La Dichiarazione di Sana’a adotta il piano dello Schiller Institute per la ricostruzione dello Yemen

Durante un seminario tenuto nel quartier generale dello yemenita Ente Generale per gli Investimenti (YGIA, Yemeni General Investment Authority) è stata approvata la Dichiarazione di Sana’a, che adotta il memorandum dello Schiller Institute dal titolo “Operazione Felix: la ricostruzione dello Yemen e la connessione alla Nuova Via della Seta”, ottantasei pagine firmate da Hussein Askary, coordinatore dello Schiller Institute per l’Asia Sudoccidentale. Lo studio è stato prodotto in cooperazione con il citato ente yemenita, il cui vicedirettore è l’ingegnere Khaled Sharafeddin, e con il Partito yemenita della Nuova Via della Seta, presieduto da Fouad Alghaffari. I relatori presenti al seminario hanno ringraziato lo Schiller Institute e la persona della sua presidente, Helga Zepp-LaRouche, per gli sforzi compiuti nella difesa del popolo yemenita e per la cessazione del conflitto e dell’embargo.

Il memorandum contestualizza la ricostruzione dello Yemen a livello internazionale e la indica come possibile non appena conclusa la guerra di aggressione guidata dalla coalizione anglo-saudita-americana. Il contesto esposto è quello del nuovo paradigma internazionale esemplificato dalla cooperazione tra i BRICS e dall’iniziativa ‘Una Cintura, Una Via’ (Belt and Road Initiative). Lo studio si basa sul metodo scientifico di approccio all’economia fisica, così come fu definito da Lyndon LaRouche: esso mostra che la distruzione dell’economia yemenita cominciò già negli anni Novanta, allorché lo Yemen fu sottoposto al giogo del FMI e della Banca Mondiale. Le conseguenze disastrose di tale sottomissione vengono ampiamente descritte: FMI e BM hanno nella sostanza impedito per trent’anni lo sviluppo di quel Paese, ora il più povero della penisola arabica e il più dipendente dalle importazioni per le forniture alimentari (80% nel 2014, ancor prima che la guerra fosse innescata). Così, lo Yemen è stato trasformato da esportatore di gas e petrolio a importatore netto di prodotti petroliferi, i cui gas e petrolio sono controllati da società straniere. Quasi nessun investimento negli ultimi trent’anni, sia nei trasporti, sia negli impianti di potenza, sia nelle reti idriche, sia nell’agricoltura, sia nelle manifatture. Al contrario, lo Yemen è stato condotto a esportare sempre più i prodotti agricoli. L’unico settore che ha assistito a un miglioramento è stato quello della pesca, ma soltanto poiché è dedicato all’esportazione.

Lo studio esamina anche la distruzione del resto della debole economia yemenita a opera dei bombardamenti (delle infrastrutture e di ogni impianto produttivo), cui ha fatto seguito la crisi umanitaria.

Il piano di ricostruzione proposto prevede prima di tutto una mobilitazione per ripristinare le infrastrutture distrutte e l’assistenza alle persone, soprattutto nelle zone rurali a mezzo di una sorta di “esercito di operai” simile ai Corpi Civili per la Conservazione istituiti dal Presidente americano Franklin D. Roosevelt.

Lo studio aggiunge però assai chiaramente che l’intenzione dei suoi redattori non è e non dovrebbe essere la mera ricostruzione dello Yemen così com’era prima della guerra, cioè il ritorno al “Paese più povero della regione”. L’intenzione è invece la costruzione di una nuova piattaforma economica fondata sulla cooperazione con i BRICS e con la Cina direttamente, e con altre potenze amiche. Per avviare un vero piano di ricostruzione, tuttavia, viene proposta una “Banca per lo Sviluppo e la Ricostruzione Nazionale dello Yemen”, seguendo il sistema di credito nazionale istituito da Alexander Hamilton negli Stati Uniti rivoluzionari. Tale banca e la sua attività sono previsti con grande dettaglio, affinché siano comprensibili dai rappresentanti politici e dalla gente comune.

I progetti proposti per la rinascita dello Yemen includono opere di trasporto, di produzione energetica, di gestione delle acque, di navigazione, di produzione e vendita di beni agricoli. Il componente chiave è il “corridoio yemenita di sviluppo”, dotato della prima ferrovia nella storia dalla settentrionale Sana’a al porto meridionale di Aden, con diramazioni verso Est e verso Ovest lungo i porti principali sul Mar Rosso e a servizio delle aree agricole e minerarie della pianura orientale.

Lo studio si conclude esaminando i collegamenti dello Yemen alla ‘Via della Seta Marittima’ attraverso i porti yemeniti su entrambi i mari, il Mar Rosso e l’Oceano Indiano, e per terra sulle direzioni verso l’Oman, verso l’Iran e, più oltre, verso l’Asia Centrale e la Cina. È previsto anche un ponte o una galleria verso Gibuti e, di lì, verso l’Africa; questa opera costituirebbe una cerniera di comunicazione tra Asia e continente nero.

Anche se la Dichiarazione di Sana’a non rappresenta un diretto sostegno del governo di salute nazionale della capitale, il fatto che l’ente YGIA abbia fornito i suoi auspici e che il suo vicedirettore sia direttamente coinvolto fa sperare nella sua attuazione.

L’autore del memorandum, Hussein Askary, raccomanda che il governo di Sana’a presenti questo documento alle Nazioni Unite e ad altre potenze di rilevanza internazionale, in preparazione dei negoziati di pace, prima di qualunque considerazione di natura strettamente politica. Le proposte contenute nel memorandum hanno l’obiettivo di assicurare l’indipendenza del Paese in tempo di pace e di dotarlo degli strumenti necessari a una nazione moderna, con una piattaforma economica associata al proprio meraviglioso patrimonio storico e culturale.

l memorandum è scritto in lingua araba ed è stato già offerto alle personalità più rilevanti e responsabili del governo e delle istituzioni di Sana’a. Da oggi è disponibile gratuitamente grazie al sostegno del Partito yemenita della Nuova Via della Seta: http://www.newsilkroadparty.com/images/pdf/8.pdf

Hussein Askary accompagna questo documento con uno scritto, nel quale incoraggia tutti a considerare come l’economia yemenita sia stata distrutta, prima del conflitto militare, dagli “esperti” in doppio petto del FMI e della BM, oltreché di altri istituti. La battaglia per l’indipendenza economica sarà ancor più dura di quella combattuta con le armi. La presenza, però, di un nuovo paradigma di relazioni internazionali la faciliterà, se gli yemeniti vorranno regolare sé stessi, in indipendenza e prosperità.