Reportage dal convegno “Storia ed evoluzione del clima terrestre”

A un mese dalla conferenza maltusiana sul clima di Parigi (COP21) MoviSol non ha perso l’occasione di partecipare e dare il suo contributo all’interessante convegno organizzato a Padova il 28 ottobre 2015 dall’Associazione Termotecnica Italiana e da un comitato di professori dell’Università di Padova, sui fattori naturali che modulano il clima terrestre.

Come recitava la presentazione dell’iniziativa, “i fenomeni astronomici, l’attività solare, le interazioni chimico-fisiche tra l’atmosfera e le acque, l’attività dei vulcani […] l’insieme di tutti questi fenomeni è di enorme complessità e ha indotto gli studiosi ad elaborare modelli […] i modelli climatici fino ad ora elaborati sono imperfetti e soggetti ad incertezze” e “si ritiene che lo studio più approfondito […] e la crescente conoscenza dei fenomeni astronomici possano aiutare allo sviluppo di modelli più affidabili”.

Annunciando il convegno, lo scorso luglio il presidente del comitato promotore, il prof. ing. Alberto Mirandola, aveva affermato: “A proposito del clima, la corrente di pensiero attualmente maggioritaria attribuisce alle attività umane, e soprattutto alle emissioni di gas serra (prevalentemente CO2), l’andamento del clima stesso nell’epoca contemporanea. I sostenitori di questa tesi non ammettono discussioni su questo punto e tendono a considerare con sufficienza o addirittura a demonizzare coloro che, con buoni argomenti scientifici, sostengono che il contributo della natura, la quale è stata il motore dei fenomeni climatici in tutta la storia del pianeta, non può essere diventato irrilevante nel giro di pochi decenni”.

“Ancora una volta”, aveva aggiunto, “la scienza dovrebbe essere cauta di fronte a problemi di tale complessità. Il dubbio dovrebbe essere l’atteggiamento tipico dell’uomo di scienza, perché egli è consapevole che la conoscenza è in continuo divenire. Invece gli scienziati non allineati sono spesso privati dei fondi per la ricerca dalle lobby ‘politicamente corrette’. Bisogna rendersi conto che allo stato attuale delle ricerche le conoscenze sul clima hanno ancora un notevole grado di incertezza, anche per la carenza di dati sulle vicende passate. Queste incertezze dovrebbero non soltanto suggerire cautela nell’esprimere pareri, ma anche spingere a proseguire le ricerche, con l’obiettivo di giungere a migliori conoscenze sugli eventi del passato, cosa che costituisce un presupposto indispensabile per interpretare il presente e giungere alla formulazione di previsioni per il futuro”.

Gli interventi

Dopo un breve collegamento con gli eurodeputati E. Gardini ed F. Zadonato, ha preso la parola la dott.ssa Chiara Bertolin (ISAC-CNR) che ha presentato al pubblico i termini usualmente impiegati nello studio del clima, delle circolazioni atmosferiche (venti) e marine (correnti) responsabili del trasporto dell’energia ricevuta dal sole o, in minore misura, liberata dalla crosta terrestre, e dei fattori, chiamati forzanti, della perenne variabilità del clima: l’eccentricità dell’orbita terrestre (in mutazione con periodo di 100mila anni), l’inclinazione dell’asse di rotazione (in mutazione con periodo di 41mila anni), la precessione degli equinozi, l’emissione di aerosol e di gas capaci di assorbire le radiazioni termiche (infrarosse) della crosta terrestre, ecc.

