L’isteria sul clima serve a salvare il sistema finanziario: la finanza speculativa verde

Pubblichiamo un lungo articolo tratto dal dossier dell’EIR sulla frode del CO2, che alleghiamo in calce. 

Di Claudio Celani, Paul Gallagher e Karel Vereycken
La spinta globale per la transizione verso un'”economia climatica sostenibile” non può essere compresa a meno che non sia inquadrata nel contesto del sistema finanziario globale in bancarotta. L'”inverdimento dell’economia” non è altro che l’ultimo sforzo per salvare il sistema con una nuova gigantesca bolla finanziaria. Non a caso, in un documento pubblicato il 12 settembre 2019, l’Institute of International Finance, il cartello dell’industria finanziaria globale, ha definito la green economy “il nuovo oro”.

Mentre redigiamo questo rapporto, le banche centrali stanno ricorrendo a misure sempre più estreme per mantenere artificialmente in vita il sistema finanziario globale. Il grande salvataggio del 2008 ha gonfiato i bilanci delle banche centrali e ha spinto i bilanci pubblici al limite del sovraindebitamento, rifinanziando e addirittura aumentando la bolla del debito globale.

Nel complesso, il debito globale è salito a 244.000 miliardi di dollari nel terzo trimestre del 2018, con un aumento del 100% rispetto a dieci anni fa. Allo stesso tempo, le misure di austerità attuate dai governi per rendere i salvataggi “fiscalmente sostenibili” hanno portato all’arresto dell’economia reale. Un decennio di iniezioni di liquidità da parte delle banche centrali con tassi di interesse zero e ora perfino negativi ha continuato a gonfiare la bolla, fallendo nell’obiettivo che si prefiggeva di rilanciare l’economia reale e distruggendo i risparmi e il sistema del credito.

Di conseguenza, il sistema sta affrontando una crisi di liquidità a breve termine, che richiederà uno sforzo di salvataggio ancora maggiore rispetto al 2008, quando la sola Fed ha impegnato fino a 16.800 miliardi di dollari per evitare un crollo totale.

Nessuno ha la sfera di cristallo per prevedere quando si verificherà il crollo, ma dal 17 settembre scorso si è prosciugata la liquidità nel sistema interbancario, costringendo la Federal Reserve ad azioni di liquidità di emergenza diventate permanenti, per poi tornare al programmi di Quantitative Easing chiamandoli con un nome diverso.

Il mondo degli hedge funds e delle megabanche speculative ha da tempo scelto una risposta al rischio di un collasso del sistema, che nelle loro fantasie dovrebbe permettere loro di continuare la baldoria: la creazione di una gigantesca nuova bolla finanziaria con i soldi dei contribuenti e delle banche centrali. La nuova bolla si chiama “finanza verde”. Non funzionerà, ma provocherà danni devastanti alla società se non la fermeremo in tempo.

