Proprio mentre la campagna anti-russa scatenata attorno al caso Skripal nel Regno Unito stava ritorcendosi contro gli autori, l'”Impero britannico” ha lanciato un’altra frode, stavolta su un presunto attacco chimico da parte dell’esercito siriano a Duma il 7 aprile. Benché la sola fonte di informazione fossero gli alleati di Al-Qaida, i media hanno sbattuto il mostro in prima pagina, che era finora stata occupata dalla narrativa sull’ex spia russa Sergej Skripal.

Come ha ribadito Helga Zepp-LaRouche, il tutto deve essere visto come parte di una propaganda pre-bellica tesa in particolare a indurre il Presidente Trump a rinunciare all’intenzione di stabilire buone relazioni con Russia e Cina, e aderire pienamente al partito della guerra. Sullo sfondo, l’incipiente collasso del sistema finanziario di Wall Street e Londra. Il ruolo del governo e dei servizi britannici nel caso Skripal è stato molto rapidamente messo a nudo, mentre era rimasto offuscato a lungo nel “Russiagate” contro Trump.

È allarmante la corsa dei principali Paesi europei e degli Stati Uniti in soccorso dell’impostura britannica nonostante l’assenza di prove, adottando una misura grave come l’espulsione dei diplomatici. Da allora sono stati rivelati molti strati di disinformazione. Scotland Yard, per esempio, ha affermato che vi sarebbero volute diverse settimane per i risultati dell’indagine sul “tentato omicidio”, ma il governo britannico ha impiegato solo un paio di giorni per trarre le conclusioni.

Il Ministro degli Esteri Boris Johnson aveva sostenuto che il laboratorio britannico di Porton Down avrebbe stabilito che il gas nervino usato a Salisbury “è stato prodotto in Russia”, per poi cancellare il tweet dopo che il direttore del laboratorio, Gary Aitkenhead, ha dichiarato il 3 aprile che fosse impossibile determinare la provenienza dell’agente chimico. Inoltre, il gas evidentemente non era così micidiale come sostenuto originalmente – per fortuna, perché la figlia di Skripal si è pienamente ristabilita e il padre è in via di guarigione. Oppure, è stata usata un’altra sostanza.

Theresa May forse sperava di evitare il naufragio del proprio governo lanciando una crociata contro la Russia, ma se ha guadagnato qualche consenso a breve termine, lo ha fatto a spese del discredito a lungo termine delle operazioni di intelligence britanniche.

L’organo della City di Londra, The Economist, è più preoccupato per Donald Trump. Il 30 marzo si è lamentato che il Presidente americano non avesse profferito parola sulla Russia o su Putin nei suoi tweet dopo il cosiddetto attacco chimico a Salisbury il 4 marzo. Benché Washington abbia espulso sessanta diplomatici su richiesta di Londra, è stato annunciato in seguito che essi avrebbero potuto essere sostituiti. Ancor peggiore agli occhi di Londra è il fatto che il 2 aprile Trump abbia reiterato la sua speranza di incontrare presto Putin. Come se non bastasse, egli ha anche annunciato – prima del presunto attacco chimico a Duma – che presto, quando l’Isis sarà stato sconfitto, gli Stati Uniti se ne andranno dalla Siria. Negli Stati Uniti il partito guerrafondaio, compresa l’ineffabile ambasciatrice all’ONU Nikki Haley, è determinato a incastrare il Presidente e a soffiare sulle fiamme di guerra.