Dopo aver mostrato un grafico delle temperature stimate negli ultimi 500 milioni di anni, dal titolo “Il clima della Terra è sempre cambiato”, il dott. Nicola Scafetta (Duke Univ.; UniNA Federico II) ha analizzato la curva relativa agli ultimi 150 anni con la quale l’IPCC rappresenta l’andamento della temperatura globale e il suo previsto aumento, ponendo in evidenza che essa non dà ragione di numerose oscillazioni naturali. In realtà, come si rilevano intorno ai valori medi tante oscillazioni di carattere stagionale, annuale o pluriennale, si possono riscontrare oscillazioni parimenti naturali il cui periodo è di gran lunga superiore, nell’ordine dei secoli, delle migliaia di anni o più. Se oltre all’irraggiamento luminoso del sole considerato nel modello predittivo dell’IPCC, tra le forzanti naturali si considerano altre cause astronomiche, come, l’attività magnetica solare (quella che dà luogo al ciclo di 11 anni di comparsa e scomparsa delle macchie) e il conseguente bombardamento con particelle che in molti modi apportano carica elettriche sulla Terra, o i moti dei pianeti più massivi (i quali sembrano modulare, per via gravitazionale, la reattività stessa della massa di plasma costituente il sole), le stesse equazioni usate dall’IPCC permettono di costruire un andamento delle temperature che, persino del corso degli ultimi duemila anni, è assai più aderente all’andamento sperimentalmente rilevato. In particolare, il calcolo:

  1. ritrova le due epoche fredde, quella dell’epoca tardoantica e quella della cosiddetta “piccola età glaciale” (documentata, per esempio, dai dipinti che ritraggono ghiacciati il Tamigi o la laguna veneziana),

  2. ricostruisce la costanza della temperatura globale riscontrata negli ultimi dieci anni (che l’IPCC definisce “pausa” rispetto alle sue attese) e

  3. prevede per il 2100 un aumento di ~2°C.

Quando nel 2000 fu lanciato l’allarme del riscaldamento globale, si credeva che nell’ultimo millennio le temperature non fossero mai cambiate, sostanzialmente. La scoperta delle due epoche fredde è successiva. Arricchendo il modello dell’IPCC in modo empirico, riducendo alla metà il fattore entropico e amplificando di 4-5 cinque volte il fattore astronomico (che, come è detto, è complesso di fattori differenti, ciascuno con differente ciclicità), si ottiene una curva che spiega meglio il passato e il presente, e permette infine, a detta di Scafetta, di preferire all’idea di contrastare un dubbio aumento delle temperature quella di adattarsi al clima “anziché distruggere l’economia per cercare di controllare il clima”.[1]

L’intervento del prof. Dario Camuffo (ISAC-CNR), ugualmente molto apprezzato dal pubblico dei non addetti ai lavori, è stato teso a dimostrare quanto sia complessa la ricostruzione delle serie storiche dei dati di temperatura. Dalla metà del Seicento, sono cambiati i tipi di termometri, i modi di usarli, la loro collocazione, il loro numero complessivo, le norme d’uso uniforme, i modi di tenerli all’ombra (dopo aver scoperto che l’irraggiamento diretto ne altera il funzionamento), le ore di misura delle temperature e il modo di tener conto delle ore stesse, il grado di inurbamento intorno ai luoghi in cui sono collocati (dal quale grado dipende la correzione verso il basso delle misure lette, poiché le città sono più calde delle campagne), ecc. Il fatto che ci troviamo a “usare serie di dati che hanno dei ‘pidocchi’ non indifferenti”, dice Camuffo, e che la procedura di correzione/ricostruzione richiede tipicamente una decina d’anni (tempo che il suo gruppo ha occupato nel ricostruire le serie di una manciata di stazioni meteorologiche) e che il suo costo è generalmente considerato immotivato, ma che i catastrofisti del clima e l’IPCC si basano su questi, richiede grande cautela. Le correzioni apportate alle serie finora ricostruite, dal suo gruppo e da altri nel mondo, non permettono di avvallare il catastrofismo inflitto dall’IPCC & C. Negli ultimi secoli, infatti, le correzioni spesso portano a considerare valori più alti di temperatura.

