Le rivolte a Hong Kong: l’ennesimo gioco di potere?

Il mondo è rimasto colpito dal livello di violenza raggiunto in quelle che inizialmente erano manifestazioni pacifiche contro il tentativo di introdurre a Hong Kong una legge sull’estradizione seguendo un progetto del Capo Esecutivo di Hong Kong Carrie Lam (foto), che ha deciso di imporle nonostante l’opposizione del mondo produttivo, sia locale sia sulla terraferma, timoroso della reazione pubblica. Il caso specifico riguardava una persona che aveva commesso un omicidio a Taiwan ed era fuggita a Hong Kong, dove la Lam voleva che tornasse a Taiwan per essere processata.

Nonostante che Pechino non c’entrasse affatto, ben presto vi sono state manifestazioni sulla spinta del timore che la nuova legge sarebbe stata usata dal governo cinese per estradare i dissidenti. Sotto l’egida di “un Paese, due sistemi” con cui la Cina governa Hong Kong, tali questioni giudiziarie sono esclusiva prerogativa delle autorità di Hong Kong.

Ma le proteste si sono presto trasformate in scontri violenti tra la polizia e alcuni piccoli gruppi di dimostranti, chiaramente predisposti. Alle manifestazioni si è cominciato a chiedere l’indipendenza di Hong Kong e sono spuntate bandiere americane. Negli scontri con le forze dell’ordine sono rimasti feriti sia poliziotti sia dimostranti. I dimostranti sono riusciti a introdursi nell’edificio del Parlamento, mettendolo a ferro e fuoco.

Il governo cinese inizialmente si è limitato a chiedere la fine delle violenze ed esprimere sostegno per Carrie Lam. Tuttavia, le dichiarazioni dell’allora Ministro degli Esteri britannico Jeremy Hunt, che criticava la condotta della polizia di Hong Kong, e del Segretario di Stato americano Mike Pompeo, che ha incontrato a Washington alcuni leader dell’opposizione, hanno ricevuto una dura risposta da parte di Pechino. A un normale briefing per la stampa il 31 luglio, la portavoce del Ministero degli Esteri cinese Hua Chunying ha definito le manifestazioni “tutte opera degli Stati Uniti”.

Il 2 agosto il consigliere di Stato Yang Jiechi è stato ancor più specifico, accusando gli Stati Uniti ed altri di fomentare le rivolte organizzando incontri con personalità ostili alla Cina e sostenendo il comportamento dei manifestanti estremisti e violenti. Yang Jiechi ha esortato i governi occidentali a rispettare “le norme di base dei rapporti internazionali” e “astenersi dall’interferire negli affari di Hong Kong”.

Sta di fatto che Hong Kong è stata per troppo tempo una colonia britannica e l’influsso di Londra rimane ancora una forza con cui bisogna fare i conti sull’isola. Il Presidente americano Trump, dal canto suo, ha chiesto ai funzionari della propria Amministrazione di non esercitare pressioni sulla Cina a proposito di Hong Kong, e il 1 agosto ha dichiarato ai giornalisti che i cinesi devono affrontare queste situazioni per conto proprio e “non hanno bisogno di consigli”. Alcuni giorni prima aveva dichiarato pubblicamente che il Presidente Xi ha sempre agito “molto responsabilmente” nell’affrontare le proteste. Tuttavia, i neoconservatori a Washington sono intenti a minare il possibile solido rapporto di lavoro tra Xi e Trump e questo potrebbe avvelenare i rapporti bilaterali ancora per qualche tempo.