Il 7 giugno un messaggio a firma MoviSol.org è stato pubblicato sulla pagina degli SMS degli ascoltatori di Rai Radio3. Il messaggio diceva:

Tutti addosso al Qatar, comodamente per l’Arabia Saudita che ebbe ruolo nell’11 settembre, come dimostrano le “28 pagine” censurate fino alla scorsa estate. MoviSol.org

Traduciamo per i nostri lettori un articolo sul Qatar, a firma di Hussein Askary.

Anche se il Qatar ha sostenuto finanziariamente, logisticamente e politicamente dei gruppi terroristici, dei predicatori estremisti e degli istigatori alla violenza, la campagna di isolamento del Qatar quale unico “stato canaglia” della regione è non soltanto assurda, ma pericolosa. Il fatto che tale campagna venga condotta dall’Arabia Saudita, lo Stato che da solo del mondo costituisce il più pericoloso focolaio del cosiddetto “terrorismo islamico” e la culla del jihadismo di impronta wahabita e takfirita, rende il fenomeno ancor più surreale e pericoloso. Il fatto che tale campagna sia stata innescata dopo l’incontro del Presidente americano Donald Trump con i Capi di Stato di cinquanta nazioni musulmane durante la visita a Riad del 21 maggio, incontro nel quale è stata dichiarata una guerra totale al terrorismo e all’estremismo, fa apparire l’Arabia Saudita quale supremo leader di questa guerra globale “virtuosa”, ponendola al di sopra di ogni sospetto. Tutto ciò copre gli occhi alle nazioni del mondo e le espone al terrorismo saudita, che è in realtà coordinato, da decine di anni, con gli ambienti dell’intelligence britannico. Talvolta sono coinvolti anche i corrispondenti ambienti americani, i quali chiudono un occhio oppure sono in piena complicità. È ciò che è accaduto con il Presidente Barack Obama, con l’invasione della Libia e l’attacco della Siria per via del sostegno attivo di gruppi terroristici islamisti, come il Fronte al Nusra, il gruppo Jaish al-Islam e altre realtà del cui finanziamento è ora accusato il Qatar, e per via dell’espansione dell’ISIS, il principale attore nella regione e nel resto del mondo.

La complicità anglo-saudita negli attentati dell’11 settembre 2001 è ben nota (nella foto la conferenza stampa del Sen. Bob Graham sulle 28 pagine del rapporto del Congresso relative al ruolo saudita nell’11 settembre). La legge JASTA, lo ricordiamo, consente alle famiglie delle vittime dell’11 settembre di citare in giudizio in un tribunale americano funzionari sauditi.

Molti dei cinquantanove individui e dei dodici gruppi elencati il 7 giugno dall’Arabia Saudita e dai suoi alleati negli Emirati Arabi Uniti (EAU), tra i terroristi nel Qatar, tra i quali l’imam Sheikh Ahmed al-Qaradhawi, hanno risieduto spesso in Arabia Saudita e hanno goduto del suo ampio sostegno fino a tempi recentissimi. Mentre l’Egitto e i governi libici hanno tutti i motivi per redigere un simile elenco, l’Arabia Saudita e gli EAU stanno facendo un gioco sporco. Questi, infatti, sostengono attivamente la branca yemenita della Fratellanza Musulmana, il partito Al-Islah che è pesantemente coinvolto nella guerra contro lo Yemen della coalizione a guida saudita.

L’Arabia Saudita è anche una decisa sostenitrice della branca siriana della Fratellanza Musulmana, che è il più grande tra i gruppi terroristici indigeni, dopo al-Nusra e ISIS. Pur avendo l’Arabia Saudita elencato la Fratellanza Musulmana già nel 2014, ha continuato a finanziarla nelle sue branche nelle diverse nazioni, rispettando l’agenda condivisa da Obama e dai britannici per la politica di “cambio di regime” e di destabilizzazione di tuttta l’Asia Minore.

Questa situazione, vista nella sua ampiezza è il contesto più appropriato per comprendere e gestire questa crisi che non è locale.