Un ‘cambio di regime’ per il sistema finanziario
Nel guidare gli sforzi per “rendere più verde” il sistema finanziario, si distinguono il governatore della Banca d’Inghilterra Mark Carney e il gigante di Wall Street BlackRock LLP.
Alla vigilia dell’incontro annuale dei banchieri centrali che si è tenuto il 19 agosto a Jackson Hole, nel Wyoming, quattro autorevoli dirigenti di BlackRock hanno pubblicato un documento che propone una nuova politica monetaria da applicare quando colpirà la prossima crisi; la chiamano “going direct”, nel senso che le banche centrali potrebbero stampare denaro e prestare direttamente a governi, istituzioni, imprese, ecc. Una tale politica, a volte chiamata “helicopter money” (in riferimento al termine coniato dall’ex presidente della Fed Ben Bernanke), dovrebbe consentire il ritorno di una certa inflazione voluta senza aumentare i debiti pubblici.
Uno dei quattro di Black Rock, l’ex presidente della Banca Nazionale Svizzera Philipp Hildebrand, in un’intervista a Bloomberg il 15 agosto 2019 ha definito lo schema un “cambio di regime” negli affari monetari, aggiungendo:
“Assisteremo ad un cambio di regime nella politica monetaria che è tanto importante quanto quello che abbiamo visto tra il periodo pre-crisi [del 2008] e il periodo post-crisi, una commistione delle attività e delle responsabilità fiscali e monetarie.”
In questo “cambio di regime”, le banche centrali saranno ancora indipendenti dai governi, ma i governi non saranno indipendenti dalle banche centrali. BlackRock ha chiamato il suo schema “Standby Emergency Fiscal Facility”, o SEFF.
Dal canto suo, Carney, parlando alla suddetta riunione di Jackson Hole, per avere un’economia mondiale meno ostaggio delle dispute commerciali Stati Uniti-Cina, ha proposto di creare una valuta mondiale sintetica per sostituire il dollaro, una nuova valuta di riserva internazionale, digitale, che definisce “moneta egemonica sintetica” (SHC). Secondo Carney dovrebbe seguire il modello della “Libra” proposta da Facebook, ma emessa e controllata dalle banche centrali in una nuova simbiosi con i governi – sancendo la fine dell’indipendenza (dei governi).
Il “cambio di regime” delle banche centrali potrebbe avvenire molto più rapidamente di quanto Mark Carney ha lasciato intendere nelle sue osservazioni su una valuta digitale “simile a Libra” che sostituisca il dollaro. E questo perché c’è una legge ferrea dell’economia: quando la produzione dei mezzi di pagamento supera una certa soglia, avviene una fuga generale dagli stessi che oblitera il valore dei mezzi di pagamento stessi. L’iperinflazione di Weimar è l’esempio storico più vicino e più eclatante. L’iperinflazione è già in corso, sebbene confinata nell’economia finanziaria (asset price inflation). Essa non aspetta che il momento di strabordare in quella fisica, trasformandosi in iperinflazione dei prezzi al consumo.
Osserviamo la dinamica dell’economia globale a tassi negativi. Il volume globale di titoli con tassi di interesse negativi ha superato i 18.000 miliardi di dollari, più del 30% dell’intero universo del debito obbligazionario. Non c’è quasi nessun debito pubblico di economie avanzate che non abbia un rendimento negativo. Persino la Grecia ha recentemente emesso un bond a breve termine a tassi negativi. E i tassi del Tesoro statunitense vengono spinti verso lo zero, anche se continuano ad attrarre, ma per poco, i capitali dei fondi di investimento che escono dai titoli a interesse negativo altrove.
Per trovare tassi ragionevoli bisogna inoltrarsi nel mondo sempre più “subprime” del debito a leva societaria (prestito ad aziende già superindebitate e aziende “zombie”), credito a rotazione al consumo come carte di credito, prestiti auto, ecc. e debito degli enti locali a corto di liquidità. La rendita è in special modo relegata a operazioni e strumenti speculativi, compresi quei contratti derivati che permettono di realizzare profitti con prestiti a tasso negativo! Questo regime dà sempre più priorità alla cartolarizzazione e alla speculazione, e sta ora guardando verso un altro crollo del debito “subprime” di vario tipo, la “bolla omnibus”, che è insostenibile e impagabile.
In un mondo di debito sovrano a interessi negativi, la domanda degli investitori per il debito sovrano dei governi potrebbe, nel prossimo futuro, diminuire significativamente. Già il 21 agosto si è verificato un altro sviluppo “scioccante”: Un’asta dei titoli di stato tedeschi da 2 miliardi di euro, con scadenza trentennale ma con tasso di interesse negativo (!), è andata praticamente deserta. In questo modo le grandi banche che agiscono come primary dealers per il governo rifilano gli stock invenduti alla banca centrale, e così è accaduto nel caso tedesco.
E in una seconda fase, saranno le banche centrali a stampare semplicemente l’intero importo che i governi hanno preso in prestito per le loro spese. Questo è il cambio di regime proposto da BlackRock.

Denaro digitale e fregature verdi
Per quanto “scioccanti” in se stessi sembrino gli schemi di BlackRock e della moneta simile a Libra proposta da Mark Carney, è altrettanto scioccante sapere che gli autori delle due proposte sono tra i principali promotori della svolta verso la “finanza verde”, e cioè il dirottamento di tutti i flussi finanziari verso la cosiddetta transizione climatica.
Mentre la Green Finance Initiative delle banche centrali è infatti diretta dalla Banca d’Inghilterra di Carney, BlackRock, insieme al Gruppo Rhodium, sta promuovendo un sofisticato programma tipo “Google Maps” che classifica il “rischio di cambiamento climatico” per gli investimenti in obbligazioni comunali americane, utenze elettriche e immobili commerciali, letteralmente proprietà per proprietà. Rischio, cioè da “ondate di calore estremo”, incendi, inondazioni, tempeste estreme, ecc. Gli impianti energetici a combustibili fossili sono tutti classificati come “ad alto rischio” in questo programma, riflettendo solo la realtà virtuale della consulenza in materia di investimenti. In parole povere, un invito a non investire.
Il programma BlackRock è un progetto pilota per il “sistema di classificazione della finanza sostenibile” a cui sta lavorando la Commissione Europea, detto anche “Tassonomia” (vedi sotto, “Il Gruppo di esperti di alto livello sulla finanza sostenibile”). Una volta che sarà entrato in vigore il sistema della tassonomia, i clienti potranno essere indotti a investire il loro denaro in “progetti verdi” e un “comitato di esperti” potrà essere incaricato dalle banche centrali a decidere come spendere il denaro stampato per il governo “per creare inflazione”.
Se gli “esperti” della Banca d’Inghilterra di Carney e di BlackRock avranno la meglio, la “finanza verde” sarà la giustificazione preferita dalle banche centrali per stampare “denaro fiscale a fini di inflazione” (“denaro a pioggia”).
E nessun denaro a pioggia può essere meglio controllato dalle banche centrali di una moneta digitale mondiale da loro emessa.
Come ha più volte affermato Lyndon LaRouche, se Londra, Wall Street e le banche centrali si rifiutano ostinatamente di accettare la necessaria riorganizzazione fallimentare del loro sistema, non avranno altra scelta che fornire la corda per impiccarsi. Le misure semplici e urgenti per evitare che ci impicchino tutti insieme a loro sono la separazione bancaria con il ripristino del Glass-Steagall Act, e ridimensionare il ruolo delle banche centrali creando banche nazionali “hamiltoniane” che emettano credito produttivo per scopi nazionali.