Il dott. Vincenzo Artale (ENEA; IPCC) ha parlato estesamente del ruolo degli oceani nel trasportare l’energia termica, spiegando che le correnti marine sono responsabili di flussi termici più elevati, rispetto a quelli che hanno sede in atmosfera. Se lo stretto di Bering o quello di Gibilterra fossero sbarrati, ha esemplificato, in qualche secolo il clima terrestre cambierebbe notevolmente. Ha parlato anche delle correnti verticali di trasporto energetico, facendo altresì capire che molto si deve ancora capire, dei mari e degli oceani. A titolo d’esempio, ha accennato a un “fallimento” compiuto dal suo gruppo, nelle misure oceaniche richieste dallo studio dell’IPCC per l’anno 2007.

A proposito della tanto vituperata anidride carbonica, ha ricordato che a livello globale il 50% di essa è contenuta nelle masse oceaniche, le quali entro i primi 750 metri di profondità detengono il 95% di tutta l’energia termica accumulata, e che la concentrazione dell’anidride carbonica nelle acque degli oceani può diminuire in base alla temperatura e al pH delle stesse. Ricordiamo in questo frangente che, anche a fronte del divario resistrato negli ultimi dieci anni tra la crescita della concentrazione di CO2 e la stabilizzazione della temperatura media globale, alcuni sostengono che non siano le temperature a seguire le concentrazioni, ma sia piuttosto il contrario, semmai.

La dott.ssa Paola Petrosino (UniNA Federico II) ha parlato dell’influenza dei vulcani sul clima. Analizzando i casi più imponenti di eruzione vulcanica (Tambara, 1816, Krakatau/Krakatoa, 1883, Agung, 1963; El Chichòn, 1982; Pinatubo, 1991) ha dimostrato che gli effetti di complessivo raffreddamento dipendono essenzialmente da due fattori: la magnitudine e la concentrazione di ossidi o altri composti dello zolfo (per esempio anidriti) nei pennacchi di eruzione. Il raffreddamento del clima è un fenomeno sicuramente estivo, mentre in alcuni casi di eruzioni invernali si è potuto registrare una tendenza al riscaldamento. Se in corrispondenza delle eruzioni note si osservano raffreddamenti accertati con i differenti metodi a disposizione (carotaggi, letture degli anelli degli alberi, ecc.), di un momento particolare di raffreddamento avvenuto nell’epoca buia (la tardoantica anzidetta) non si trovano per ora cagioni di carattere eruttivo. Si conferma qui la costanza dell’indagine scientifica: spesso qualche elemento di indagine sfugge a una generalizzazione troppo affrettata.

Concludendo il suo intervento, ha risposto ad alcune domande che tipicamente il pubblico formula. Le eruzioni vulcaniche non possono generare glaciazioni, ma possono essere cofattori di una glaciazione in atto. Gli oceani non sono riscaldati dalle eruzioni lungo le dorsali oceaniche, benché si osservino delle correlazioni tra i livelli di CO2 rilasciati delle dorsali, lo spessore del fondale in neoformazione e l’eccentricità dell’orbita terrestre.

Il prof. Ernesto Pedrocchi (PoliMI) ha usato le espressioni più taglienti. Parlando di “clima globale e fabbisogni energetici” ha ricordato che l’UE è la sola realtà politica a prefiggersi il compito di controllare il clima, impegnandosi a ridurre una quota iniziale che vale il solo 10% delle emissioni gassose globali. Se anche i Paesi europei si infliggessero l’austera dieta ipoenergetica, gli altri continuerebbero a produrre come al solito e i rapporti produttivi sarebbero distorti da un nuovo mercato tra nazioni ‘virtuose’ e nazioni “canaglia” per la produzione con metodi inquinanti. Pedrocchi ha poi riassunto l’evoluzione delle indicazioni del Copenhagen Consensus Center, sorto intorno al confuso ex ambientalista Bjorn Lomborg.

Marco Monai (ARPAV) ha esposto la recente storia meteorologica del Veneto, concludendo che a tal livello locale si registra che negli ultimi sessant’anni i livelli delle precipitazioni hanno fluttuato, mentre la temperatura media ha subìto un aumento di circa 2°C. Anche se lo scioglimento dei ghiacciai dipende oltreché dalle temperature, dal livello delle precipitazioni, i ghiacci delle alpi venete hanno subìto un dimezzamento negli ultimi cento anni, con un’accelerazione del processo verso gli anni Ottanta.

