La persecuzione di Roger Stone smaschera le vere intenzioni del Russiagate

L’irruzione a casa di Roger Stone, compiuta prima dell’alba il 25 gennaio da agenti dell’FBI con giubbotto antiproiettile e con le armi puntate e accompagnati dai cameraman della televisione, sembrava la scena di un film. In questo caso la vittima non era un terrorista, un violento trafficante di droga o un assassino psicopatico, ma un noto consulente politico, accusato di reati come “mentire al Congresso”. Si tratta dell’ennesima presunta “bomba” sganciata dall’inquirente speciale Robert Mueller, in cui la notizia di reato è il risultato di trappole tese dagli inquirenti a mezzo di testimoni convinti a testimoniare dietro la minaccia di rovina finanziaria o pene carcerarie.

Il famoso avvocato dei diritti civili Alan Dershowitz ha fatto notare che, come la maggior parte delle incriminazioni di Mueller, le accuse nulla hanno a che fare con lo scopo ufficiale dell’inchiesta, che sarebbe di provare la collusione tra la campagna di Trump e le interferenze russe nelle elezioni del 2016. Lo “scopo dell’incriminazione”, ha dichiarato Dershowitz, “era quello di costringere Stone a collaborare contro Trump”. Infatti, nelle ventiquattro pagine dei capi d’accusa non v’è menzione della Russia.

Da circa due anni ormai i media e i democratici avversi a Trump, come il deputato Adam Schiff, conducono una campagna contro Stone che si affianca agli sforzi della squadra di Mueller. Questi sta cercando di provare che Stone avesse saputo in anticipo che Wikileaks avrebbe ottenuto i documenti della campagna di Hillary Clinton, potendo così dimostrare che lo stesso Trump fosse, tramite l’ex campaign manager e amico di lunga data, in “collusione” con Vladimir Putin e con il suo presunto team di interferenza nelle elezioni americane, o comunque l’esistenza di “legami con la Russia” dello stesso Stone. Mueller ha fatto ricorso al reato di “frode processuale” (ostruzione della giustizia, false dichiarazioni, ecc.) per convincere Stone a tradire Trump e fornire all’inquirente prove che ne giustifichino la caccia alle streghe.

Stone, però, continua a rifiutarsi di fornire a Mueller quello che cerca. Successivamente al rilascio su cauzione, ha dichiarato che intende “collaborare” con Mueller raccontando la verità di ciò che sa, e cioè che non ha avuto contatti con i russi, né discussioni con Trump sui documenti di Wikileaks, e che non imbastirà alcuna storia per coinvolgere il Presidente in alcunché di illegale.

Stone è un’istituzione nella politica americana, avendo lavorato con Richard Nixon e Ronald Reagan. All’epoca della presidenza di quest’ultimo, egli imparò ad apprezzare Lyndon LaRouche, che da quello era stato incaricato di negoziare con l’Unione Sovietica la proposta della Iniziativa di Difesa Strategica. Oggi, Stone è un forte sostenitore dell’impegno del Presidente di rompere con la geopolitica dell’establishment, specialmente della politica ostile alla Russia, e sostituirla con una politica di dialogo con Putin e anche con Xi Jinping.

Inscenare un raid così violento contro questo personaggio, che si sarebbe sicuramente presentato spontaneamente al giudice, ricorda più i metodi della Stasi che un’inchiesta onesta, e mostra un totale disprezzo delle garanzie costituzionali.