Il punto di non ritorno
Nel suo libro del 2019, L’idrogeno è il nuovo petrolio: come 7 battaglie energetiche stanno dando i natali ad un mondo a emissioni di carbonio zero, l’esperto francese di energia Thierry Lepercq annuncia che quello che accadde ai subprime sta per accadere alle attività finanziarie del settore del petrolio e del gas:
Gli investimenti in subprime, prestiti immobiliari concessi a persone non realmente in grado di rimborsarli, erano tutti basati su un’unica forte convinzione: il mercato immobiliare statunitense, che non vedeva una crisi da generazioni, non sarebbe mai sceso. Quindi, se qualcuno non avesse ripagato il suo prestito subprime, la banca lo avrebbe sfrattato e, vendendo la casa, avrebbe riavuto più soldi di quelli che aveva investito.
Per cui, quando la bolla immobiliare alimentata dai subprime ha raggiunto il suo punto di svolta nel 2007, tutti gli attori, banche, professionisti, autorità pubbliche, erano in uno stato di diniego: “Non può scendere”. . . . In un istante, i mercati sono passati dalla fiducia (basata sulla negazione) al panico, effetto delle mille ali battenti di una farfalla.

La valutazione dell’autore è che la Divest Oil Initiative, che incoraggia gli investitori a vendere azioni e obbligazioni delle compagnie petrolifere e del gas, sta guadagnando terreno. Alla fine del 2018, già 6.000 miliardi di dollari avevano lasciato il settore.

Verso un momento climatico alla ‘Minsky’

In questo contesto va notato che il governatore della Banca d’Inghilterra Mark Carney e il suo omologo francese François Villeroy de Galhau, ex CEO della banca BNP Paribas, ora governatore della Banque de France, hanno ripetutamente invitato le istituzioni finanziarie mondiali a tener conto del rischio di un forte e improvviso calo di valore dei titoli finanziari messi a repentaglio dalla transizione energetica.
Secondo l’attuale oligarchia finanziaria maltusiana, l’ammontare stimato delle perdite di beni “incagliati”, cioè le risorse energetiche fossili considerate d’ora in poi “non sfruttabili” per via delle emissioni di carbonio e dell’isteria sul clima, viene valutato a 20.000 miliardi di dollari. Al vertice del G20 a Belek, in Turchia, nel 2015, Carney, che, oltre ad essere il Governatore della Banca d’Inghilterra presiedeva il Financial Stability Board della Banca dei Regolamenti Internazionali e di fatto stilava il Preambolo dell’Accordo sul clima COP21 di Parigi, ha descritto in modo colorito il rischio incombente come un “momento climatico alla Minsky”, un brutale crollo di titoli immobilizzati legati ai combustibili fossili.
Alcuni addetti ai lavori dell’attuale sistema finanziario credono che un tale “momento climatico alla Minsky” rappresenti la miracolosa opportunità di un punto di rottura sistemico che consenta loro di salvare i propri interessi finanziari attraverso una revisione verde del sistema finanziario globale.
Per costoro, la decisione è se aspettare il momento giusto o, meglio ancora, provocarne l’insorgere per vendere allo scoperto questi titoli che sono considerati intrinsecamente inutili, e farlo a quello che sperano sarà il loro prezzo più alto prima di crollare.

Profili dei cospiratori della Finanza Verde
La conferenza COP21 di Parigi del dicembre 2015 è stata uno spartiacque per la politica della Finanza Verde. Benché la raccomandazione di costruire un sistema di Finanza Verde fosse già contenuta nel famoso rapporto di 700 pagine sull'”economia dei cambiamenti climatici” commissionato nel 2006 dal governo britannico e stilato dall’economista della London School of Economics Nicholas Stern, è stato al COP21 di Parigi che per la prima volta Green Finance si è fatta strada in un documento finale.
In questo contesto sono sorte, tra le altre, le seguenti istituzioni:
– Il Network for Greening the Financial System (NGFS), per convincere e coinvolgere le banche centrali e le autorità di vigilanza nelle politiche in una finanza mondiale “verde”;
– Il Gruppo di Esperti ad Alto Livello sulla finanza sostenibile (HLEG) per elaborare le politiche dell’UE;
Il Green Finance Institute (GFI), per garantire che la City di Londra mantenga la sua egemonia sul sistema finanziario “verde”.
Lo scopo comune di queste iniziative è promuovere disegni di legge che spostino i flussi finanziari dall'”economia del CO2″ verso un'”economia senza CO2″.

