Lo scorso dicembre Jamie Dimon (nella foto), A.D. di JP Morgan Chase, ha definito il disegno di legge repubblicano per ridurre le tasse, appena approvato, un “QE4”, ovvero la quarta edizione della politica di Quantitative Easing delle banche centrali. A suo tempo avevamo avvertito che le grosse società americane avrebbero usato la riduzione delle tasse per riacquistare le proprie azioni, continuando a gonfiare la bolla finanziaria, invece di usare la liquidità così creata per gli investimenti e per creare posti di lavoro. I dati pubblicati il 7 marzo dalla società di ricerca e investimento Trim Tabs dimostrano che la nostra prognosi era corretta.

Da quando il Congresso ha adottato la riforma fiscale lo scorso dicembre, le grosse corporation americane hanno annunciato oltre 218 miliardi di dollari di riacquisto di azioni. Solo in febbraio, la cifra è balzata a 155 miliardi di dollari, un record mensile da quando vengono registrate queste voci. Il ritmo annuale del riacquisto di azioni va verso gli 800 miliardi di dollari, sempre secondo la stessa fonte, un altro record, e quasi equivalente a tutto il taglio delle imposte ottenuto dalle imprese con la riforma fiscale.

Nell’ultimo mese le grosse imprese farmaceutiche hanno annunciato 50 miliardi di dollari di riacquisto di azioni, usando i soldi derivanti dalle riduzioni fiscali. Dieci miliardi solo per la Pfizer, la stessa cifra per la Merck, e via dicendo.

Dal 2010 queste grosse società usano entrate e prestiti per acquistare le proprie azioni, e ora usano anche i tagli alle tasse per fare lo stesso. L’intento furtivo della “riforma fiscale” era evidentemente quello di impedire che scoppiasse la bolla del debito societario.

In realtà essa sta alimentando più rapidamente la bolla fino a quando non scoppierà, soprattutto perché le imprese usano il cosiddetto “margin debt” (denaro preso a prestito per comprare azioni) come leva per i propri acquisti. Il rapporto tra debito societario non finanziario e PIL negli Stati Uniti ora è più alto che al culmine della crisi finanziaria, avendo raggiunto il 45,4% nel terzo trimestre del 2017. Le emissioni di nuovo debito dal primo gennaio all’ottobre 2017 avevano superato la soglia dei 1000 miliardi.

L’8 marzo Daniel Pinto, che in gennaio ha affiancato Dimon alla presidenza di JP Morgan Chase, ha ammonito in un’intervista per Bloomberg TV: “Potrebbe esserci una correzione profonda [dei mercati azionari]. Potrebbe andare dal 20 al 40%, a seconda della valutazione”. Una “correzione” del 40% significa un crac che, a sua volta, ne provocherebbe altri, anche maggiori, sui mercati obbligazionari e dei derivati.

Non c’è modo di impedire che la bolla scoppi. Ma governi e parlamenti possono impedire che il crac esondi nell’economia reale e colpisca produttori e consumatori, introducendo per tempo la separazione bancaria (Glass-Steagall Act).