In virtù dei suoi studî sulla storia culturale dei fenomeni naturali di vasta portata (in primis i terremoti distruttivi), Emanuela Guidoboni (Centro Euromediterraneo di Documentazione) ha spiegato di essere molto cauta sul clima, poiché siamo in un periodo interglaciale e pertanto possiamo pensare alla tendenza opposta a quella prevista dall’IPCC. Ha fatto inoltre notare che, mentre l’ideologia ecologista riprende posizioni cinquecentesche o più antiche di ricerca di un equilibrio con la natura, la storia della Terra è di disequilibrio, per così dire. Pur non aderendo al determinismo, ritiene il clima un fattore innegabile dell’evoluzione culturale: i periodi di riscaldamento climatico nella storia hanno accompagnato delle accelerazioni di civiltà ed espansioni territoriali.

Il periodo caldo dei secoli IX, X e XI hanno visto l’espansione dell’agricoltura fino alle quote di 300 m delle colline scozzesi, della viticoltura in Inghilterra e della vegetazione in una Groenlandia libera dai ghiacci. Nel XVI secolo si assistette a un raffreddamento: l’inverno del 1571 fu ricordato perché “le persone devono combattere con gli animali”, già agli inizi della “piccola età glaciale” in alcune zone si andava sostituendo la produzione del sidro a quella del vino, e la moda degli abiti lunghi, pesanti e gorgere a vestiti meno isolanti.

L’inverno del 1709, ricordato come un incubo (morirono circa un milione di persone in tutta Europa), fece paventare la fine del mondo, per paura dello spopolamento, soprattutto delle giovani generazioni destinate al lavoro produttivo.

Verso la metà dell’Ottocento si notò che il clima andava migliorando, ma non certamente a causa della rivoluzione industriale circoscritta a poche regioni del pianeta. Per la storica, questo miglioramento potrebbe essere una concausa dell’ottimismo industriale e culturale che caratterizzò il periodo storico successivo.

La storica ha criticato quell'”antopocentrismo” che in epoca antica portava a credere che gli eventi climatici avversi fossero una punizione divina o, d’altra parte, che vi fosse spazio per maghi tempestari, persone dotate di poteri di intervento sul clima, o per santi opportunamente superiori agli altri uomini, capaci di intercedere presso la divinità adirata. Lo stesso “antopocentismo occidentale un po’ folle” tende a sostituire alle cause naturali quelle umane, portando a un paradosso: siamo esposti impotenti a grandi frane, alluvioni, terremoti (recentemente uno ogni 4-5 giorni) e il capro espiatorio del cambiamento climatico globale sposta l’attenzione dalle manchevolezze nella progettazione di adeguate infrastrutture o nella manutenzione delle esistenti.

La Guidoboni ha anche voluto deliziare il pubblico con i risultati della ricerca condotta da Wolfgang Beringer sulla serie integrale dei rapporti dell’IPCC, cominciata con gli allarmi per il raffreddamento globale. Nei primi rapporti riservati ai governi furono proposte le seguenti soluzioni:

  • stendere tappeti neri sulle calotte polari;

  • sbarrare lo Stretto di Bering (soluzione considerata dalle Amministrazioni Kennedy, Nixon, Carter e dal PCUS di Breznev);

  • produrre grandi quantitativi di anidride carbonica;

  • disperdere polveri metalliche in atmosfera;

  • lanciare satelliti dotati di specchi per respingere la luce solare;

  • fondere i ghiacci della Groenlandia per mezzo di reattori nucleari.