Accanto a ciò, occorre considerare il nuovo paradigma economico e culturale che, con la guida dei BRICS e della Shanghai Cooperation Organization, si sta concretizzando grazie alla iniziativa Belt and Road cinese, promettendo una rivoluzione nell’economia mondiale. L’intervento russo in Siria del settembre del 2015 ha permesso di fermare, politicamente e militarmente, l’attuazione della dottrina anglo-americana di “cambio di regime”. Le forze anglo-saudite, americane e qatariote (compresi tutti i suddetti gruppi di terroristi) che hanno seminato il caos nell’Asia Occidentale e nell’Africa Settentrionale, almeno dalla seconda guerra anglo-americana all’Iraq (2003) e passando per l’esplosione orchestrate delle cosiddette “primavere arabe”, stanno perdendo il loro mordente e molte delle loro posizioni. L’ISIS è in corso di estinzione nell’Iraq e in Siria, grazie all’intervento di due coalizioni: 1. l’esercito nazionale siriano sostenuto da una parte dalla Russia, dall’Iran e dagli Hezbollah e dall’altra parte dalle forze curdo-arabe della Siria orientale a loro volta sostenute dagli Stati Uniti di Trump; 2. l’esercito e le milizie irachene sostenute dall’Iran, sotto una certa protezione aerea dell’aviazione americana.

L’Arabia Saudita e gli EAU si sono ingolfati da sé con la tragica impresa yemenita, con una guerra responsabile del pessimo disastro umanitario nella storia dello Yemen, commettendo crimini di guerra e sostenendo i suddetti gruppi terroristici nel conflitto contro l’esercito nazionale di Sana’a e i suoi alleati nel movimento degli houthi di Ansrullah. La coalizione saudita e degli emiri uniti non ha ottenuto alcun vantaggio nello Yemen e fatica a uscirne. L’UE e l’Occidente, dal canto loro, si limitano ad assistere alla crisi finanziaria ed economica dello Yemen, ben sapendo della sua massima gravità negli ultimi ottant’anni. Il fatto che il Presidente americano stia considerando, benché lontanamente, di affiancare la Russia e la Cina nella costruzione del nuovo ordine economico e politico mondiale, sta procurando incubi alla fazione imperialista negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e nelle sue satrapie del Golfo. In considerazione della criticità del Medio Oriente, la regione “ideale” per scatenare nuove guerre, la mossa saudita è davvero funesta.

Durante il vertice di Riad, fu l’Iran a essere dichiarato la principale fonte di terrorismo e instabilità nella regione e per il mondo. L’aspirante al trono saudita Muhammed bin Salman ha sostenuto il 3 maggio che l’Iran intende impossessarsi dei luoghi sacri dell’Arabia Saudita e che sarebbe pronto a spostare il conflitto sul terreno iraniano. Il Ministro saudita degli Esteri Adel al-Jubeir ha dichiarato il 7 giugno, in visita della Francia, che è favorevole a punire l’Iran. Lo stesso giorno un gruppo legato all’ISIS ha attaccato il Parlamento iraniano e il mausoleo dell’Ayatollah Khomeini a Teheran, compiendo il più grave atto terroristico sul suolo iraniano negli ultimi vent’anni. I funzionari iraniani hanno immediatamente puntato il dito contro l’Arabia Saudita, quale Stato reclutatore di terroristi, benché il Ministro saudita dell’Intelligence Mahmoud Alavi abbia dichiarato più tardi che era prematuro giudicare del coinvolgimento saudita. L’intenzione sembra quella di trascinare, per conto dei loro alleati, gli Stati Uniti in un ennesimo conflitto disastroso nella regione e di impedire una più fruttuosa collaborazione con la Russia. Un’altra conseguenza potenziale di questo grave stato di guerra nel Golfo è quello di un completo disastro per i giganti economici dell’Asia (Cina, Giappone, Corea del Sud e India) che dipendono dalle sue forniture giornaliere di petrolio e gas. Tra l’80 e l’85 per cento di tutti i circa diciassette milioni di barili di petrolio che passano per lo Stretto di Hormuz ogni giorno, raggiunge quelle nazioni. I principali produttori ed esportatori di gas in Asia sono il Qatar e l’Iran, a fianco della Russia. Qualunque interruzione delle forniture potrebbe scatenare una crisi inimmaginabile per le grandi nazioni asiatiche e, a catena, per l’economia mondiale. Siamo di fronte alla più grande operazione di sabotaggio economico delle forze anglo-americane avverse all’Asia.