La rete per inverdire il sistema finanziario
La Network for Greening the Financial System (NGFS) fu creata al COP21 da otto banchieri centrali e supervisori ed annovera oggi 42 membri ed otto osservatori. Il suo scopo dichiarato:
“Contribuire a rafforzare la risposta globale necessaria per raggiungere gli obiettivi dell’accordo di Parigi e rafforzare il ruolo del sistema finanziario nella gestione dei rischi e nella mobilitazione di capitali per investimenti verdi e a basse emissioni di carbonio nel più ampio contesto dello sviluppo sostenibile dal punto di vista ambientale.”
Ciò che distingue l’NGFS dagli organismi di finanza verde è la funzione di “gestione dei rischi” propria delle autorità di vigilanza e delle banche centrali. Consapevoli del fatto che un massiccio passaggio da attività collegate alla CO2 a quelle neutrali alla CO2 può provocare uno choc mortale per il sistema finanziario (il “momento climatico alla Minsky”), il compito è quello di valutare il rischio e predisporre riserve o equivalenti.
Il cervello sembra essere il governatore della Banca d’Inghilterra Mark Carney. Il suo comitato direttivo è in gran parte composto dalle istituzioni del Nord Europa: Bank of England, Banque de France, Bundesbank, Nederlandsche Bank e la FSA svedese. Anche la Bank al-Maghrib, il Banco de México, l’autorità monetaria di Singapore e la Banca Popolare della Cina sono membri del comitato direttivo.

Il suo sito web e la sede amministrativa sono ospitati dalla Banque de France a Parigi.
Il 17 aprile 2019, la NGFS ha presentato il suo ultimo rapporto, “A call for comprehensive action”. All’evento di presentazione alla Banque de France, l’ex dirigente di BNP Paribas e attualmente governatore della Banque de France Villeroy de Galhau ha detto quanto segue:
“Il cambiamento climatico è reale, globale e irreversibile. Anche se i responsabili politici hanno la responsabilità primaria, abbiamo bisogno di tutto l’aiuto possibile per affrontare il cambiamento climatico, come dimostrato oggi con questo vasto pubblico. Infatti, ‘impedire che l’aereo cada’ rimane un’impresa continua, che viene intrapresa ogni giorno da molte altre istituzioni. Nel creare una finanza sostenibile, la finanza non può sostituire i responsabili politici, ma può aiutare. E come banca centrale e supervisore, la Banque de France è determinata ad aiutare. L’anno scorso, ad Amsterdam, ho persino detto che questa sfida è la nostra ‘nuova frontiera’. Per questo motivo abbiamo avviato la Rete delle banche centrali e delle autorità di vigilanza per inverdire il sistema finanziario (NGFS), durante il vertice One Planet Summit del dicembre 2017. E in 16 mesi, il nostro club dei volenterosi si è quasi quintuplicato, passando da 8 membri fondatori a oltre 40 membri e osservatori con il suo presidente Frank Elderson [funzionario della Banca centrale olandese e membro del Consiglio di vigilanza della Banca centrale europea] e la Banque de France come segretariato. Attualmente siamo rappresentati nei cinque continenti; le giurisdizioni dei membri di NGFS coprono il 44% del PIL globale e il 45% delle emissioni di gas serra. Sorvegliamo collettivamente due terzi degli istituti finanziari sistemici, delle banche e degli assicuratori. Ciò che oggi sembra ovvio per la maggior parte di noi non era scolpito nella pietra prima di oggi.”

Il rapporto raccomanda quattro linee di azione:
“In primo luogo, integrare il monitoraggio dei rischi finanziari legati al clima nelle attività quotidiane di vigilanza, nel monitoraggio della stabilità finanziaria e nella gestione del rischio da parte del consiglio di amministrazione. Le autorità di vigilanza vengono incoraggiate a stabilire le aspettative per garantire che le imprese finanziarie affrontino adeguatamente i rischi finanziari derivanti dai cambiamenti climatici, anche effettuando analisi di scenario per valutare la loro resilienza strategica alla politica in materia di cambiamenti climatici. Le imprese vengono incoraggiate ad adottare un approccio strategico a lungo termine per la considerazione di questi rischi e ad integrarli nei loro quadri di governance e di gestione dei rischi.
In secondo luogo, dare l’esempio. Le banche centrali vengono incoraggiate ad integrare la sostenibilità nella gestione del proprio portafoglio.
In terzo luogo, collaborare per colmare le lacune di dati al fine di migliorare la valutazione dei rischi legati al clima. Le autorità pubbliche dovrebbero condividere e, se possibile, rendere pubblici i dati sui rischi climatici.
In quarto luogo, allestire capacità interne e condividere le conoscenze con altre parti interessate sulla gestione dei rischi finanziari legati al clima. Un elemento importante per ottenere una considerazione efficace dei rischi climatici in tutto il sistema finanziario è il sostegno alla collaborazione interna ed esterna”.