La tavola rotonda e il dibattito con il pubblico

Durante la tavola rotonda conclusiva il prof. Antonio Bianchini (UniPD) ha ragionato sulle influenze solari e galattiche sul clima terrestre che non sono previste nel modello predittivo dell’IPCC. Ha detto che sin dall’antichità sono noti cicli climatici dipendenti da cicli astronomici non strettamente legati al sole, benché ancora non siano chiare le relazioni causali. Le coincidenze empiriche sono di periodo o di fase. Vi sono cicli di venti e di sessant’anni, risonanze planetarie o cicli di congiunzioni planetarie. L’attività solare ha il suo ciclo di undici anni; durante le fasi di massima intensità, v’è produzione di 1-3 permille in più di ultravioletti e altre radiazioni non visibili, che possono eccitare il vapor d’acqua e renderlo maggiormente opaco agli infrarossi emessi dalla superficie terrestre verso le stelle. L’attività solare è capace di modulare anche la quantità di raggi cosmici che riescono ad attraversare l’atmosfera, portando ad un cambiamento nel tempo dell’elettricità della stessa, dunque delle precipitazioni. Si osserva anche che l’attività solare sembra in correlazione inversa con l’attività vulcanica terrestre. Se sul sole, durante le fasi di minimo, si formano “buchi coronali” all’equatore che riducono la capacità del campo magnetico solare di trattenere le eruzioni di plasma, possono dipartirsi dal sole delle nubi di plasma fino a raggiungere il nostro pianeta.

Il dott. Sergio Ortolani (UniPD) ha risposto a una domanda sul confronto tra il clima terrestre e quello di altri pianeti.

Marte ebbe un clima simile a quello terrestre, ma circa 3,5 mld di anni fa. Sappiamo che a un certo punto il suo campo magnetico scomparve e che il pianeta rosso entrò in una fase di glaciazione che perdura ai giorni nostri. Dall’epoca delle sonde Viking le sue tempeste di sabbia sembrano, invero, meno intense, ma la situazione del pianeta è di raffreddamento, salvo che nella calotta meridionale, la quale si sta assotigliando.

Venere ha cambiamenti climatici che sono guidati dall’attività vulcanica propria. La sua atmosfera contiene principalmente CO2, alla pressione di sessanta atmosfere.

Interrogata sugli insegnamenti della storia del clima, Emanuela Guidoboni ha elaborato ulteriormente il concetto del disequilibrio, ricordando a tutti che l’umanità ha sempre alterato l’ambiente e se si può pensare che gli antichi vivessero in un’arcadia è solo perché “quel che non sono riusciti a fare dipese dalla loro tecnologia e dalla loro demografia”, pur riuscendo già a inquinare i fiumi con i sottoprodotti delle estrazioni minerarie, per esempio. Ha precisato che lo studio delle scienze naturali deve dunque servire “non per conservare, ma per capire” e stabilire una razionale scala di priorità dei problemi, molti dei quali sono più importanti del clima. Altrimenti si ritorna a quell'”antropocentrismo” che fa dire a un organizzatore del COP21 che bisogna addirittura “fermare i cambiamenti climatici”. Serve infatti una svolta nella comunicazione, poiché “a parte questo incontro” un opportuno momento culturale “stenta decollare”.

Incalzata sull’accusa che l’uomo sia un elemento di disequilibrio, ha risposto che già la Terra è in disequilibrio, a causa dei tanti fattori ciclici, e che pertanto la lotta per la sopravvivenza è intesa anche come difesa da questi. Occorre “con le utopie” cercare più giustizia; assumere una visione dinamica che liberi le forze creative. Ciò deve sostituirsi alla comunicazione di proiezioni fuorvianti e disarmanti, che agiscono come una forza frenante sulla società, inducendo confusione e rinuncia.

Numerosi gli interventi dal pubblico, in chiusura.

