di Helga Zepp-LaRouche

Amelia ci ha lasciati all’età di 104 anni. Fino a pochi giorni prima era cosciente, e ancora sospinta dal suo grande amore per l’umanità e dall’idea che “Dio ha ancora in serbo del lavoro per me”, una massima di vita che le ha permesso di non cedere mai, dalla famosa marcia da Selma a Montgomery quel 7 marzo 1965, la “domenica di sangue”, in cui Amelia fu brutalmente picchiata dalle guardie a cavallo e lasciata esanime sul ponte Edmund-Pettus, all’episodio in cui stava per annegare in un fiume e sopravvisse, pur non sapendo nuotare, perchè era certa di avere una missione.

Fu tra gli organizzatori, forse la principale organizzatrice del movimento per i diritti civili che già negli anni Trenta si battè per il diritto di voto degli afro-americani, e prima ancora delle donne. Questo in un’epoca in cui sussistevano ancora le condizioni dello schiavismo. Considerato il razzismo che prevaleva in Alabama e negli stati del sud, e prevale ancor oggi, e la presenza del Ku Klux Klan, dimostrò il suo grande coraggio e l’alta concezione che aveva di ogni essere umano. Insieme al marito, Samuel William Boynton, portò a Selma molti leader del movimento, tra cui James Bevel, che indisse la prima marcia a Montgomery, Hosea Williams e Martin Luther King, a cui offrì casa sua come base operativa.

Il film dello scorso anno Selma, in cui è rappresentata Amelia, non rende in alcun modo giustizia al suo ruolo determinante. Lei stessa mi raccontò lo scorso aprile, durante il nostro ultimo incontro personale a Filadelfia, che ci vorrebbe un altro film sugli esordi del movimento per il diritto di voto, che parli del ruolo fondamentale delle donne afro-americane, senza le quali il movimento non sarebbe mai esistito.

Conobbi Amelia già all’inizio degli anni Ottanta, nell’ambito della collaborazione tra mio marito Lyndon LaRouche e molti dirigenti del movimento americano per i diritti civili. Era una donna straordinaria e di grande carisma e metteva subito i suoi interlocutori a contatto diretto con la storia. Vedeva nello Schiller Institute la prosecuzione del movimento per i diritti civili, e come vicepresidente dello Schiller Institute dal 1984 al 2009 ha contribuito grandemente al nostro lavoro con numerosi viaggi internazionali, conferenze e incontri ufficiali.

Il nostro rapporto personale divenne più intenso quando nel marzo e aprile del 1990, subito dopo la rivoluzione pacifica che portò alla riunificazione della Germania, Amelia visitò Cottbus, Zwickau, Chemnitz, Sondershausen, Worbis, Heiligenstadt, Crivitz ed altre città della Germania dell’Est facendo coraggio alla popolazione e tracciando un parallelo tra il movimento americano e quello di allora. In questo periodo cruciale della storia tedesca diede il suo contributo unico di poetessa, con le sue poesie e racconti su Martin Luther King ed il calore degli spiritual che cantava, facendo comprendere ai cittadini della Germania dell’Est, che si accingevano a diventare liberi, che i principii di libertà, i diritti umani ed i diritti civili uniscono tutti i popoli, tutte le nazioni e tutte le culture. In questi giorni movimentati ci adottammo a vicenda, come madre e figlia.

Per 25 anni Amelia ha collaborato con lo Schiller Institute, in qualità di vicepresidente, e con il Movimento Solidarietà, visitando Italia, Francia, Germania, Svezia, Danimarca, India, Iran, Giordania, Egitto e naturalmente molte città negli Stati Uniti. Ogni volta evocava il profondo significato dell’amore per il genere umano, della pace e del dialogo tra culture. Le molte migliaia di persone che ha ispirato a pensare in modo più alto al genere umano reagivano con gratitudine per aver conosciuto un’ambasciatrice dell’altra America, soprattutto negli anni in cui erano di moda le guerre americane basate sulle menzogne.

Nel 2003 condannò la guerra in Iraq e parlò della sua collaborazione col movimento di LaRouche in un’intervista al periodico italiano Diritti Umani: “Nel 1979, quando visitai New York, incontrai un collaboratore di Lyndon LaRouche che mi parlò del suo progetto per irrigare il deserto del Sahara. Non gli diedi molto ascolto, fino a quando non disse “stiamo cercando di far scomparire la droga da alcuni quartieri poveri di New York”. A quel punto, avendo lavorato intensamente con Martin Luther King quando venne in Alabama, mi dissi “se il dott. King fosse ancora vivo, sarebbe interessato a questo progetto”. Il collaboratore di LaRouche mi invitò a un incontro a New York, e io a mia volta lo invitai in Alabama, a un incontro che avevo organizzato. E mentre parlava di LaRouche e dei suoi programmi di sviluppo per vari continenti del mondo, divenni curiosa e volli saperne di più. Infine partecipai a una loro conferenza, e mi accorsi del fatto che quell’uomo aveva lo stesso interesse per la gente e la stessa concezione di politica come amore per il prossimo che avevano Martin Luther King e mio marito, nell’insegnare la non violenza e l’amore per il prossimo. Nel partecipare ad altre riunioni, approfondii il mio interesse, e cominciai a dare parte del mio tempo a questa causa. Trovo che il modo migliore di aiutare gli altri sia lavorare con lo Schiller Institute negli Stati Uniti. L’unico modo in cui il mondo continuerà a godere dei diritti e dei privilegi sanciti dalla Costituzione di ogni nazione, è con la battaglia che sta conducendo il movimento di LaRouche a livello internazionale per far sì che tutti i cittadini siano veramente liberi” (vedi intervista qui).

Gli ambienti vicini ad Amelia reagirono inizialmente con entusiasmo quando fu eletto Obama, primo presidente afro-americano, così come tanti europei e tedeschi, che avevano festeggiato Obama in 200.000 a Berlino nel 2008. Nel frattempo è passata la sbornia. A maggior ragione tutti coloro che hanno conosciuto e apprezzato Amelia dovrebbero celebrare la sua immortalità, e il fatto che continueremo la sua opera.

Amata Amelia, sarai per sempre con noi, e noi con te!

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Amelia Boynton Robinson presidente d’onore del Movimento Solidarietà