Il Gruppo ad Alto Livello sulla finanza sostenibile
L’High Level Expert Group (HLEG), il gruppo di esperti ad alto livello sulla Finanza sostenibile, fu creato nel 2016 ed ha stilato quello che in seguito è diventato il Piano di Azione della Commissione UE, approvato dal Consiglio UE nel febbraio 2019.
Fondatore dell’HLEG è Christian Thimann, presidente del consiglio di amministrazione di Athora Insurance Holding in Germania ed ex dirigente senior di AXA, consulente di lunga data della Commissione UE e della BCE. Thimann, che insegna alla Paris School of Economics, si vanta di aver redatto il famigerato patto fiscale dell’UE insieme a Olivier Guersant, capo della Direzione generale della Commissione UE sulla stabilità finanziaria e i mercati dei capitali (DG FISMA), che in seguito ha fondato l’HLEG con lo stesso Thimann e il Commissario UE Valdis Dombrovskis.
In un discorso alla Casa della Finanza della Università Goethe di Francoforte il 27 luglio 2019, Thimann ha detto:
“Se si legge l’accordo [COP21], d’improvviso, nell’articolo 2, si parla del settore finanziario. Era un tema per ecologisti, industriali e scienziati. E all’improvviso nella 21a sessione [cioè, COP21] compare una frase importante sulla finanza. Dice quanto segue: ‘Gli obiettivi climatici saranno raggiunti solo se inizieremo a riorientare i flussi di capitale verso un mondo a basse emissioni.’
Si tratta ora di un processo in corso, in cui la Commissione europea chiede agli esperti del settore privato: potete dirci come riusciremo a farlo? E questo è il programma su cui la Commissione sta lavorando da due anni, che ora è stato convertito in legge.”
Thimann ha proseguito con parole di apprezzamento per i Venerdì per il futuro di Greta Thunberg ed i movimenti di Extinction Rebellion (XR), dicendo:
“E poi arriva la lezione politica, quando 12 milioni di giovani scendono in piazza e improvvisamente tutti parlano di questo argomento”.
In un articolo del 13 marzo 2019, Thimann ha raccontato la “storia interiore” di come è nato l’HLEG e come ha redatto il Piano d’azione dell’UE. In soli tre anni di lavoro, l’HLEG ha esercitato pressioni su tutte le istituzioni, commissioni e sottocommissioni dell’UE, ha tenuto una consultazione con gli istituti finanziari e ha pubblicato una relazione finale nel gennaio 2018. Ma
“Prima di pubblicare la nostra relazione finale, avevamo in un certo senso raggiunto il nostro obiettivo: fare della finanza sostenibile una parte permanente dell’approccio europeo alla gestione del capitale. Due mesi dopo, la Commissione ha pubblicato il proprio piano d’azione, con una sorprendente corrispondenza tra le nostre raccomandazioni fondamentali e le sue proposte per una politica rigorosa e un’azione normativa. A distanza di un anno, l’intensità dell’azione dell’UE in materia di finanza sostenibile è davvero impressionante, che si tratti di sviluppare una tassonomia comune, introdurre nuovi marchi e norme, integrare la sostenibilità nella consulenza in materia di investimenti, integrare l’ambiente, la società e la governance (ESG) nei rating del credito, chiarire i doveri degli investitori, migliorare la regolamentazione prudenziale o rafforzare l’informativa e il governo societario. Alla fine di febbraio 2019, l’UE ha approvato la prima azione legislativa nell’ambito del piano d’azione incentrata sui parametri di riferimento per gli investimenti”.
La Green Finance Initiative
La Green Finance Initiative (GFI) è stata creata a Londra nel 2018 per garantire che la City di Londra mantenesse il controllo del sistema finanziario “verde”.
Sul suo sito, la GFI afferma:
“La City of London Corporation – l’ente responsabile della gestione del London’s Square Mile – ritiene che la finanza verde sia prudente, redditizia e uno dei migliori strumenti disponibili nella corsa alla riduzione del carbonio. Ecco perché, nel gennaio 2016, abbiamo lanciato la nostra Green Finance Initiative in collaborazione con il governo.
L’iniziativa riunisce competenze internazionali provenienti da tutto il settore dei servizi finanziari e professionali. L’obiettivo è quello di:
– Garantire la leadership pubblica e di mercato in materia di finanza verde;
– Sostenere proposte normative e politiche specifiche che potrebbero migliorare il settore della finanza verde in tutto il mondo;
– Promuovere Londra e il Regno Unito come centro leader mondiale per la fornitura di servizi finanziari e professionali verdi”.