Scafetta e Pedrocchi sono stati chiamati a difendere la loro posizione. Il primo ricordando di aver usato l’algoritmo dell’IPCC e dunque che la sua previsione corretta al ribasso porta l’IPCC stesso a consigliare l’adattamento al clima, piuttosto che azioni di contrasto, e che d’altra parte risulterebbe impossibile mitigare il riscaldamento climatico previsto dall’IPCC, soprattutto poiché una minima parte del mondo sembra credervi o volerlo. Il secondo ironizzando sulla ricostruzione fatta da Wolfgang Beringer, che mette in dubbio la scientificità dell’IPCC stesso e suggerendo di prendere ad esempio Paesi come l’Olanda, che seppe proteggere le proprie terre dal mare, e badare alle infrastrutture necessarie per fare altrettanto. Scafetta ha anche mostrato che la velocità di crescita delle temperature non è stata alta solo nel recente periodo, ma è riscontrabile anche in epoche storiche lontane e nel periodo 1910-1940, quando la produzione industriale non era così diffusa e intensa come negli ultimi decenni.

Dopo aver indicato nell’IPCC stesso una fonte di “confusione”, per es. quando passa ai giornalisti indicazioni sui “gas serra CO2 equivalenti” che presto essi semplificano ulteriormente in “CO2” e basta [2], Camuffo si è interrogato sulla ragione della mancanza di dibattito scientifico pubblico intorno alla questione del clima e si è risposto che gli scienziati temono che le loro discussioni abbiano poca presa a livello mediatico e che dunque presentino al pubblico una posizione priva di sfumature, frutto della ricerca di una sorta di denominatore comune. Certamente il compromesso non aiuta ad affrontare in modo razionale le questioni che toccano la vita di 7 mld di persone.

Il prof. Cesare Chiosi (UniPD) ha voluto precisare che nella scienza i modelli dovrebbero essere sempre oggetto di discussione e che il disequilibrio è l’essenza del divenire della realtà, ma poi è sembrato concedere al movimento ambientalista la condanna dell’arbitrio assoluto dell’uomo nel suo intervento sulla natura. Ha infatti ricordato che questo ha visto crescere il livello energetico delle operazioni che la scienza e la conseguente tecnologia hanno permesso all’umanità, e ha posto il problema della limitatezza delle risorse e dell’ordine termodinamico. Secondo Chiosi è necessario fare un tutt’uno del problema climatico e del problema delle risorse, poiché anche se le previsioni dell’IPCC risultassero infondate, rimarrebbe il problema dell’eccessivo sfruttamento delle risorse naturali.

Intervenendo dal pubblico, il dott. Flavio Tabanelli (MoviSol) ha detto di considerare con ottimismo ciò su cui il prof. Chiosi ha espresso dubbi: la lettura di Vladimir Vernadskij del processo dell’evoluzione della vita è che l’intervento dell’uomo sulla natura è legittimo; non si tratta di aderire a un rozzo antropocentrismo, ma di riaffermare il paradigma prometeico ch’è fondamento della scienza e del progresso. Se, seguendo i cicli storici, dobbiamo aspettarci un futuro raffreddamento planetario, è necessario pensare a come tenerci al caldo e protetti da ulteriori cambiamenti meteorologici, e questo si può fare se si torna a investire nelle infrastrutture e nella ricerca di base, come quella verso la fusione nucleare controllata. Nella consapevolezza di andare contro agli interessi di una oligarchia che non apprezza che le masse godano dei benefici della scienza e della tecnica. Ironicamente ha concluso il proprio intervento proponendo di suggerire all’IPCC di provocare con diverse bombe atomiche un’eruzione vulcanica di quelle capaci di ridurre di alcuni gradi la temperatura del globo. La trovata ha facilitato i colloqui successivi al convegno.

