua eredità culturale, ma anche un messaggio dei dirigenti dell’ISIS.

Il messaggio è tanto semplice quanto mostruoso: “Chiunque o qualunque cosa non sia coerente con il nostro ‘pensiero’ barbaro deve essere annientato”. Si tratta di un profondo odio della bellezza e della conoscenza, tragicamente illustrato dall’assassinio dell’archeologo Khaled al-Asaad, ex sovraintendente o direttore delle antichità di Palmira. Dopo una detenzione di un mese e interrogatori da parte dell’ISIS sulla collocazione dei tesori di Palmira, fu trucidato perché reticente. Questo noto e rispettato studioso di ottantré anni fu decapitato davanti a dozzine di persone radunate in una piazza all’esterno del museo. Si dice che il suo corpo sia stato portato nel sito archeologico e appeso a una delle colonne romane.

La distruzione del sito archeologico di Palmira ha chiarito lo scopo dei fanatici: non solo la mera conquista di luoghi altamente simbolici dell’eliminazione del nemico, ma la distruzione di qualcosa di più essenziale per ogni essere umano, ovvero la conoscenza, la bellezza e ciò che è spirituale. In modo da sopprimere negli individui ciò che dà un senso dello scopo della vita e, attraverso la mente creativa, un’identità quale parte della famiglia umana universale. Questa bestialità in Siria è ancor più fastidiosa di altre distruzioni simili in altri luoghi, come Baghdad e Mosul.

Per quale motivo? Poiché la Siria è il crocevia delle Vie della Sete, antica e nuova; è ricettacolo delle influenze di molte culture; è un vivo esempio di quel che significa, storicamente, essere membri della famiglia umana universale. In questo contesto, si può pensare che la rabbia distruttiva della memoria storica, della cultura e della fede nella mente umana sia stata considerata dai terroristi come un obiettivo strategico cruciale. Durante l’intero soggiorno, la guida della delegazione ha mostrato quanto sia stato forte lo spirito del popolo siriano nella sconfitta dei terroristi e nel guardare avanti, oltre la guerra. La guida è l’archeologo Mahmoud Aboura, che conosce ogni pietra dell’antica Palmira e ha esperienza nel restauro dei monumenti storici. Benché sia stato profondamente scosso da questa devastazione, anche da lui vista per la prima volta, egli ha descritto quali passaggi immediati compirebbe per ricostruire l’anfiteatro distrutto con la dinamite.

Quando la delegazione ha fatto ritorno a Damasco, il Ministro del Turismo ing. Beshr Yazji ha chiesto a una conferenza stampa il sostegno della comunità scientifica internazionale nel restauro di Palmira, per quanto sarà possibile. Ha detto che le colonne e i palazzi pesantemente danneggiati saranno ricostruiti e che il prossimo anno sarà rilanciato il Festival Culturale della Via della Seta tra le rovine del gioiello archeologico. Un’altra grande fiera commerciale dedicata alla ricostruzione della Siria, d’altra parte, avrà luogo a Damasco tra il 2 e il 6 ottobre.