Il presidente della GFI è Sir Roger Gifford, un banchiere britannico i cui collegamenti con la Svezia sollevano interrogativi sulla rete che controlla Greta Thunberg e i Friday4Future (Si noti anche il fatto che uno dei principali controllori della patetica Thunberg è il professor Kevin Anderson, uno dei principali fanatici del clima nel Regno Unito, che prevede che solo un’élite di mezzo miliardo di persone sopravviverà al prossimo disastro del riscaldamento globale).
Gifford è a capo della filiale britannica di Skandinaviska Enskilda Banken, la banca svedese SEB, che finanzia in parte IKEA, la cui Daniela Rogosic, direttore globale delle PR, fa parte dell’Advisory Board della piattaforma “We Don’t Have Time” di Ingmar Rentzhog, promotore di Greta. Gifford è anche a capo della Camera di Commercio Britannico-Svedese.
La GFI è stata lanciata pubblicamente durante la settimana di azione per il clima che si è tenuta nel luglio 2019 a Londra. Presentando il nuovo istituto, inizialmente finanziato dal Tesoro britannico e dalla City, l’ex banchiere di Barclays e CEO di GFI Rhian-Mari Thomas ha spiegato la missione della società GFI:
“Accelerare la transizione interna e globale verso un’economia a zero emissioni di carbonio e resiliente al clima attraverso la mobilitazione di capitali”. L’obiettivo principale della GFI sarà quello di costruire “capacità e prodotti finanziari per finanziare infrastrutture resilienti [verdi]” a livello globale, “finanziando la produzione sostenibile di materie prime lungo tutta la catena di fornitura” e “costringendo i principali istituti finanziari a co-creare soluzioni redditizie e generatrici di reddito con le imprese, con i responsabili politici”.

In altre parole, l'”industria” finanziaria “produrrà” nuovi titoli e “strumenti” derivati in cui investire la liquidità emessa dalle banche centrali. Una parte di questi titoli sarà persino acquistata dalla BCE nel suo prossimo programma di QE.
Il lancio della GFI durante la Climate Action Week mostra come le istituzioni finanziarie, i media, l’élite politica corrotta e i fanatici di XR agiscano in modo coordinato per raggiungere i loro obiettivi.
Un mese prima, il primo maggio, il movimento Extinction Rebellion (XR) aveva ottenuto il suo primo successo nel Regno Unito, dove la Camera dei Comuni ha adottato la sua richiesta di dichiarare un’emergenza climatica. La mozione per un’emergenza climatica è stata presentata dal leader laburista Jeremy Corbyn.
Il Sustainable Finance Working Group
Il Sustainable Finance Working Group (SFWG, gruppo di lavoro sulla finanza sostenibile) è la “controparte privata” dei lavori della rete delle banche centrali e delle autorità di vigilanza per rendere più verde il sistema finanziario. Creato nel 2018 dall’Institute of International Finance (IIF), l’associazione mondiale degli istituti finanziari, l’IIF ha contribuito a tutte le decisioni di salvataggio e “riforma” del sistema finanziario dal 2008, compresa l’introduzione delle famigerate procedure di “bail-in”. Si potrebbe dire che l’industria finanziaria rappresentata dall’IIF e il sistema delle banche centrali sono la stessa cosa, come dimostrano i funzionari che passano da una istituzione all’altra in entrambe le direzioni. Non a caso, l’attuale presidente dell’IIF è Axel Weber, ex capo della Bundesbank.
Sul suo sito, il SFWG descrive così i propri scopi:
“Riunire le principali parti interessate per individuare e promuovere soluzioni sui mercati dei capitali che sostengano lo sviluppo e la crescita della finanza sostenibile. Il gruppo comprende rappresentanti di banche globali, grandi investitori istituzionali, agenzie di rating del credito, società di consulenza e altre parti interessate, nonché collaboratori del settore pubblico come il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP), la Banca mondiale/IFC e molti altri”.
Il SFWG ha quattro sottogruppi, che coprono una serie di temi, tra cui:
– Impegno con le autorità di regolamentazione e i responsabili politici (compresa la rete delle banche centrali e delle autorità di vigilanza per rendere più verde il sistema finanziario);
– divulgazione di informazioni e dati (compresi i lavori della task force per le informazioni finanziarie relative al clima);
– Tassonomia e impatto sugli investimenti (definizione e sviluppo della finanza sostenibile); e
Economia climatica (comprensione dell’impatto dei rischi ambientali, sociali e di governance per l’economia globale e la stabilità finanziaria).
Il SFWG si vanta:
“Le aziende associate all’IIF in tutto il mondo hanno lanciato un’ampia gamma di nuovi prodotti, veicoli di investimento e programmi per contribuire a portare nella finanza globale le considerazioni sulla sostenibilità. Il nostro compito è quello di contribuire a collegare queste iniziative e allineare le forze con gli sforzi del settore pubblico per raggiungere gli stessi obiettivi di vitale importanza.”
Il presidente di SFWG Daniel Klier proviene da HSBC, una delle principali megabanche speculative al mondo. Il portafoglio di derivati di HSBC ha registrato un’espansione del 15% nei primi sei mesi del 2019, con un valore nozionale lordo dei derivati pari a 39.000 miliardi di dollari alla fine di giugno.
In una lettera alla Commissione europea del 25 marzo 2019, l’IIF raccomanda che il sistema di tassonomia in corso di elaborazione presso la Commissione europea non lasci alle imprese altra scelta se non quella di impegnarsi nella Green Economy. La prospettiva che offre alle imprese manifatturiere e alle aziende agricole è: o si diventa verdi o si muore.
La lettera è firmata da Sonja Gibbs, amministratore delegato dell’IIF e responsabile della finanza sostenibile e delle iniziative politiche globali. La Gibbs è coautrice di un rapporto datato 12 settembre 2019, con un titolo rivelatorio: “Finanza sostenibile in primo piano: Verde è il nuovo oro”. Gli autori si vantano della crescita della bolla verde, che “ha sfiorato i 235 miliardi di dollari nei primi otto mesi del 2019”, e si prevede che raggiungerà i 350 miliardi di dollari nel 2019. Un grafico mostra che i rendimenti delle cosiddette obbligazioni verdi sono stati superiori a quelli delle obbligazioni investment grade: 14,8% rispetto al 13,8% cumulativamente, dal 2017 ad oggi.
Tuttavia, il mercato delle obbligazioni verdi è ancora minuscolo: lo 0,5% dei 110.000 miliardi di dollari del mercato obbligazionario globale. L’IIF suggerisce alcune misure per promuoverne l’espansione, tra cui la fornitura di maggiore liquidità e “l’ulteriore sviluppo di un mercato obbligazionario verde ad alto rendimento, come pure le cartolarizzazioni verdi e i mercati dei prestiti verdi”.
Alto rendimento è sinonimo di junk bond, ovvero titoli spazzatura. La cartolarizzazione consente di distribuire il rischio su tutto il sistema globale. Questo significa ripetere le stesse ricette fallite più volte nella speranza che funzionino.
Il Green New Deal