[1] Per riflessionline.it Scafetta aveva annunciato in questo modo il suo intervento:

Il clima della terra è complesso. Molti sono i fattori sia naturali che antropici che possono indurre cambiamenti climatici. I cambiamenti climatici sono studiati usando principalmente ricostruzioni locali e globali della temperatura meteorologica. I record usati sono disponibili sin dal 1850 e hanno una sufficiente copertura mondiale. Tutte le ricostruzioni della temperatura superficiale della Terra mostrano un riscaldamento dal 1850 al 2015 di circa 0.8-0.9 oC. Usando modelli climatici di circolazione generale (CMIP5 GCM) l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC AR5, 2014) ha ritenuto che la quasi totalità del riscaldamento osservato sia stata causata da emissioni umane mentre, sempre su una scala secolare, il sole ed i vulcani avrebbero avuto un contributo trascurabile e di segno opposto. L’IPCC ha stimato che ulteriori emissioni umane durante il XXI secolo potrebbero causare un innalzamento della temperature fino a 4.0 °C; il che potrebbe avere numerose e generalizzate conseguenze negative per l’umanità. Questa è nota come la teoria del riscaldamento antropico.

Tuttavia, questa interpretazione dei cambiamenti climatici è ambigua, e sembra contraddetta da numerose analisi dettagliate dei dati climatici sia a livello globale che locale. L’analisi spettrale dei record climatici rivela l’esistenza di periodicità principali di circa 9.1, 10-11, 19-22 e 59-62 anni che non sono riprodotte dai modelli climatici. Anche cicli millenari osservati nelle ricostruzioni paleoclimatiche durante gli ultimi 10.000 anni, periodo noto come l’Olocene, non sono riprodotti dai modelli. In particolare, dal 2000-2015 la temperature globale è stata piuttosto stazionaria mentre i GCM hanno “predetto” un tasso di riscaldamento di circa 2 °C al secolo. L’ipotesi che il clima sia regolato da specifiche oscillazioni naturali spiega molto bene gli andamenti climatici osservati. Ad esempio, un ciclo naturale di quasi 60 anni spiega bene il riscaldamento osservato durante i periodi del 1850-1880, 1910-1940 e 1970-2000, e i periodi di raffreddamento durante il 1880-1910 e 1940-1970 e la temperatura stazionaria sin dal 2000. Lo stesso ciclo è stato osservato in numerosi record paleoclimatici. L’analisi delle oscillazioni naturali osservate nei cambiamenti climatici globali suggerisce che almeno il 50% del riscaldamento della Terra osservato sin dal 1850 è stato indotto da esse.

Mostrerò che molte di queste oscillazioni naturali del clima sono correlate ad oscillazioni solari, lunari e planetarie. Questo risultato è molto importante perché suggerisce una origine astronomica delle oscillazioni climatiche che è tuttora poco capita e del tutto ignorata dai promotori della teoria del riscaldamento antropico. La presenza di oscillazioni naturali permette lo sviluppo di modelli fenomenologici con una elevata probabilità predittiva. Alcuni di questi modelli empirici sono stati proposti e hanno superato alcuni test di verifica. Per il futuro questi modelli indicano una probabile stabilizzazione della temperatura globale della Terra fino al 2030-40 con possibili massime nel 2015 e 2020. Secondo gli stessi scenari di emissione antropiche usate dall’IPCC, il riscaldamento climatico tra il 2000 al 2100 dovrebbe essere di circa 0.3-1,8 °C invece della stima dell’IPCC di circa 1.0-4.0 °C. Cioè, tra il 2000 e il 2100 la temperatura superficiale globale potrebbe salire di circa 1 oC. Questo cambiamento climatico potrebbe essere sfavorevole in alcune località ma piuttosto favorevole in molte altre. Quindi, questo fenomeno andrebbe studiato con grande attenzione.

[2] Camuffo ha ricordato che l’anidride carbonica è a una concentrazione tale che ogni ulteriore suo aumento non accrescerebbe la sua capacità di bloccare altri raggi infrarossi (cioè di scaldare ulteriormente il pianeta). Sarebbero piuttosto i “gas serra CO2 equivalenti” a poter aggiungere opacità, qualora ne aumentesse la concentrazione in atmosfera. Peccato che quello più potente in questo senso, il vapor d’acqua, non sia controllabile, poiché esso è parte del ciclo globale dell’acqua.

Flavio Tabanelli

FirmaRisoluzioneCOP21 atmosfera