L’establishment di Washington e Londra teme l’esito delle elezioni americane

Dopo mesi di articoli che davano per sicura una vittoria del Partito Democratico americano alle elezioni di metà mandato del 6 novembre, i media dominanti cominciano a riconoscere il fatto che il cambiamento drammatico nel modo di pensare degli americani, che ha portato alla vittoria di Donald Trump nel novembre 2016, non era un fenomeno temporaneo. L’articolo di prima pagina del Washington Post il 21 ottobre riflette questa consapevolezza già nella prima frase: “Le speranze democratiche in un’ondata elettorale che avrebbe ridato loro la maggioranza alla Camera si sono affievolite nelle ultime settimane, nel contesto di un panorama politico in continuo cambiamento”.

Anche se il resto dell’articolo è pieno dei soliti attacchi contro il Presidente e i suoi sostenitori, il tono sottostante riflette il fatto che le forze avverse a Trump temono che l’elettorato abbia capito che è in corso un tentativo di golpe da parte dell’élite britannica, dei suoi alleati tra i democratici di Obama e Clinton, dei repubblicani vicini a Bush e dei media sempre pronti a mentire.

Ormai non si può ignorare che l’affluenza ai comizi di Trump è notevole in ogni città o Stato che egli ha visitato, e che egli riceve ovazioni quando denuncia una caccia alle streghe ai suoi danni (e implicitamente anche contro i suoi elettori) per aver respinto la politica di guerra e contraria alla crescita che ha portato gli Stati Uniti sull’orlo del baratro durante le Amministrazioni di Bush e di Obama. Il fatto che i media continuino a distorcerne i commenti e sostengano che la sua elezione sia dovuta a “interferenze russe” non fa che rafforzare l’umore di opposizione all’establishment degli elettori, che non sempre risulta dai sondaggi.

D’altro canto alcuni leader del Partito Democratico e altri gruppi di attivisti, tra i quali alcuni che si considerano femministi, hanno varato una campagna aggressiva contro il Presidente che sfocia nell’incitazione alla violenza. Il LaRouche Political Action Committee porta il senso di realtà in questa situazione surriscaldata, come ha dichiarato la candidata al Congresso Kesha Rogers (foto), sottolineando che il 6 novembre gli elettori voteranno per la guerra o per la pace, anche se non ne sono consapevoli.

L’esito del voto del 6 novembre sarà decisivo per decidere se la nuova Camera dei Rappresentanti avrà voti sufficienti per avviare un procedimento di impeachment nei confronti di Trump usando una motivazione qualsiasi. Ma ancor più importante è il fatto che, se otterranno la maggioranza dei seggi, i democratici assumeranno automaticamente la presidenza di varie commissioni, il che significa che potranno decidere di porre fine alle inchieste in corso sugli autori del “Russiagate”, e cioè sull’FBI, sul Dipartimento di Giustizia e sui servizi segreti britannici, per intralcio alla giustizia.

A parte le elezioni di metà mandato, per sconfiggere definitivamente il tentativo di golpe è essenziale che venga denunciato il ruolo britannico nello scandalo “Russiagate” e, con esso, la devozione servile alla geopolitica imperiale britannica che ha caratterizzato l’approccio delle Amministrazioni di Bush e di Obama, e di Hillary Clinton. Trump ha vinto le elezioni rifiutando decisamente questa politica che rischiava di scatenare una nuova guerra e un crac economico globali, e gli elettori hanno reagito a questo.