Negli Stati Uniti, dal 2006 i massicci programmi di costruzione di parchi solari ed eolici e di nuove reti elettriche per collegarli sono sempre stati accompagnati da proposte di nuove pesanti tasse, a volte sui “ricchi”, ma sempre sul “carbonio” – cioè la produzione di carbone e petrolio, la produzione di acciaio degli altiforni, motori a benzina e a combustione interna, ecc.
Questo è iniziato con il “Global Green Party”, di cui fa parte lo U.S. Green Party, nel 2006, ispirato dall’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC); poi il “Green New Deal Group” britannico nel 2008; e, cosa più influente, la proposta di Green New Deal del Programma Ambientale delle Nazioni Unite per l’Ambiente dello stesso anno.
Negli Stati Uniti l’idea di una pesante “carbon tax” per la spesa “verde” è stata promossa dai vertici dell’establishment di Wall Street: George Shultz, James Baker III e Michael Bloomberg.
La “Baker-Shultz carbon tax” di 40 dollari la tonnellata che sale a 65 dollari viene promossa personalmente da questi personaggi al Congresso e nella comunità finanziaria e commerciale, evitando dimostrazioni e pubblicità. Ad agire in parallelo è il più grande e più potente fondo speculativo di Wall Street, BlackRock, come già descritto sopra.
Il miliardario Michael Bloomberg, campione del Green New Deal, è ora ufficialmente candidato alla nomina presidenziale democratica nel 2020. Bloomberg concede sovvenzioni verdi attraverso la sua fondazione, compresa una per inverdire Georgetown, una cittadina di 70 mila abitanti nel Texas, che ha provocato così tante disgrazie che il Comune l’ha dimostrativamente restituita al mittente.
Come a Georgetown, la base del Green New Deal è sempre stata la stessa dal 2006:
– Interrompere la produzione di energia elettrica basata sul carbone, sul petrolio, sul nucleare e, in larga misura, sull’energia idroelettrica;
– Sostituire il tutto, in qualche modo, con parchi solari ed eolici e sistemi di energia geotermica;
– Costruire nuove reti elettriche per trasferire questa energia dalle zone desertiche, montane e rurali dove sarà generata.
I sostenitori di questo schema devono affrontare il fatto scomodo che le fonti di energia intermittente che propongono devono essere supportate dalla “potenza di riserva” prodotta con il gas naturale, un combustibile fossile, promettendo al contempo che le scoperte nel campo dello “stoccaggio dell’energia” – batterie enormi – un giorno, sostituiranno le turbine a gas naturale.
Non nascondono il fatto che intendono spendere fondi ingenti per realizzare il loro progetto.
Ora, con la mozione/disegno di legge sul Green New Deal presentato al Congresso all’ inizio della sua attuale sessione nel gennaio 2019 dai senatori Ed Markey e Bernie Sanders e dalla congressista Alexandria Ocasio-Cortes, è stato aggiunto un altro ordine di grandezza alla spesa: la semplice stampa di denaro.
“I finanziamenti proverrebbero principalmente da alcuni enti pubblici, tra cui la Federal Reserve statunitense e una nuova banca pubblica o sistema di banche pubbliche regionali e specializzate”.
Più di 40 Democratici al Congresso hanno sostenuto questa mozione, fingendo, con un gioco di prestigio, di imitare la Kreditanstalt für Wiederaufbau (KfW), la Reconstruction Finance Corporation (RFC) dell’era di Roosevelt o la Banca Asiatica per gli Investimenti infrastrutturali (AIIB).
I Democratici ora insistono sul fatto che qualsiasi legge sulle “infrastrutture” deve rivendicare un collegamento con la KfW, che è diventato il più grande ente tedesco che eroga prestiti per i progetti “verdi” di energia solare ed eolica. Ma a differenza della KfW o dell’AIIB, la Federal Reserve emette moneta, cioè stampa denaro. Questo vi dà l’idea che le immense spese pianificate per un “Green New Deal” vanno ben oltre la sola carbon tax.
