La visita a Washington del Presidente brasiliano Jair Bolsonaro (nella foto col segretario di Stato Pompeo) il 18-19 marzo è stata usata dalle reti dei neoconservatori per attirare il Presidente Trump nel pantano del cambio di regime in Venezuela, Cuba e Nicaragua, e promuovere una politica istericamente anticinese.

I media dominanti continuano a definire Bolsonaro il “Trump dei Tropici”, termine improprio, date le tendenze fasciste di Bolsonaro, e il consigliere per la Sicurezza Nazionale John Bolton è arrivato a dire sorridendo a Sky News il 19 marzo che “a noi” piace chiamare Trump “il Bolsonaro dell’America”. Ha aggiunto che l’incontro tra Trump e Bolsonaro lascia presagire “un possibile riallineamento politico all’interno dell’emisfero occidentale”. In una conferenza per la stampa congiunta il 19 marzo Trump ha pronunciato un discorso che sembrava scritto da Bolton: ha chiesto al “fantoccio cubano” Nicolás Maduro di dimettersi e ha sottolineato che Brasile e Stati Uniti insieme sostengono “i popoli di Cuba e Nicaragua che soffrono da molto tempo”.

La questione di un possibile intervento militare americano in Venezuela è emersa più volte durante la conferenza stampa congiunta e Trump ha risposto che “tutte le opzioni sono sul tavolo”. Bolsonaro ha farfugliato che una questione così “strategica” non dovrebbe essere discussa pubblicamente. Dato che le forze armate brasiliane, incluso il vicepresidente Antônio Hamilton Mourão, generale in congedo, si oppongono a tale intervento, Bolsonaro è stato costretto a moderarsi.

Un pessimo segnale è che Steve Bannon, ex consigliere di Trump che fa la corte a Bolsonaro, e il “filosofo” brasiliano di estrema destra Olavo de Carvalho, considerato un “guru” di Bolsonaro, erano ospiti a due cene offerte dalla delegazione brasiliana a Washington. Entrambi sono rabbiosamente contrari a tutto ciò che è cinese. Anche personalità dell’establishment spingono per il cambio di regime in Venezuela. Per esempio, mentre John Bolton annunciava nuove misure per “strangolare finanziariamente” il Venezuela la scorsa settimana, Eric Farnsworth, vicepresidente del Consiglio delle Americhe fondato dalla famiglia Rockefeller, ha accusato la Cina di “finanziare il Venezuela”, aggiungendo che ciò deve finire perché se “Maduro non ottiene finanziamenti altrove, il suo regime è kaputt”.

Per quanto suoni convincente la retorica anticinese se pronunciata a Washington, la realtà in America Latina è ben diversa. È stato notato il fatto che dopo il black-out in Venezuela all’inizio del mese, Pechino si è offerta di aiutare a ricostruire e modernizzare la rete elettrica del Paese, mentre Washington imponeva altre sanzioni. Molti altri Paesi nella regione guardano di buon occhio le prospettive di sviluppo offerte dall’adesione all’Iniziativa Belt and Road.

In un’intervista per Xinhua pubblicata il 9 marzo, l’ambasciatore argentino in Cina Diego Guelar sottolinea che il programma ambizioso di Pechino per ridurre la povertà “è assolutamente unico: non v’è Paese o regione al mondo nella storia che abbia realizzato un processo di inclusione sociale di tale grandezza in un periodo di tempo così breve”. Guelar aggiunge che non si può non apprezzare questo processo, soprattutto se si considerano i livelli di povertà in Argentina, ora al 30%, e livelli simili in altri Paesi latinoamericani.