L’establishment transatlantico sente che vacilla il suo potere

L’establishment transatlantico ha reagito con un vero e proprio panico ai negoziati per la formazione del governo in Italia. Il fatto che potesse andare al governo una coalizione euroscettica e, per di più, con la separazione bancaria nel programma, ha spinto i burocrati e i loro controllori a una “fuga in avanti” nel tentativo di bloccare il processo.

Il tentativo sembra essere temporaneamente riuscito, ma ciò non impedirà ai popoli europei di ribellarsi contro le politiche di globalizzazione, deindustrializzazione e austerità degli scorsi decenni, che hanno causato l’aumento della povertà e, al contempo, salvato banchieri e speculatori su ambo le sponde dell’Atlantico. È stata questa rivolta che ha portato alla vittoria a sorpresa di Donald Trump negli Stati Uniti.

L’isteria dell’establishment si spiega in parte con il fatto che sta per scoppiare un’altra crisi finanziaria dalle conseguenze più gravi di quelle del 2007-2008, come un numero crescente di “esperti” riconosce. Il sito Mauldin Economics, riferendosi all’esplosione della bolla globale del debito societario, ha intitolato il suo editoriale del 17 maggio “Una crisi di liquidità di proporzioni bibliche sta per abbattersi su di noi”. Anche presso la Deutsche Bank si deve aver capito che cosa si sta preparando, se le dichiarazioni del suo economista capo riflettono qualcosa.

Intanto in Asia sta prendendo forma una nuova prospettiva. Nonostante le incertezze che circondano il vertice Trump-Kim e la virulenta opposizione interna con cui ha a che fare continuamente il Presidente americano, sulla penisola coreana la diplomazia fa progressi. Procedono anche i negoziati tra Washington e Pechino per una soluzione agli squilibri commerciali. La Russia ha riaffermato il proprio ruolo internazionale al Forum Internazionale di San Pietroburgo appena conclusosi, dove gli ospiti d’onore erano il Giappone e la Francia. Sia il Premier giapponese Shinzo Abe sia il Presidente francese Macron (per questi si trattava della prima visita in Russia), sia il Vicepresidente cinese Wang Qishan vi hanno partecipato.

Nonostante le sanzioni internazionali, il Forum ha fatto registrare un numero insuperato di partecipanti e di accordi firmati. La delegazione più nutrita era quella statunitense (a dispetto del “Russiagate”), con cinquecentocinquanta persone, seguita da quella giapponese e da quella francese.

Macron si è detto aperto al dialogo e alla cooperazione con la Russia. Angela Merkel è stata recentemente in Russia e in Cina. Salteranno anch’essi sul carro della cooperazione in-win prima che sia troppo tardi? Se prevalesse definitivamente sul “deep state”, anche Trump potrebbero farlo.