Il Green New Deal del Sen. Bernie Sanders, l’ultimo, propone espressamente di investire 16.300 miliardi di dollari di fondi pubblici in progetti verdi, nel decennio fino al 1° gennaio 2030, quando l’economia e le famiglie degli Stati Uniti dovrebbero utilizzare esclusivamente energia solare, eolica e geotermica.
Basti dire che la metà di quella cifra, e cioè 8.000 miliardi di dollari, sarebbe più che sufficiente per ricostruire le infrastrutture statunitensi, come i porti (sostituendo i vecchi sistemi lock-and-dam, costruendo porte di protezione dal mare e pareti marine contro tempeste distruttive), elettrificando corridoi ferroviari urbani e intercity, nuovi progetti di gestione e di purificazione e dissalazione dell’acqua, ecc. e per aggiungere alla rete elettrica una grande quantità di energia nucleare di base altamente efficiente per l’espansione economica.
Come mai il Green New Deal di Sanders chiede di raddoppiare quello che viene chiamato un tentativo di “ri-elettrificazione” della rete elettrica con energia solare ed eolica, e l’intenzione di sostituire i veicoli a combustibili fossili e il riscaldamento delle abitazioni con auto, camion ed edifici elettrici? Le proposte di Sanders non prendono nemmeno in considerazione l’elettrificazione del sistema ferroviario esistente, tanto meno l’espansione e il miglioramento dello stesso.
La risposta parziale è che le tecnologie solari ed eoliche sono molto al di sotto del nucleare o addirittura del carbone, in termini di efficienza energetica, densità di potenza, affidabilità e vita utile. Il solare e l’eolico richiedono nuovi sistemi di immagazzinamento dell’energia con enormi batterie da 850 miliardi di dollari, dice Sanders. Richiederanno una nuova rete elettrica, perché sono generati a grandi distanze dai centri industriali e dalla vita urbana, ed ecco altri 560 miliardi di dollari, dice il senatore. Più circa 1.650 miliardi di dollari per costruire i grandi parchi solari ed eolici stessi, inghiottendo centinaia di volte più spazio delle centrali nucleari che producono in modo affidabile e costante la stessa energia elettrica.
Il Green New Deal dice:
“Il New Deal ha fornito elettricità a basso costo in America attraverso sforzi come la Rural Electrification Administration e la Federal Power Marketing Administrations. Se il governo federale è stato in grado di elettrificare l’America sotto Roosevelt senza computer o una qualsiasi delle moderne tecnologie che abbiamo a nostra disposizione oggi, pensate a cosa possiamo fare oggi.”
Come se i computer producessero elettricità piuttosto che consumarla! L’elettrificazione del New Deal si basava, in realtà, soprattutto sulla creazione di una nuova grande capacità di generazione con energia idroelettrica, una tecnologia elettrica più efficiente del vapore da carbone o petrolio, e che utilizzava i progressi tecnologici in corso nella progettazione e costruzione di dighe. Questo fu un passo avanti tecnologico; l’energia solare ed eolica sono passi indietro.
Infine, i 16.300 miliardi di dollari del Sen. Sanders sembrano essere una stima al ribasso dei fondi pubblici. Un gruppo di accademici dell’Università di Stanford, guidati dal Prof. Mark Jacobson ha pubblicato una “road map” per tutti i 50 stati per raggiungere una cosiddetta “economia a zero emissioni” – nella loro pianificazione, entro il 2035 piuttosto che nel 2030 di Sanders – e dicono che ci vorranno dai 25.000 ai 30.000 miliardi! Si tratta di una stima 3-4 volte superiore a quella fatta da esperti sani di mente per una completa ricostruzione ad alta tecnologia delle infrastrutture economiche americane. Il team di Jacobson include il Dr. Jonathan G. Koomey di Stanford, che lavora presso il Rocky Mountain Institute di George Shultz, e il Prof. Robert Pollin dell’Università del Massachusetts, che gestisce una società di “energia verde” che ne trarrebbe grandi benefici, e ha lavorato per le Nazioni Unite e per il Sanders Institute del Senatore Bernie.

Dossier sulla frode genocida del Green New Deal