In una dichiarazione ricevuta dall’EIR il 31 luglio, Mohammed Ali Al-Houthi, presidente del Comitato Rivoluzionario dello Yemen, ha annunciato un cessate il fuoco unilaterale sui fronti del Mar Rosso, chiedendo che la coalizione a guida saudita faccia lo stesso. Tale comitato è il governo provvisorio che controlla la capitale e larghe parti dello Yemen. La dichiarazione lancia un’iniziati-va di pace, chiedendo ai funzionari yemeniti di cessare tutte le operazioni militari sui fronti del Mar Rosso, soprattutto la città portuaria di Al-Hudayda. “Se la coalizione risponderà facendo lo stesso”, continua la dichiarazione, “il cessate il fuoco potrà essere esteso a tutti i territori dello Yemen”.

Il cessate il fuoco unilaterale è entrato in vigore alla mezzanotte dello stesso giorno e avrebbe dovuto durare quindici giorni. Inoltre la dichiarazione annuncia che il governo di Salvezza Nazionale (una coalizione tra il gruppo di Ansar Allah, o huthi, e il Congresso Generale del Popolo dello Yemen) è pronto ad ampi negoziati politici incondizionati e al dialogo per la riconciliazione nazionale.

Il giorno dopo, senza rispondere pubblicamente a questa offerta la coalizione saudita ha lanciato un attacco aereo contro un porto di pescatori e un ospedale a Al-Hudayda, uccidendo cinquanta civili e ferendone oltre centosettanta. La coalizione ha negato di aver condotto questo attacco. Come risultato, è stato violato il cessate il fuoco e sono ripresi i combattimenti ad Al-Hudayda.

Due giorni dopo, l’inviato speciale dell’ONU per lo Yemen, Martin Griffiths, ha dichiarato al Consiglio di Sicurezza di aver invitato a Ginevra le parti in guerra, per tenere il 6 settembre colloqui miranti a cercare una soluzione politica al conflitto. I rappresentanti di Stati Uniti, Russia, Cina e degli altri membri del Consiglio di Sicurezza dell’ONU hanno appoggiato la proposta. Tuttavia, il rappresentante del Kuwait e del presunto “governo legittimo” dello Yemen, in esilio in Arabia Saudita, hanno posto condizioni specifiche per i colloqui, proponendo un’iniziativa del Consiglio per la Cooperazione nel Golfo che punta a dividere lo Yemen in sei Stati confederati, dando più potere alle strutture tribali decentrate rispetto al governo centrale.

È evidente alla maggioranza degli yemeniti che un dialogo per la pace e la riconciliazione deve iniziare mettendo fine alla guerra saudita, preservando l’unità e la sovranità dello Yemen e non imponendo condizioni. Il dialogo dovrebbe essere condotto solo da forze yemenite, senza interventi da forze esterne, regionali o globali. È utile ricordare, nel caso della Siria, che i colloqui di Ginevra tra il governo di Damasco e l’opposizione sostenuta dagli occidentali non portarono ad alcuna soluzione reale, perché l’ONU ignorò il fatto che la guerra in Siria era stata provocata da gruppi terroristici armati e sostenuti da potenze occidentali e dai loro clienti nella regione. Fu solo grazie all’intervento militare russo e alle pressioni esercitate sulle potenze regionali e internazionali, dopo che i colloqui di Ginevra furono spostati ad Astana, che prese forma una soluzione più realistica per mettere fine alla guerra. Tutte le potenze regionali intervenute nel conflitto siriano furono neutralizzate. Il coordinamento tra Russia e Stati Uniti in questo processo fu un elemento chiave del successo.

Oggi, se Stati Uniti, Russia e Cina concorderanno di porre fine alla guerra nello Yemen ed eserciteranno pressioni sulla coalizione saudita affinché metta fine alle operazioni militari e alle sue ingerenze negli affari yemeniti, una soluzione politica diventerà possibile.